Jiddu Krishnamurti "...La Verità è una terra priva di sentieri... non può essere portata al nostro livello, piuttosto noi dobbiamo salire al suo... non si può portare la cima della montagna in una valle... allo stesso modo non è possibile organizzare un credo, una fede... sono aspetti intimi, non si possono né si devono organizzare... se lo fate muoiono, si cristallizzano, diventano convinzioni sistematiche, sette o religioni da imporre forzatamente agli altri... quando create organizzazioni con questi propositi, divengono puntelli, menomazioni, catene, che vi ostacoleranno sino a mutilarvi, vi impediranno di riconoscere la vostra unicità... il vostro unico ed esclusivo modo di procedere verso la Verità... nel preciso istante in cui iniziate a seguire qualcuno cessate di seguire la Verità... intendo determinare un cambiamento specifico nel mondo, e realizzerò questo mio proposito con imperturbabile concentrazione... intendo liberare l'uomo da tutte le gabbie, da tutte le paure... voglio impedire che si creino nuove dottrine o filosofie, e che si fondino nuove religioni o nuove sette..." Jiddu Krishnamurti: Il nucleo dell'insegnamento Traduzione dall'inglese © curata da Aetos con il permesso della K.F.A. http://www.kfa.org - Il nocciolo dell'insegnamento di Krishnamurti è contenuto nell'affermazione, risalente al 1929, secondo cui: "La verità è una terra priva di sentieri". Essa non può essere raggiunta dall'uomo che utilizzi come tramite un'organizzazione, un credo, un dogma, un prete, un rituale, una conoscenza filosofica o una tecnica psicologica. L'uomo deve andarle incontro con lo specchio del rapporto, penetrando e comprendendo i contenuti della sua stessa mente mediante l'osservazione, e non tramite l'analisi intellettuale o la dissezione interiore. L'essere umano, per bisogno di sicurezza, ha edificato dentro di sé immagini di ordine religioso, politico, sociale, personale. Tali immagini vengono espresse sottoforma di simboli, idee, convinzioni, il cui fardello domina il nostro pensiero, i nostri rapporti, la nostra vita quotidiana. Esse sono la prima causa dei nostri problemi, poiché separano gli uomini l'uno dall'altro. La sua percezione della vita è quella modellata da concetti precostituiti nella propria mente. Il contenuto della sua coscienza è la sua intera esistenza. Tale contenuto è comune a tutta l'umanità. L'individualità è nel nome, nella forma e nella cultura superficiale che l'uomo acquisisce dalle tradizioni e dal proprio particolare contesto.Tuttavia l'unicità dell'individuo non risiede nella forma superficiale ma nella totale libertà dai contenuti della propria coscienza, che è comune a tutto il genere umano. Cosicché egli non è un individuo. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. La libertà è un'illusione dell'uomo che ha libera scelta. La libertà è pura osservazione priva di direzione, senza timori di punizioni né mire di ricompensa. La libertà è priva di cause; la libertà non è al termine dell'evoluzione dell'uomo bensì nel primo passo della sua esistenza. Con l'osservazione si si viene a conoscenza della mancanza di libertà. La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della nostra esistenza e attività quotidiane. Il pensiero è tempo. Il pensiero è prodotto di esperienza e conoscenza, che sono inseparabili dal tempo e dal passato. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. La nostra azione è basata sulla conoscenza e quindi sul tempo, per cui l'uomo è costantemente schiavo del passato. Il pensiero è dannatamente limitato e così si vive continuamente in conflitto e affanno. Cosicché non c'è evoluzione psicologica. Quando l'uomo avrà consapevolezza del moto dei propri pensieri, noterà la divisione fra il pensatore ed il pensiero, l'osservatore e l'osservato, lo sperimentatore e l'esperienza. Egli realizzerà che tale divisione è un'illusione. Solo a quel punto sopraggiunge la pura osservazione che è comprensione profonda senza ombra alcuna del passato o del tempo. Il discernimento privo del tempo determina una profonda e radicale trasformazione nella mente. La negazione totale è l'essenza del reale. Quando c'è la negazione di tutte le cose che il pensiero ha psicologicamente determinato, soltanto allora c'è amore, che è compassione ed intelligenza. - Questa sintesi dell'insegnamento fu scritta dallo stesso Krishnamurti per soddisfare una richiesta di Mary Lutyens, sua amica sin dall'infanzia nonché autrice della bellissima biografia "La vita e la morte di Krishnamurti" biografia che peraltro egli stesso le chiese di scrivere per evitare eventuali equivoci nel futuro e per soddisfare un desiderio: lasciare per iscritto un sufficiente numero di impressioni circa la propria condotta e le esperienze da lui vissute, da mettere poi a disposizione di chi avesse voluto sapere com'era Krishnamurti durante la sua esistenza in vita, per aiutare chi avesse desiderato conoscere le impressioni più intime di chi gli visse vicino o anche per avere maggiori informazioni sul suo modus operandi e conoscere il sentiero che gradualmente lo portò a quello straordinario livello di comprensione di tutte le cose. La stessa Mary Lutyens destinataria del cosiddetto "nocciolo dell'insegnamento" redatto dallo stesso Krishnaji, così si espresse in proposito: «...non è una breve esposizione, ma si potevano esporre le stesse cose in maniera più concisa o più chiara? Forse nella sintesi Krishnamurti non ha sottolineato a sufficienza il suo concetto di creazione delle immagini [su cui invero si espresse copiosamente]. Noi tutti creiamo immagini su noi stessi e sugli altri e sono queste immagini che si incontrano, reagiscono e restano ferite. Sono queste immagini che interferiscono coi veri rapporti fra gli esseri umani, anche i rapporti più stretti...». - Jiddu Krishnamurti nacque l'11 maggio del 1895 a Madanapalle, un piccolo paesino presso Madras nell'India sud-orientale, in un umilissimo contesto. Di salute cagionevole, da bambino rischiò più volte di morire (alcuni dei suoi fratelli sono invece deceduti prematuramente) per mancanza di cure adeguate, ma sopravvisse sempre, spesso miracolosamente. Ottavo figlio di dieci (e questo è il motivo del suo nome: anche Sri Krishna, di cui la madre era una devota, nacque come ottavo figlio), prima della sua nascita la madre, Sanjeevamma, ebbe una premonizione circa l'eminenza di questo nascituro, premonizione peraltro confermata, subito dopo la sua nascita, da un famoso e stimato astrologo che ne vaticinò appunto l'estrema grandezza. A dispetto delle predizioni però, si ravvisò ben presto negli atteggiamenti del piccolo K. una sorta di "ritardo mentale" che preoccupò molto sia i suoi genitori che il suo primo insegnante, il quale cercò di rimediare adottando nei confronti del piccolo ogni tipo di provvedimento, fino ad arrivare ai sistemi più brutali, tipici di quell'epoca, sistemi che peraltro si rivelarono, inutile dirlo, completamente inutili (si capiranno molto chiaramente in seguito tutti i reali motivi di questo presunto "ritardo mentale"). Il suo insegnante, divenuto egli stesso, da anziano, suo grande ammiratore, rimase sconcertato di fronte alla spaventosa intelligenza del Krishnamurti adulto, così tanto da non riuscire quasi a credere che fosse proprio lo stesso Krishnamurti che egli da bambino maltrattò così crudelmente a causa di quel totale rifiuto nell'apprendere anche le nozioni più elementari. Ma tutto faceva parte di un chiaro disegno: la mente del piccolo K. non doveva essere "corrotta" o "inquinata" da alcuna cultura, né da pseudo-patrimoni di "conoscenza" che ne avrebbero compromesso il suo ruolo futuro proprio a causa del condizionamento che avrebbero inevitabilmente generato nella sua mente. Questo aspetto del piccolo K. era accompagnato da un'altra curiosa particolarità: un esagerato altruismo. Il piccolo K. tendeva a liberarsi di tutto ciò che aveva, perché non sopportava l'idea che qualcuno avesse meno cose di lui; per questo donava agli altri anche quel poco che possedeva. Questo straordinario altruismo, unito al profondo amore per ogni essere umano, furono elementi distintivi che lo accompagnarono fino all'ultimo minuto dell'esistenza in vita (e forse anche oltre, se consideriamo il delizioso insegnamento che ci ha lasciato come sublime eredità). Morta la madre, nel 1905, K. si trasferì pochi anni dopo con il padre ormai in pensione ed il resto della famiglia ad Adyar, luogo in cui dal 1882 si trovava il quartier generale della Società Teosofica (fondata in America nel 1875 dalla mistica russa Madame Helena Petrovna Blavatsky e da Henry Steel Olcott, suo "amico del cuore"). La Società, in quel periodo (1909) era abilmente guidata dai teosofi Annie Besant e Charles Webster Leadbeater, entrambi sensitivi. Quest'ultimo non tardò ad accorgersi della "speciale aura" che risplendeva intorno al piccolo K., e si convinse ben presto (aiutato dal Grande Maestro Kuthumi, con cui era in contatto akasico) dell'altissimo ruolo a cui K. era destinato: vedi nota il veicolo del "Maestro del Mondo", il tramite tra l'umanità ed il Buddha Maitreya, di cui era stato annunciato l'evento. Colgo l'occasione per ricordare che l'insegnamento teosofico mirerebbe a ricondurre gli uomini occidentali ingabbiati rovinosamente nella visione materialistico-edonistica e nei principi dogmatici all'antica sapienza. Il criterio per realizzare questa "ricongiunzione", e per restituire all'uomo occidentale il "senso perduto", è connesso fondamentalmente alle dottrine misteriosofiche di matrice buddhista. L'insegnamento avviene principalmente sulla base di rivelazioni che alcuni grandi Maestri (fra cui Buddha, Krishna e Cristo) trasmettono da una dimensione spirituale comunemente conosciuta come "Akasha". Tutto il mondo è in attesa della guida che condurrà l'umanità alla conoscenza della Verità: il Cristo-Maitreya, di cui Jiddu Krishnamurti sarebbe stato appunto il tramite. Anche Annie Besant, che conobbe il piccolo K. solo alcuni mesi più tardi rispetto a Charles Leadbeater, confermò la rivelazione di quest'ultimo (assistita da Morya, suo Grande Maestro) e, letteralmente travolta da un'ardente devozione per "il prescelto", decise, con l'incerto benestare del padre di K, Jiddu Narianiah, di farlo adottare dalla Società Teosofica. La Besant ritenne necessaria l'adozione anche per sottrarre K., ormai tredicenne, alla penosa condizione in cui viveva; K invero rischiava ancora di morire di stenti (... testo in lavorazione ...) - Attenzione! Ricordo che queste pagine sono coperte da Copyright © E' vietata la riproduzione anche parziale. Tutti i diritti sono riservati. Saluti, Aetos, http://users.iol.it/aetos