Contribuisci attivamente anche Tu ad aiutare un popolo innocente duramente calpestato nella propria dignità. Puoi contribuire semplicemente diffondendo la verità, veicolando ad amici e conoscenti la storia e le informazioni reali della dolorosa questione tibetana... Non possiamo tacere o far finta di niente di fronte ad ingiustizie così evidenti, non possiamo rimandare ancora, ogni tibetano sta attendendo con pazienza il nostro aiuto! - Tibet: una tragedia dimenticata in breve: situato a nord dell'Himalaya, tra l'India e la Cina, il Tibet ha una superficie di 2,5 milioni di Kmq (cinque volte la Francia). La popolazione tibetana è attualmente stimata in 6,5 milioni di abitanti contro più di 7 milioni di coloni cinesi insediati sul territorio. Per secoli il Tibet è stato un paese unito, libero e indipendente, come attestato da ben tre risoluzioni approvate dalle Nazioni Unite nel 1959, 1961 e 1965, sfortunatamente rimaste lettera morta. E' un paese incomparabile, ricco di una tradizione di saggezza millenaria meravigliosamente incarnata dal XIV Dalai Lama, la cui lotta non-violenta, che è anche quella di tutto un popolo, è stata premiata nel 1989 con il Premio Nobel per la pace. Ignorando le Convenzioni Internazionali nel 1950 le truppe dell'esercito della Repubblica Popolare Cinese invasero ed occuparono il Tibet, uno stato fino ad allora assolutamente indipendente e del tutto differente dalla Cina in quanto ad etnia, sistema sociale, cultura, religione e tradizioni. Nel 1959 il Dalai Lama, prima autorità del paese, fu costretto all'esilio. Gli ultimi 40 anni sono stati segnati da continue offese sia ordite contro il popolo tibetano che alla sua cultura. Quello che è stato fatto subire al Tibet e al suo popolo è uno spaventoso sopruso che ripugna alle coscienze di tutte le persone libere e amanti della libertà, della pace e dei diritti umani. Un vicino immensamente più forte sul piano del numero e della potenza militare ha consumato un vero e proprio genocidio ai danni di una nazione, quella tibetana, che aveva come unica arma la non- violenza. Le forze d'occupazione hanno commesso e commettono tuttora numerosi e orribili atti di barbarie. Si stima che circa 2 milioni di tibetani siano morti tra il 1950 e il 1980, in conseguenza dell'occupazione cinese. Nel corso della famigerata "rivoluzione culturale" (1966-1976), seimila templi (cioè la quasi totalità dei luoghi di culto) e una miriade di tesori artistici sono stati distrutti. Alla popolazione tibetana viene negata (totalmente sino al 1980, parzialmente oggi) la pratica del Buddhismo (come del resto il Bön, l'antica religione autoctona del Tibet) e gli viene imposto l'insegnamento della lingua cinese a scapito di quella tibetana. Mentre leggi questa pagina la tragedia tibetana continua: Migliaia di tibetani sono in carcere spesso torturati barbaramente per semplici reati di opinione Lingua, religione (della quale il regime vorrebbe cancellare l'influenza), storia e cultura sono negate o assurdamente falsate nei contenuti Le donne di etnia tibetana subiscono continuamente un esecrabile controllo delle nascite patendo sterilizzazioni forzate e aborti, operati senza alcuna pietà anche in fase avanzata di gravidanza Quello che risultava fino a pochi anni fa *ecosistema primario*, unico al mondo, è gravemente minacciato. L'ambiente già efferatamente saccheggiato è in serio pericolo: la imponente deforestazione (che ha fruttato agli invasori vari miliardi di dollari) provoca inondazioni sempre più frequenti e devastanti, si stanno estinguendo numerose specie animali ormai uniche nel pianeta e lo sfruttamento dei terreni sta provocando una preoccupante desertificazione di vaste aree Malgrado il muro di silenzio eretto dalla Cina, sappiamo che in Tibet esistono molti siti di stoccaggio e di lancio di pericolose armi nucleari La situazione economica è catastrofica: il livello di vita è tra i più bassi del mondo, tanto che ai coloni e ai soldati cinesi viene dato uno status privilegiato e grossi incentivi economici Il trasferimento massiccio e ininterrotto di coloni cinesi riduce i tibetani ad essere sempre più minoranza nel proprio paese. S.S. il XIV Dalai Lama ha detto ultimamente durante un incontro: «L'unica arma che abbiamo è la Verità, vi chiedo di aiutarci a diffonderla, poiché quando la Verità è in pericolo, è in pericolo l'uomo stesso ed il mondo intero» --- La storia del Tibet è indissolubilmente legata alla Religione Buddhista praticata dal suo popolo. La diffusione del Buddhismo Mahayana, disciplina che provenne dall'India verso il VI secolo D.C., fu alla base del mite e sano sviluppo, abitualmente consapevole e non violento, del suo popolo. La seguitissima regola religiosa indicò chiaramente ed esaustivamente i comportamenti da adottare e le azioni da evitare. La comprensione profonda di questi onorevoli precetti costituì un popolo profondamente rispettoso della natura e del proprio prossimo, si pensi che ogni tibetano avrebbe decisamente rifiutato persino di uccidere un piccolo insetto. Nel Tibet sorgevano monasteri grandi come città che rappresentavano i maggiori centri di cultura e di istruzione. In queste Università monastiche fiorì la cultura tibetana, figlia difatti del grande corpo del Dharma. Nei monasteri i discepoli memorizzavano gli insegnamenti che venivano poi dibattuti anche per venti anni prima di poter affrontare gli esami finali di Ghesce o il Dottorato in Scienze Divine. Nelle grotte e nelle capanne situate nei luoghi più impervi del Tibet, assistiti da pochi discepoli, i gomchen (eremiti) si ritiravano a meditare in ambienti assolutamente puri ed armoniosi. I Religiosi più importanti erano tuttavia i tulku (lama reincarnati), ritenuti in grado di scegliere il momento più propizio ed il luogo della loro rinascita per favorire il bene dell'umanità. La dottrina tibetana ha sempre posto l'accento sulla transitorietà di tutti gli eventi e sull'importanza che ogni "impronta karmica" rappresenta nell'esistenza. Questi aspetti della cultura hanno contribuito profondamente nella individuale elevazione dello Spirito, suscitando in ogni tibetano quei naturali atteggiamenti di tolleranza, peraltro molto noti, incentrati fondamentalmente sul rispetto e sull'amore per ogni diversa forma di vita. Questa è la situazione che trovò la Cina, quando si accinse ad invadere il Tibet nel 1949, iniziando una delle più spietate forme di sistematica violazione dei diritti umani che il nostro secolo ricordi. Facile impresa la conquista di un popolo che ha come unica arma la non-violenza. Mentre tutto ciò silenziosamente accade noi proseguiamo indifferenti la nostra stressante corsa che privilegia l'avere all'essere, inibendo completamente i sentimenti di solidarietà. Troppo spesso tutto ciò che non ci tocca da vicino è come se non esistesse, abbiamo occhi soltanto per il nostro ristretto nucleo. E' mio desiderio perciò esortare ognuno di voi a riflettere su questo nostro inammissibile aspetto. --- Il Tibet, nazione indipendente con una storia che risale al 127 a.C. è stato invaso nel 1959 dalla Repubblica Popolare Cinese. Un milione e duecentomila tibetani, un quinto della popolazione, sono morti come risultato dell'occupazione cinese. Migliaia di prigionieri religiosi e politici vengono detenuti in campi di lavoro forzato, dove la tortura è pratica comune. Uno degli aspetti penosi della dominazione cinese è stato il "thamzing", durante il quale i tibetani erano costretti ad autoaccusarsi dei crimini non commessi e ad autodegradarsi. I bambini erano sovente obbligati ad accusare i genitori di aver compiuto questo o quel crimine e a colpirli con sassi. Molti genitori, a loro volta, sono stati costretti a pagare i proiettili usati per ucciderli e a ringraziare i cinesi per aver eliminato "elementi antisociali". Le donne tibetane sono soggette tuttora a sterilizzazioni forzate e a procurati aborti: il potere cinese vuole che i cinesi in Tibet siano sempre più numerosi e i tibetani sempre di meno. Spesso vengono sterilizzate in condizioni spaventose, tutte le donne in età fertile di un paese: radunate a forza davanti a una tenda montata allo scopo, sono costrette ad attendere il loro turno ascoltando oltretutto le grida della donna operata all'interno. Non ci sono anestesie, altissima è la percentuale di donne morte per infezione, poiché vengono obbligate ad abortire anche donne in attesa da cinque o sei mesi. Le donne tibetane si rifiutano di partorire negli ospedali perché in molti casi il bimbo viene loro sottratto e considerato "morto durante il parto". Inoltre il Tibet un tempo pacifico stato cuscinetto tra India e Cina è diventato una vasta base militare che ospita buona parte della forza missilistica nucleare cinese, valutata complessivamente in 350 testate nucleari. Esistono numerose miniere di uranio dove la manodopera è quasi esclusivamente tibetana; parecchie persone che vivono nei villaggi vicini alle basi atomiche, ai luoghi di interramento delle scorie nucleari e alle miniere di uranio, sono gravemente malate, mentre continuano a nascere bambini deformi, i campi non danno più colture, gli animali muoiono e le acque dei fiumi che attraversano vasti territori dell'Asia, quali Brahmaputra, sono contaminate da materiale radioattivo. Le risorse naturali del Tibet e la sua fragile economia stanno per essere irrimediabilmente distrutte. Gli animali selvatici sono stati sterminati, le foreste abbattute, il terreno impoverito ed eroso. La deforestazione del Tibet procede senza sosta dal 1963 24 ore su 24. Più di 6.000 monasteri, templi ed edifici storici sono stati razziati e rasi al suolo, le loro antiche opere d'arte ed i tesori della letteratura sono stati distrutti o venduti dai cinesi. Migliaia di statue d'oro sono state fuse, trasformate in lingotti e trasportate a Pechino. La Cina proibisce in Tibet l'insegnamento e lo studio del Buddismo, l'odierna apparenza di libertà religiosa è stata inaugurata unicamente per fini di propaganda e turismo. Finti monaci prezzolati popolano finti monasteri, mentre i monaci e le monache vengono espulsi, maltrattati e imprigionati. Il Governo Tibetano in Esilio, con sede a Dharamsala, in India, è stato organizzato secondo principi democratici. Nonostante la rigida chiusura del Governo di Pechino che si ostina a negare l'esistenza di una "questione Tibetana", dal 1959 ad oggi il Dalai Lama ha formulato diverse proposte politiche per sbloccare la situazione ed avviare un serio negoziato. A tutt'oggi il Governo di Pechino non ha dato risposta. COSA FA IL MONDO PER IL TIBET ? Un viaggio durante il quale il fantasma del Tibet aleggerà costantemente assieme alla questione più generale dei diritti umani e del dissenso in Cina, della pena di morte e del controllo nucleare nel Continente indiano e asiatico, nonostante l'intenzione di Clinton di non creare attriti. E' cresciuta in questi ultimi anni negli Stati Uniti un'opinione pubblica favorevole alla causa tibetana al di là dei tatticismi politici che una parte del Congresso attribuisce ai "ricatti" di Pechino verso Clinton, sospettato di aver ricevuto finanziamenti illeciti cinesi per la sua campagna elettorale. A tenere sempre viva l'attenzione attorno al popolo delle nevi c'è la figura carismatica del Dalai Lama esaltata dai due film Sette anni in Tibet di Annaud e Kundun di Scorsese che parlano della sua infanzia, dei suoi tentativi di trattare pacificamente con Pechino, dell'invasione cinese del Tibet nel '49, della sua fuga finale in India attraverso l'Himalaya nel 1959. A tenere desta l'attenzione verso quest'uomo insignito del Nobel per la Pace e verso il suo popolo ci sono le star internazionali che, come Richard Gere, propagano quasi quotidianamente messaggi a favore dei diritti umani in Tibet. Clinton ha sicuramente messo in conto il rischio d'immagine nel caso decidesse in Cina di tenere fuori il caso-Tibet dai suoi colloqui e dalle dichiarazioni pubbliche. Ma a dargli una mano, quasi a toglierlo anticipatamente d'impaccio, è intervenuto nei giorni scorsi proprio il Dalai lama, da quasi mezzo secolo simbolo della resistenza 'non violenta' anti-cinese. "Demonizzare e isolare in questo momento la Cina sarebbe un grave errore", ha detto, riferendosi alla posizione di una parte del Congresso Usa che proponevano qualche forma d'embargo o di sanzione contro Pechino come forma di pressione sul tema dei diritti umani. A dare forma politica alle richieste dell'opinione pubblica statunitense ha già pensato in realtà il segretario di Stato, la signora Albright, durante gli incontri che all'inizio della primavera hanno preparato la visita del presidente Clinton. La Albright ha insistito molto sul tasto Tibet, proponendo la ripresa del dialogo interrotto fin dalla fuga del Dalai Lama nel '59, anche se informalmente i contatti sono ripresi negli anni 80 con Deng Xiao Ping, per poi interrompersi definitivamente dieci anni fa. È dell'estate del 1988 la proposta del leader tibetano di un piano in cinque punti che - sgombrando il campo da ogni precedente richiesta d'indipendenza - offriva il suo rientro e quello dei centomila esuli in cambio di una semplice autonomia amministrativa e della creazione, in Tibet, di un'area smilitarizzata e denunclearizzata, una sorta di 'oasi' sperimentale per la salvaguardia dell'ambiente e laboratorio per la Pace. Gli Stati Uniti non hanno mai preso una posizione ufficiale su questo piano, che la Cina ha rigettato accusando il Dalai Lama di nascondere in realtà mire indipendentiste (senza parlare del gelo sceso tra Pechino e il resto del mondo quando al Dalai Lama è stato concesso il Nobel all'indomani della strage di Tienanmen). Attualmente il problema più sentito per uomini e donne, in gran parte nomadi, distribuiti tra la capitale Lhasa e le regioni dell'Amdo, del Qinghai, della Regione autonoma, è quello della sopravvivenza. Le condizioni di vita e climatiche sugli altipiani sono sempre state difficili, ma l'appena trascorsa stagione invernale ha visto un'emergenza neve senza quasi precedenti. Quasi ovunque c'è stata una decimazione delle mandrie di yak e di pecore. I nomadi delle prefetture di Ngari e Naqu hanno perso anche il 90 per cento dei loro animali e ovunque le montagne sono cosparse di carogne animali, compresi quelli selvatici come kyang, antilopi, mufloni. Un disastro immane che non si ricorda a memoria d'uomo, forse legato alle recenti variazioni climatiche del Niño. In ogni caso ci vorranno degli anni prima che le condizioni di vita dei nomadi si ristabiliscano. Oltre a queste esigenze materiali immediate, che solo la solidarietà internazionale potrebbe risolvere (sempreché i cinesi autorizzino gli organismi non governativi a intervenire), c'è la dolorosa frattura spirituale tra i tibetani e il loro leader in esilio, del quale non possono tenere in casa né sugli altari nemmeno la fotografia. Secondo le sempre più frequenti denunce filtrate attraverso le fitte maglie del regime, i monaci sono costretti a seguire dei corsi di rieducazione al termine dei quali devono firmare un abiura verso gli insegnamenti del Dalai lama, pena l'espulsione dai loro monasteri e il ritorno nei villaggi d'origine, con un marchio 'politico' non certo gradito agli eventuali datori di lavoro. Nelle scuole, dove la lingua tibetana è studiata di fatto come seconda lingua, gli insegnanti spiegano agli studenti che la religione, come già sosteneva Mao, è 'un veleno'. Di conseguenza i restauri di templi e monasteri realizzati e pubblicizzati dalle autorità servono in realtà soltanto per i turisti che sempre più numerosi chiedono di poter visitare il 'magico Tibet'. Un Tibet che, con la lingua e la religione in pericolo, è poco più di una cartolina. Senza contare che le moderne costruzioni cinesi, com'è avvenuto soprattutto a Lhasa, hanno stravolto anche certi paesaggi di grande suggestione come l'antica capitale e il Potala, il palazzo che fu del Dalai Lama. Ma la più grave conseguenza della presenza cinese è l'inevitabile integrazione e assorbimento dei tibetani. I giovani cercano di parlare anche tra loro il cinese, nella speranza di fare carriera nelle strutture del governo, negli studi o nel commercio con Pechino. Inoltre, milioni di han (l'etnia cinese di maggioranza) si sono ormai trasferiti in Tibet, dominando le strutture economiche e riducendo a minoranza i tibetani nel loro stesso paese. Difficili le vie d'uscita. Le intenzioni politiche dei cinesi, oltre a restare ferme nell'intenzione di mantenere lo status quo, puntano a un controllo anche dell'ultimo spazio 'libero' nell'animo dei tibetani, il legame spirituale, e quindi intimo, con la religione e i loro maestri. Dopo la morte del precedente Panchen Lama, membro del Comitato centrale del partito cinese e seconda figura spirituale del buddismo tibetano, i cinesi si sono affrettati a cercare la sua reincarnazione. Ma quando il Dalai Lama ha individuato lo stesso bambino, il piccolo Gedun, in un povero villaggio di nomadi dell'Amdo, i cinesi hanno scelto di nominarne un altro al suo posto. Così oggi ufficialmente il titolo di Panchen, in Cina, è detenuto da un altro fanciullo ancora ignaro dei retroscena politici, mentre Gedun si trova da qualche parte "sotto sequestro" delle autorità cinesi che si limitano a dire ufficialmente che sta bene, e che la sua sorte riguarda gli 'affari interni' della Cina. Anche alla luce di questa vicenda molti osservatori ritengono in serio pericolo la prosecuzione del lignaggio spirituale dei grandi lama tibetani, compreso il Dalai. Non è escluso infatti che alla sua morte i cinesi tenteranno di 'nominarne' uno d'ufficio. E i suoi discepoli in esilio avranno serie difficoltà a raccogliere attorno a un'altra figura, fosse anche l'autentica reincarnazione del'attuale Dalai Lama Tenzin Gyatso, la stessa simpatia e solidarietà internazionale. Va detto che, in una situazione come questa, non sono poche le spinte 'estremiste' da parte degli stessi tibetani esuli che, come i giovani dello Youth Congress, iniziano a contestare il metodo non violento del Dalai Lama come strumento efficace per risolvere i problemi del proprio paese, e recentemente, per la prima volta nella storia, un gruppo di studenti ha preso a sassate un'ambasciata cinese in Cina, mentre altri dirigenti hanno annunciato l'inizio di una rivolta armata anti-cinese. Prospettive che atterriscono il Dalai Lama, che non ha potuto impedire poco tempo fá la 'violenza' di uno sciopero della fame a oltranza (interrotto dalla polizia indiana) di sei tibetani e il suicidio con il fuoco di un quarantenne, Thubten Ngodup. (1998) Ringrazio Antham per la preziosa collaborazione XIV Dalai Lama del Tibet - Tenzin Gyatso - Oceano di Saggezza - Il Dalai Lama può essere considerato il simbolo vivente della cultura Tibetana: è la principale autorità spirituale del Tibet, nonché il detentore del potere temporale prima della drammatica invasione cinese. Viene considerato dal suo popolo e da milioni di buddisti nel mondo una emanazione di Cenresig, il Buddha della Compassione. Singolare era la procedura attraverso la quale venivano scelti in Tibet i Dalai Lama. Così avvenne il riconoscimento del piccolo Tenzin Ghiatzo quale reincarnazione del precedente XIII Dalai Lama. Nacque il 6 luglio del 1935 a Takstern nella provincia dell'Amdo (nei pressi del confine con la Cina). Poco dopo la morte del XIII Dalai Lama, dove giaceva il suo corpo, spuntò un gigantesco fungo a forma di stella e apparvero ripetuti arcobaleni in direzione nord orientale e qualche giorno più tardi anche la testa del defunto Dalai Lama si voltò verso nord-est. Esiste un lago sacro chiamato Lamo Lhatzo le cui acque avrebbero il potere di mostrare il futuro, esse manifestarono ai grandi Lama sopraggiunti la visione di un monastero dai tetti d'oro e di giada, dal monastero scendeva verso oriente un sentiero che conduceva ad una casa con le tegole color turchese, un cortile, un bambino e un cane pezzato di bianco e marrone. Apparvero infine tre lettere dell'alfabeto tibetano che indicavano, si presumeva, le iniziali del luogo e della provincia esatti. Guidati dalla visione, i Maestri viaggiarono per mille miglia fino al monastero Kumbum dai tetti d'oro e di giada, e giunsero ad una casa dal tetto color turchese e travestiti da mercanti, chiesero ospitalità, egli riconobbe subito una collana che il Lama aveva al collo che era appartenuta al precedente Dalai Lama. Il bambino parlava il raffinato dialetto di Lhasa, città di residenza dei Dalai Lama, dialetto che in quella provincia nessuno conosceva. I Maestri se ne andarono e ritornarono poco tempo dopo e sottoposero il bimbo a una serie di prove, mostrando gli oggetti appartenuti al XIII Dalai Lama confusi in mezzo a copie abilmente contraffatte; ogni volta il piccolo sceglieva quella giusta ed affermava che quegli oggetti gli appartenevano. Quando partì felice con i Lama alla volta di Lhasa, aveva soltanto tre anni e mezzo. Giunti a Lhasa vennero fatte ulteriori prove fra le quali il riconoscimento sul suo corpo degli otto segni appartenenti a tutti i precedenti Dalai Lama. Da quel momento, Tenzin Ghiatzo venne considerato supremo capo spirituale e temporale del Tibet. Studiò scienze, matematica, inglese, filosofia buddista. Nel 1950, in ottobre la Cina comunista invase il Tibet. A sedici anni non compiuti, Tenzin Ghiatzo fu costretto ad assumere il pieno potere temporale, cercando un compromesso con i cinesi durato nove anni. Ma nel marzo del 1959, l'Esercito di Liberazione cinese uccise in un solo giorno più di 87.000 tibetani: il Dalai Lama fu costretto a fuggire da Lhasa, seguito da più di 100.000 profughi. Dopo un drammatico viaggio il Dalai Lama arrivò in India dove ottenne asilo politico. Dal 1960, Tenzin Ghiatzo, vive a Dharamsala, nell'India settentrionale, dove svolge un'instancabile attività in difesa del suo popolo e della preservazione della cultura tibetana. S.S. il Dalai Lama ha praticato la politica della non-violenza, anche di fronte ad una brutale aggressione, un'attitudine che lo ha portato ad essere insignito del Premio Nobel per la Pace, nel dicembre 1989, primo cittadino asiatico a ricevere tale riconoscimento. Ha toccato il cuore di moltissime persone di differenti culture e religioni, con la semplicità. Oggi anche molti occidentali con l'occhio puntato sull'oriente, considerano il Dalai Lama come una delle massime autorità spirituali, se non l'autorità spirituale per eccellenza. Come dice Robert Thurman: "Sua Santità Tenzin Gyatso, 14° Dalai Lama del Tibet, possiede varie identità principali. E' un monaco buddhista nell'ordine religioso fondato da Buddha Shakyamuni intorno al 525 a.C. e rivitalizzato in Tibet da Lama Tzong Khapa nel 1400: è quindi un portavoce dell'antica tradizione educativa buddhista. E' una reincarnazione del Buddha Avalokiteshvara, l'arcangelo buddhista Mahayana della compassione, e in special modo il salvatore dei Tibetani. E' il re del Tibet, tragicamente in esilio dal 1959, quindi il difensore dei diritti e delle libertà del suo popolo. E' anche un maestro vajra dei mandala esoterici del tantra dello yoga supremo, specialmente del Kalachakra (La ruota del tempo), quindi profondamente - e forse profeticamente - coinvolto nell'evoluzione positiva di tutta la vita intelligente, nel nostro sacro ambiente su questo pianeta". Sua Santità il Dalai Lama ama spesso definirsi e firmarsi molto semplicemente: Tenzin Ghiatso, monaco buddhista. Il titolo di Dalai, che significa oceano (di saggezza), venne conferito dal principe mongolo Altan Khan al terzo successore di Lama Tzong Khapa e poi ereditato da tutti i suoi successori. Si ritiene che tutti i Dalai Lama, in quanto manifestazione del Buddha della Compassione (Cenresig in tibetano e Avalokitesvara in sanscrito), rinascano con l'unico scopo di guidare alla felicità quanti più esseri senzienti possibile, senza nessuna distinzione di sesso, religione, classe, etnia o altro. Tenzin Gyatso nacque nel 1935, da famiglia contadina, in un piccolo villaggio nel nord-est del Tibet. Nel 1940 fu riconosciuto ufficialmente quale reincarnazione del suo predecessore, il 13° Dalai Lama. I suoi studi accademici iniziarono a sei anni e si conclusero a venticinque, con i tradizionali esami-dibattito che gli valsero il titolo di ghesce lharampa (dottorato di filosofia buddhista). Nel 1950, a soli quindici anni, assunse i pieni poteri politici del suo paese -capo di stato e di governo- mentre il Tibet stava faticosamente trattando con la Cina per impedire l'invasione del proprio territorio. Nel 1959 fallirono tutti i tentativi di far rispettare alla Cina - che nel frattempo si era arbitrariamente annessa una parte del Tibet- gli impegni di un trattato che prevedeva l'autonomia e il rispetto religioso dei tibetani. In seguito alla minacciosa occupazione dei cinesi, il Dalai Lama fu costretto a lasciare Lhasa clandestinamente e a chiedere asilo politico all'India. Da allora l'esodo continuo dei tibetani dal proprio paese è una grave realtà. Dal 1960 il Dalai Lama vive a Dharamsala, un piccolo villaggio sul lato indiano delle montagne himalayane, sede del governo tibetano in esilio. In tutti questi anni egli si è dedicato a difendere i diritti del popolo tibetano contro la dittatura cinese, in modo nonviolento ma deciso e chiedendo aiuto a tutti gli organismi democratici internazionali. Nello stesso tempo il Dalai Lama non ha mai smesso di dare insegnamenti e iniziazioni in varie parti del mondo e di fare appello alla responsabilità individuale e collettiva per un mondo migliore. Nel 1989 è stato insignito del Premio Nobel per la Pace. Per le sue doti di intelligenza disarmante, comprensione e profondo pacifismo, il Dalai Lama è uno dei più rispettati leader spirituali viventi. Nel corso dei suoi viaggi, ovunque si trovi, egli supera ogni barriera religiosa, nazionale e politica, toccando il cuore degli uomini con l'autenticità dei suoi sentimenti di pace e di amore, di cui si fa instancabile messaggero. Forse ciò che gli è accaduto in questa vita ha origini karmiche (niente avviene per caso) e contribuisce ad un'ampia sensibilizzazione di massa che in effetti aumenta esponenzialmente, giorno dopo giorno, ora dopo ora. - Tashi delek Aetos, http://users.iol.it/aetos -