La storia del Tibet è indissolubilmente legata alla Religione Buddhista praticata dal suo popolo.
La diffusione del Buddhismo Mahayana, disciplina che provenne dall'India verso il VI secolo D.C., fu alla base del mite e sano sviluppo, abitualmente consapevole e non violento, del suo popolo.
La seguitissima regola religiosa indicò chiaramente ed esaustivamente i comportamenti da adottare e le azioni da evitare. La comprensione profonda di questi onorevoli precetti costituì un popolo profondamente rispettoso della natura e del proprio prossimo, si pensi che ogni tibetano avrebbe decisamente rifiutato persino di uccidere un piccolo insetto.
Nel Tibet sorgevano monasteri grandi come città che rappresentavano i maggiori centri di cultura e di istruzione. In queste Università monastiche fiorì la cultura tibetana, figlia difatti del grande corpo del Dharma.
Nei monasteri i discepoli memorizzavano gli insegnamenti che venivano poi dibattuti anche per venti anni prima di poter affrontare gli esami finali di Ghesce o il Dottorato in Scienze Divine.
Nelle grotte e nelle capanne situate nei luoghi più impervi del Tibet, assistiti da pochi discepoli, i gomchen (eremiti) si ritiravano a meditare in ambienti assolutamente puri ed armoniosi.
I Religiosi più importanti erano tuttavia i tulku (lama reincarnati), ritenuti in grado di scegliere il momento più propizio ed il luogo della loro rinascita per favorire il bene dell'umanità.
La dottrina tibetana ha sempre posto l'accento sulla transitorietà di tutti gli eventi e sull'importanza che ogni "impronta karmica" rappresenta nell'esistenza. Questi aspetti della cultura hanno contribuito profondamente nella individuale elevazione dello Spirito, suscitando in ogni tibetano quei naturali atteggiamenti di tolleranza, peraltro molto noti, incentrati fondamentalmente sul rispetto e sull'amore per ogni diversa forma di vita.
Questa è la situazione
che trovò la Cina, quando si accinse ad invadere il Tibet nel 1949, iniziando
una delle più spietate forme di sistematica violazione dei diritti umani che il nostro
secolo ricordi.
Facile impresa la conquista di un popolo
che ha come unica arma la non-violenza.
Giocare con gli effetti di un'immagine
E' paradossalmente più facile catturare l'attenzione con un'immagine elaborata virtualmente, che scuotere nel profondo le coscienze con i contenuti reali di una tragica e dolorosa vicenda che impoverisce il mondo nel suo insieme e che vede un intero popolo colpito a morte sia nel corpo che nello spirito. Mentre tutto ciò silenziosamente accade noi proseguiamo indifferenti la nostra stressante corsa che privilegia l'avere all'essere, inibendo completamente i sentimenti di solidarietà. Troppo spesso tutto ciò che non ci tocca da vicino è come se non esistesse, abbiamo occhi soltanto per il nostro ristretto nucleo. E' mio desiderio perciò esortare ognuno di voi a riflettere su questo nostro inammissibile aspetto.