Don Sergio Simonetti ha scritto:
>Queste pifferate lasciale al Donnini.......
Pifferate?
Caro Don Sergio e cari amici del NG, questa volta, per non
correre il rischio di scadere eccessivamente nel personale,
voglio riportare un'abbondante, approfondita ed
autorevole analisi storico-critica (con il permeso scritto
dell'Editore Roberto Massari) tratta dal monumentale testo «Il Gallo
canto' ancora - storia critica della chiesa» scritto
dall'ex-teologo Karlheinz Deschner.
Ho impiegato varie ore a trascrivere questo lungo testo, ma
ritengo questo *lavoro* necessario per replicare con dovizia di
particolari alla non meglio classificabile accusa di essere un *pifferaio*
(BUONA LETTURA)
IL VANGELO DI GIOVANNI
"Uno scritto dottrinale totalmente
astorico"
(Heinrich Ackermann, Entstellung und Kllirung, 34)
Fin dal 11 secolo gli Alogi(*) si resero conto che questo Vangelo si differenziava sostanzialmente dai tre Sinottici, tracciando un'immagine di Gesù completamente diversa. Nel XIX secolo i teologi David Friedrich e soprattutto Ferdinand Christian Baur dimostrarono brillantemente ch'esso fu ideato in vista di una determinata concezione dogmatica, senza alcun riguardo alla realtà storica, e che va inteso in senso squisitamente allegorico. Esso non può costituire una fonte per la predicazione di Gesù, ma piuttosto per il Cristianesimo dell'epoca postapostolica(2*).
Il Vangelo di Giovanni non fu composto
dall'apostolo Giovanni:
"...il risultato ovvio di un 'indagine non preconcetta, sul
quale non può
sorvolare nessuno storico serio e rispettoso della scientificità
della ricerca.
Fa semplicemente pena voler contrapporre degli espedienti
apologetici all'evidenza dei fatti".
(Il teologo Hirsch)(3*)
Da oltre cent'anni l'intera bibliologia critica disconosce l'attribuzione all'apostolo Giovanni del quarto Vangelo, dopo l'opera sagace del teologo Karl Theopbil Bretschneider, apparsa nel 1820 (Probabilia de evangelii et epistularum Joannis apostoli indole et origine), e i lavori di D.F. Straub e F.C. Baur. In epoca più recente i loro ranghi sono stati irrobustiti anche da un certo numero di ricercatori persino più conservatori, come anche la parte cattolica è costretta ad ammettere (Wikenhauser, 205).
Il quarto Vangelo vide la luce come minimo intorno all'anno 100, mentre il martirio dell'apostolo Giovanni ebbe luogo alcuni decenni prima, giacché venne ucciso col fratello Giacomo (Atti, 12, 2) nel 44, durante il regno di Erode Agrippa I, oppure (più verosimilmente) nel 62, insieme a Giacomo, fratello del Signore.
Nel Vangelo di Marco, il martirio dell'Apostolo (passato serenamente a miglior vita in età avanzata, secondo la dottrina della Chiesa) è profetizzato dallo stesso Gesù, vale a dire che Marco gli attribuisce successivamente la paternità della profezia. Allorché Giacomo e Giovanni lo pregano di poter sedere alla destra e alla sinistra della sua gloria, egli domanda: "Potete bere il calice, che io dovrò bere, o patire il battesimo col quale sarò battezzato?"; e quando essi risposero affermativamente, egli profetizza (con gli Evangelisti, all'incirca fra gli anni 70 e 80!!): "Voi berrete il calice che io dovrò bere, e anche voi sarete battezzati col battesimo, col quale sarò battezzato"(5*).
Il calice di cui parla Gesù riguarda evidentemente il suo martirio e, altrettanto chiaramente, quello dei due apostoli Giacomo e Giovanni. Di Giacomo, figlio di Zebedeo, è nota anche la morte come martire, e sicuramente Marco era al corrente anche del martirio di Giovanni, altrimenti non avrebbe messo in bocca a Gesù quella frase, un chiaro "vaticinium er eventu". Sia il Martirologio Siriano sia quello Armeno del 411 menzionano come martiri "Giovanni e Giacomo, gli Apostoli, a Gerusalemme"(6*).
Contro la paternità dell'apostolo Giovanni depone poi il
fatto che fu sostenuta per la prima volta da Ireneo (adv. haer. 3,
1, 1), alla fine del II secolo; mancano testimonianze precedenti,
e tutte quelle successive poggiano sulla prima.
Per altro, Ireneo si lascia sfuggire diverse imprecisioni
significative: ha confuso, probabilmente non a caso, l'apostolo
Giovanni, che, a suo dire, visse in Efeso fino ad età avanzata,
col vescovo Giovanni di Efeso, che visse in quella città intorno
all'anno 100(7*). Come attesta il vescovo Papias, questo
Giovanni, una personalità evidentemente assai stimata in Asia
Minore, si chiamava ancora intorno al 140 Presbyter, e subito
dopo Apostolo.
E' degno di nota in questo contesto che l'autore della Seconda e
della Terza Epistola di Giovanni, che la Chiesa assegna, come
d'altra parte tutti gli scritti giovannei, all'Apostolo, ogni
volta si definisce all'inizio come "Il Presbyter".
Ma perché, se egli era l'Apostolo? Perché lo stesso Padre della
Chiesa Gerolamo(8*) disconosce all'Apostolo la Seconda e la Terza
Epistola di Giovanni?
E perché persino il papa Damaso in un indice dei libri della
Bibbia, da lui composto nel 382, attribuì due delle Epistole di
Giovanni non all'apostolo Giovanni, bensì a un "altro
Giovanni, il Presbyter" (alterius Johannis presbyteri)?(9*).
Analogie onomastiche hanno spesso condotto la Chiesa antica a
scambi vantaggiosi ovvero a vere e proprie azioni di contrabbando:
in maniera del tutto analoga, ad esempio, sempre in Asia, alla
fine del II secolo, l'"Evangelista" Filippo, più volte
menzionato negli Atti degli Apostoli, divenne l'"Apostolo"
Filippo. Lo stesso Ireneo, inoltre, ha confuso Giacomo, fratello
dell'apostolo Giovanni, con Giacomo, fratello di Gesù.
A sfavore dell'identificazione dell'apostolo Giovanni col quarto
Evangelista depone anche il fatto che il più esperto conoscitore
dei fatti della Chiesa d'Asia Minore, il vescovo Ignazio (Ignat.
Eph. 12, 2), non ne sa nulla: non se ne trova il minimo accenno.
In una lettera agli efesini, Ignazio ricorda espressamente Paolo
(Ign. Eph. 12,2), il celebre fondatore di quella comunità, ma
non cita neppure di passaggio l'apostolo Giovanni, che sarebbe
vissuto e avrebbe operato a lungo proprio lì, amato e venerato
da tutti, fin quasi ai giorni della nascita dell'opera di Ignazio.
Le lettere di Ignazio, poi, non denotano alcuna influenza del
quarto Vangelo, che pure avrebbe potuto fornire argomentazioni
brillanti a questo fiero oppositore degli eretici.
Pesanti riserve, infine, contro la composizione di questo Vangelo da parte dell'apostolo Giovanni scaturiscono dal carattere del testo medesimo. Sarebbe stato scritto ben diversamente, qualora fosse stato redatto dal figlio di Zebedeo, il discepolo di Gesù, o sarebbe stato perlomeno una garanzia della personalità del suo redattore; infatti, lo spirito dell'Apostolo, quale è a noi noto attraverso i Sinottici, nulla ha a che fare con l'Evangelista.
Il quarto Vangelo è lo scritto più antiebraico del Nuovo Testamento: cosa ben strana, se Giovanni, il missionario fra i giudei, una delle "colonne" della comunità gerosolimitana, fosse divenuto un tale *odiatore* di ebrei. E poteva forse lui, l'ebreocristiano, continuare la teologia paolina, fondamento del Vangelo di Giovanni, ma combattuta dalla primitiva comunità giudaicocristiana?. E come si concilia il Giovanni sinottico, il "figlio del tuono" (Mc. 3, 17), col pacifico, dolce discepolo preferito di Gesù del quarto Vangelo? E com'è che questo Vangelo, che menziona vari discepoli di Gesù, non cita mai Giovanni e Giacomo, figli di Zebedeo, tanto spesso in primo piano nel racconto dei Sinottici?
E infine: se l'autore del Vangelo fosse davvero l'apostolo
Giovanni, lo avrebbe scritto all'età di circa 100~120 anni, due,
tre generazioni dopo la morte di Gesù; il che è francamente
inverosimile: già da decenni erano stati scritti Vangeli da
altri, che non avevano conosciuto Gesù; perché avrebbe dovuto
aspettare per tanto tempo? Forse per la fiacchezza della memoria
propria dell'età avanzata, con la quale oggi si cerca di
giustificare le contraddizioni fra il Vangelo di Giovanni e i
Sinottici?
Ma si tralascia o si sottace che "Giovanni", a dispetto
dei disturbi di memoria, ha tenuto a mente più di loro discorsi
di Gesù assai più ampi!, che stridono in modo davvero singolare
con l'ispirazione divina e le amnesie! e che anche i Sinottici
spesso si contraddicono, benché le differenze fra il quarto
Evangelista, presunto testimone oculare, e i suoi predecessori,
siano particolarmente grossolane e numerose.
Vediamo ora di fare una breve verifica.
Molte affermazioni del quarto Evangelista sono assolutamente
inconciliabili coi Sinottici
Nei Sinottici Gesù chiama i suoi primi discepoli dopo l'arresto
del Battista, in Giovanni prima (Cfr. Mc. 1, 14 con Jh. 1, 35 sgg.);
nei Sinottici li chiama in Galilea, in Giovanni nella Giudea; nei
Sinottici li incontra mentre pescano sul lago di Genezareth, in
Giovanni sono discepoli di Giovanni il Battista (Cfr. Mc. 1, 1620;
Mt. 4, 1822; Lc. 5, 111; Jh. 1, 355 1); nei Sinottici Gesù
sceglie prima di tutti Pietro e Andrea, in Giovanni prima un
anonimo e Andrea, quindi Pietro (ibid.). Nel quarto Vangelo ciò
non viene narrato, ma molti vorrebbero superare le contraddizioni
del testo dicendo che solo un secondo incontro con Gesù avrebbe
condotto alla definitiva unione coi discepoli. In effetti, il
fatto che nei Sinottici gli obbediscano immediatamente,
costituisce proprio il punto culminante della storia(10*).
Secondo Marco, Gesù avrebbe iniziato la sua attività pubblica
dopo l'arresto del Battista da parte di Erode; nel Vangelo di
Giovanni egli ha per qualche tempo operato insieme a lui (Cfr. Mc.
1, 14 con Jh. 3,22 sgg. e 4,1). Un evento tanto clamoroso come la
purificazione nel tempio, che in Matteo e Luca si verifica il
primo giorno dopo l'ingresso di Gesù in Gerusalemme, in Marco il
secondo giorno, e in ogni caso, in tutti i Sinottici, verso la
fine della sua attività pubblica, in Giovanni accade all'inizio
di essa (11*). Diversamente dai Sinottici, Giovanni afferma che
Cristo cacciò dal tempio anche pecore e buoi, ma nel tempio non
si vendeva affatto bestiame, ma solo colombe!(12*).
L'unzione di Gesù in Betania costituisce in Marco la
conclusione della sua opera in Gerusalemme, in Giovanni, invece,
accade prima del suo ingresso in questa città(13*) Gesù
mantiene celata la sua missione messianica in Marco fino
all'interrogatorio davanti al Sommo sacerdote, in Giovanni appare
come Messia già nel primo capitolo, e pretende inoltre di essere
riconosciuto tale dappertutto(14*).
Nemmeno sulla data della crocifissione Giovanni si trova
d'accordo coi Sinottici:
secondo questi ultimi Gesù muore dopo aver festeggiato, il
giorno prima, il banchetto pasquale coi discepoli, il 15 Nisan;
secondo Giovanni viene crocifisso già prima della Pasqua, il 14
Nisan.
Nei Sinottici, che indicano solo una festività pasquale,
l'uscita in pubblico di Gesù abbraccia un anno, un lasso di
tempo che, data l'inaffidabilità della loro cronologia, non può
essere determinata con certezza, ma che tuttavia appare assai
verosimile; (certi teologi parlano addirittura di pochi mesi);
per Giovanni, invece, nel quale si riscontrano due, forse tre
differenti celebrazioni pasquali (Jh. 2, 13; 6, 4; 11, 55),
l'attività pubblica di Gesù durò almeno due anni, o anche tre,
come ritennero già Origene e Gerolamo.
Origene ci informa poi del fatto che, di fronte alle lampanti
contraddizioni fra la tradizione sinottica e quella giovannea,
molti cristiani giudicarono falsi i Vangeli, abbandonando la fede
in essi (15*) ciononostante il grande scrittore ecclesiastico li
esorta a ricercare il loro vero significato spirituale e ad
attenervisi, anche nel caso acclarato di un errore storico (ibid.).
Il Vangelo di Giovanni poté diventare utilizzabile dalla Chiesa solo mediante un opera di rimaneggiamento
Inoltre, questo Vangelo, nato probabilmente in Asia o in Siria
al principio del II secolo (come anche la Prima Epistola di
Giovanni), venne rimaneggiato alcuni decenni più tardi, perché
la Chiesa aveva condannato l'originale; e se non fosse stato
troppo noto e popolate, forse lo avrebbe fatto scomparire del
tutto. E così, verso la metà del II secolo, questo "scritto
eretico" venne ecclesiastizzato da un anonimo redattore,
che, limitandosi ad aggiunte senza ricorrere a soppressioni, non
poté evitare le incongruenze. Nel testo antico gli ebrei
figuravano quali creature del demonio: nella sua rielaborazione
la salvezza viene proprio da loro! (16*) Interpolazioni
ecclesiastiche più consistenti sono la pericope dell'adultera (Jh.
7, 53; 8, 11) e l'intero capitolo 21 (17*) . Si può desumere,
insomma, che il Vangelo si concluda col capitolo 20.
Il rimaneggiamento ecclesiastico si propose, fra l'altro, di far
apparire il Vangelo come opera dell'apostolo prediletto Giovanni;
e anche se il suo nome non viene menzionato, esso provvide non
senza astuzia a che si imponesse, per così dire, da solo. I
cristiani d'Asia Minore credevano di sicuro alla paternità
dell'Apostolo, evincendone il nome dal testo più agevolmente che
se egli stesso lo avesse dichiarato apertamente.
Negli ambienti "ortodossi", come già accennato, in un primo momento il Vangelo di Giovanni, pur così popolare, non godette di una buona fama. Gli "eretici" Valentino ed Eraclio lo rivalutarono per primi, riconoscendovi l'espressione di una personale convinzione religiosa(18*). Eraclio ne scrisse persino il primo commento. Sembra anche che Io preferissero gli eretici montanisti; al contrario, non viene menzionato da nessuno dei Padri apostolici. E persino la Roma ecclesiastica vi si contrappose duramente sulle soglie del II secolo, talvolta con repulsione esplicita (19*). In seguito, però, la Chiesa cominciò a porre in secondo piano o a reinterpretare attraverso il quarto Vangelo i Sinottici, più antichi e perciò più arretrati. In fondo, per gli scopi della Chiesa ufficiale, esso appariva più fecondo, nella misura in cui con la sua rappresentazione di Cristo e con ciò ci ricolleghiamo ad altre osservazioni il processo di divinizzazione di Gesù era pressoché compiuto.
Karlheinz Deschner prosegue appofondendo la sua analisi:
"Giovanni" e il suo Eroe: In questo Vangelo, ormai
profondamente caratterizzato da tratti teologici e apologetici,
il Gesù storico non ha più alcun ruolo.
Secondo una sua esplicita attestazione, esso venne scritto per
provare la divinità del Cristo (Jh. 20, 31).
Le notizie dei Sinottici, usate dall'Evangelista a suo
piacimento, vengono spesso radicalmente riplasmate; si comporta,
come è stato spesso osservato, come un drammaturgo nei confronti
della sua materia (20*). La Galilea, patria di Gesù, nei
Sinottici il palcoscenico autentico della sua attività pubblica,
qui scompare:
Gesù, opera perlopiù a Gerusalemme, sicuramente una reazione
apologetica all'accusa degli ebrei, secondo la quale il divino
Messia, originario del villaggio di Nazareth, per tutta la vita
avrebbe predicato davanti alla povera gente ignorante della
provincia, limitandosi a una brevissima comparsa a Gerusalemme.
Parole o echi del Gesù sinottico sono rare nel quarto Vangelo;
eppure proprio i discorsi rappresentano la materia più
importante dei Sinottici: spesso è assai incerto se parli Gesù
o "Giovanni", tanto è impercettibile il trapasso dalla
narrazione al commento (21*). Il Cristo giovanneo parla solo in
apparenza con la gente con cui l'Evangelista lo circonda; essa
scompare dopo aver servito alla tecnica e alla dogmatica del
narratore, il quale predica ormai alle comunità cristiane del lI
secolo, come ben dimostra il "colloquio" di Gesù con
Nicodemo, bramoso di salvezza (Jh. 3, 1 sgg.), che l'autore pone
di fronte a tutta una serie di dogmi creati successivamente, che
Nicodemo non avrebbe mai capito, come, del resto, tutti i
contemporanei di Gesù. Né era il suo linguaggio, ma quello
dell'Evangelista, il quale scriveva per persone colte, con
esangui allegorie e didattica monotonia, per combattere contro
gli "eretici". Il Gesù storico non avrebbe
entusiasmato le masse con discorsi simili, e i suoi avversari non
lo avrebbero ritenuto pericoloso, ma tutt'al più pazzo.
Le tradizioni sinottiche intorno a Gesù, già assai lontane
dalla realtà storica, nel Vangelo di Giovanni vengono
completamente mitizzate. La concezione della "vita eterna"
diventa più rilevante del "Regno di Dio" (Solo Jh. 3,
35), la figura del Messia rimuove l'idea del regno messianico, la
sublimità del Predicatore l'oggetto della predicazione. Mentre
il Gesù sinottico parla relativamente poco di sé, qui si
colloca al centro dell'attenzione e fa della propria missione e
divinità l'oggetto quasi esclusivo della propria predicazione.
Già nel III secolo lo scrittore Origene osserva che nei 5
Sinottici Gesù appare ancora più "umano" (22*).
In realtà, in "Giovanni" egli viene pressoché
divinizzato e, a differenza dei predecessori, si aggiunge anche
la tesi della sua preesistenza: egli proclama che Gesù è stato
prima di Abramo e che la fede nella sua mediazione è il
presupposto per ottenere la salvazione: "chi vede me vede il
Padre" (23*). Molti attributi religiosi propri del tempo
vengono assegnati a Gesù, tanto che molte definizioni mal si
conciliano fra loro, come "Re dei giudei" e "Redentore
del mondo". Il Cristo giovanneo è giudice del mondo e viene
chiamato addirittura "Dio" (Jh. 5,22 sg.; 20, 28).
Si cominciarono a percepire come strane le preghiere di Gesù a
Dio, che sarebbe dovuto essere lui stesso: il quarto Evangelista
inserisce ripetutamente ed eloquentemente l'osservazione che
l'atto della preghiera viene compiuto esclusivamente a uso e
consumo delle persone che sono intorno a Gesù! Infatti, anche
questo informatissimo Evangelista non sa ancora nulla delle sue
due nature; il suo Cristo già si vanta: "Chi fra voi può
attribuirmi una colpa?", mentre in Marco leggiamo "Perché
mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio soltanto" (Cfr.
III. 8, 46 con Mc. 10, 18).
Il Cristo giovanneo è divenuto l'araldo di se stesso: fin
dall'inizio incede nel mondo come l'Agnello di Dio, onnisciente e
onnipotente, affrontando la morte senza batter ciglio. Ogni
tratto d'umanità viene accuratamente evitato. Della lotta con le
(23*) profonde angosce spirituali del Gesù sinottico nel
Getsemani non v'è più traccia; e durante l'arresto il suo
atteggiamento è mirabilmente maestoso(24*). E non manca il
miracolo: una sola parola e gli sgherri s'abbattono al suolo (Jh.
18, 6).
Per la verità su questo evento già nei Vangeli più antichi
c'è qualcosa che non collima: mentre, ad esempio, Marco si
limita a presentare gli sgherri inviati dai Sommi sacerdoti e
dagli Anziani, in Luca compaiono anche costoro.
Per quanto riguarda la morte di Gesù, nel quarto Vangelo egli
non spira col grido di disperazione raccontato da Marco e Matteo,
ma col detto eroico, più esattamente eracleico: "E'
compiuto" . Infatti, allo stesso modo spirò anche Eracle,
uno dei modelli più sorprendenti della figura biblica di Cristo.
Nel Vangelo apocrifo di Pietro (vers. 10), apparso verso la fine
del II secolo, Gesù tace "come se non sentisse alcun dolore".
Il Padre della Chiesa Gregorio di Nissa (IV secolo) sostiene
addirittura, per provare la divinità di Gesù, che alla sua
nascita soprannaturale corrisponde una fine soprannaturale, e che
perciò "la sua morte fu priva di sofferenze".
Da un decennio all'altro la tradizione intorno a Gesù si evolve
sempre più in senso miracolistico: il Vangelo più antico,
composto fra il 70 e l'80, viene migliorato da Matteo e Luca, che
scrivono fra l'80 e il 100, a loro volta superati di gran lunga
dal più recente quarto Vangelo. Tale processo è poi portato
avanti dai cosiddetti Vangeli Apocrifi, coi quali l'attività
missionaria e la cristianizzazione sono proseguite né più né
meno che con quelli autentici.
Ciascun'opera tenta, per usare le parole del teologo Cullmann,
"di far meglio dei predecessori", oppure, come scrive
il teologo Marxsen, "si sente in dovere di aggiornare.., il
vecchio" Ma l'ininterrotto processo di sublimazione
dell'immagine di Gesù si può evidenziare ancor più chiaramente
attraverso l'analisi della tradizione evangelica dei miracoli,
come si mostrerà, seppure brevemente ... etc... etc...
>Aetos wrote:
>> stiamo scherzando spero!
>> da quando in qua *Giovanni* è "certezza"?
Don Sergio Simonetti scrive:
>Solo da circa 2000 anni ^___^ , solo da circa 2000 anni
carissimo Aetos. E non tirare fuori la bufala che il Vangelo di San
Giovanni Apostolo non sia vera Parola di Dio o che risalga a dopo
il 70 d.C. Queste pifferate lasciale al Donnini.......
>saluti don Sergio
>>(S.Giovanni non fa inganni)
saluto e rimango in attesa di sapiente replica
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