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Un viaggio durante il quale il fantasma del Tibet aleggerà costantemente assieme alla questione più generale dei diritti umani e del dissenso in Cina, della pena di morte e del controllo nucleare nel Continente indiano e asiatico, nonostante l'intenzione di Clinton di non creare attriti.

E' cresciuta in questi ultimi anni negli Stati Uniti un'opinione pubblica favorevole alla causa tibetana al di là dei tatticismi politici che una parte del Congresso attribuisce ai "ricatti" di Pechino verso Clinton, sospettato di aver ricevuto finanziamenti illeciti cinesi per la sua campagna elettorale.

A tenere sempre viva l'attenzione attorno al popolo delle nevi c'è la figura carismatica del Dalai Lama esaltata dai due film Sette anni in Tibet di Annaud e Kundun di Scorsese che parlano della sua infanzia, dei suoi tentativi di trattare pacificamente con Pechino, dell'invasione cinese del Tibet nel '49, della sua fuga finale in India attraverso l'Himalaya nel 1959.

A tenere desta l'attenzione verso quest'uomo insignito del Nobel per la Pace e verso il suo popolo ci sono le star internazionali che, come Richard Gere, propagano quasi quotidianamente messaggi a favore dei diritti umani in Tibet.

Clinton ha sicuramente messo in conto il rischio d'immagine nel caso decidesse in Cina di tenere fuori il caso-Tibet dai suoi colloqui e dalle dichiarazioni pubbliche. Ma a dargli una mano, quasi a toglierlo anticipatamente d'impaccio, è intervenuto nei giorni scorsi proprio il Dalai lama, da quasi mezzo secolo simbolo della resistenza 'non violenta' anti-cinese.
"Demonizzare e isolare in questo momento la Cina sarebbe un grave errore", ha detto, riferendosi alla posizione di una parte del Congresso Usa che proponevano qualche forma d'embargo o di sanzione contro Pechino come forma di pressione sul tema dei diritti umani. A dare forma politica alle richieste dell'opinione pubblica statunitense ha già pensato in realtà il segretario di Stato, la signora Albright, durante gli incontri che all'inizio della primavera hanno preparato la visita del presidente Clinton.

La Albright ha insistito molto sul tasto Tibet, proponendo la ripresa del dialogo interrotto fin dalla fuga del Dalai Lama nel '59, anche se informalmente i contatti sono ripresi negli anni 80 con Deng Xiao Ping, per poi interrompersi definitivamente dieci anni fa.
È dell'estate del 1988 la proposta del leader tibetano di un piano in cinque punti che - sgombrando il campo da ogni precedente richiesta d'indipendenza - offriva il suo rientro e quello dei centomila esuli in cambio di una semplice autonomia amministrativa e della creazione, in Tibet, di un'area smilitarizzata e denunclearizzata, una sorta di 'oasi' sperimentale per la salvaguardia dell'ambiente e laboratorio per la Pace.

Gli Stati Uniti non hanno mai preso una posizione ufficiale su questo piano, che la Cina ha rigettato accusando il Dalai Lama di nascondere in realtà mire indipendentiste (senza parlare del gelo sceso tra Pechino e il resto del mondo quando al Dalai Lama è stato concesso il Nobel all'indomani della strage di Tienanmen). Attualmente il problema più sentito per uomini e donne, in gran parte nomadi, distribuiti tra la capitale Lhasa e le regioni dell'Amdo, del Qinghai, della Regione autonoma, è quello della sopravvivenza.
Le condizioni di vita e climatiche sugli altipiani sono sempre state difficili, ma l'appena trascorsa stagione invernale ha visto un'emergenza neve senza quasi precedenti. Quasi ovunque c'è stata una decimazione delle mandrie di yak e di pecore.
I nomadi delle prefetture di Ngari e Naqu hanno perso anche il 90 per cento dei loro animali e ovunque le montagne sono cosparse di carogne animali, compresi quelli selvatici come kyang, antilopi, mufloni.

Un disastro immane che non si ricorda a memoria d'uomo, forse legato alle recenti variazioni climatiche del Niño. In ogni caso ci vorranno degli anni prima che le condizioni di vita dei nomadi si ristabiliscano.

Oltre a queste esigenze materiali immediate, che solo la solidarietà internazionale potrebbe risolvere (sempreché i cinesi autorizzino gli organismi non governativi a intervenire), c'è la dolorosa frattura spirituale tra i tibetani e il loro leader in esilio, del quale non possono tenere in casa né sugli altari nemmeno la fotografia.

Secondo le sempre più frequenti denunce filtrate attraverso le fitte maglie del regime, i monaci sono costretti a seguire dei corsi di rieducazione al termine dei quali devono firmare un abiura verso gli insegnamenti del Dalai lama, pena l'espulsione dai loro monasteri e il ritorno nei villaggi d'origine, con un marchio 'politico' non certo gradito agli eventuali datori di lavoro.

Nelle scuole, dove la lingua tibetana è studiata di fatto come seconda lingua, gli insegnanti spiegano agli studenti che la religione, come già sosteneva Mao, è 'un veleno'.
Di conseguenza i restauri di templi e monasteri realizzati e pubblicizzati dalle autorità servono in realtà soltanto per i turisti che sempre più numerosi chiedono di poter visitare il 'magico Tibet'.

Un Tibet che, con la lingua e la religione in pericolo, è poco più di una cartolina. Senza contare che le moderne costruzioni cinesi, com'è avvenuto soprattutto a Lhasa, hanno stravolto anche certi paesaggi di grande suggestione come l'antica capitale e il Potala, il palazzo che fu del Dalai Lama.
Ma la più grave conseguenza della presenza cinese è l'inevitabile integrazione e assorbimento dei tibetani.

I giovani cercano di parlare anche tra loro il cinese, nella speranza di fare carriera nelle strutture del governo, negli studi o nel commercio con Pechino.
Inoltre, milioni di han (l'etnia cinese di maggioranza) si sono ormai trasferiti in Tibet, dominando le strutture economiche e riducendo a minoranza i tibetani nel loro stesso paese. Difficili le vie d'uscita.

Le intenzioni politiche dei cinesi, oltre a restare ferme nell'intenzione di mantenere lo status quo, puntano a un controllo anche dell'ultimo spazio 'libero' nell'animo dei tibetani, il legame spirituale, e quindi intimo, con la religione e i loro maestri.
Dopo la morte del precedente Panchen Lama, membro del Comitato centrale del partito cinese e seconda figura spirituale del buddismo tibetano, i cinesi si sono affrettati a cercare la sua reincarnazione.

Ma quando il Dalai Lama ha individuato lo stesso bambino, il piccolo Gedun, in un povero villaggio di nomadi dell'Amdo, i cinesi hanno scelto di nominarne un altro al suo posto.
Così oggi ufficialmente il titolo di Panchen, in Cina, è detenuto da un altro fanciullo ancora ignaro dei retroscena politici, mentre Gedun si trova da qualche parte "sotto sequestro" delle autorità cinesi che si limitano a dire ufficialmente che sta bene, e che la sua sorte riguarda gli 'affari interni' della Cina.

Anche alla luce di questa vicenda molti osservatori ritengono in serio pericolo la prosecuzione del lignaggio spirituale dei grandi lama tibetani, compreso il Dalai.
Non è escluso infatti che alla sua morte i cinesi tenteranno di 'nominarne' uno d'ufficio.
E i suoi discepoli in esilio avranno serie difficoltà a raccogliere attorno a un'altra figura, fosse anche l'autentica reincarnazione del'attuale Dalai Lama Tenzin Gyatso, la stessa simpatia e solidarietà internazionale.

Va detto che, in una situazione come questa, non sono poche le spinte 'estremiste' da parte degli stessi tibetani esuli che, come i giovani dello Youth Congress, iniziano a contestare il metodo non violento del Dalai Lama come strumento efficace per risolvere i problemi del proprio paese, e recentemente, per la prima volta nella storia, un gruppo di studenti ha preso a sassate un'ambasciata cinese in Cina, mentre altri dirigenti hanno annunciato l'inizio di una rivolta armata anti-cinese. Prospettive che atterriscono il Dalai Lama, che non ha potuto impedire poco tempo fá la 'violenza' di uno sciopero della fame a oltranza (interrotto dalla polizia indiana) di sei tibetani e il suicidio con il fuoco di un quarantenne, Thubten Ngodup. (1998)
Ringrazio Antham per la preziosa collaborazione

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