Venezia: acqua - musica - paesaggi sonori.

Una conferenza per il convegno "Civiltà d'acqua", organizzato da Romagna Acque, giugno 2000.

 

 

Venezia: acqua - musica - paesaggi sonori.

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 Il Mare, per il navigante, è simile al mistero di una partitura musicale osservata con lo sguardo del musicista: essa deve essere scoperta, interpretata, attualizzata. E così, lungo la storia dell'uomo, di tutti gli uomini della terra, si è navigato il mare o l'immensità di senso dei suoni armonici nell'identico modo, là dove l'acqua è la metafora della musica stessa, linguaggio fluido e capace di adattamento alla forma in cui penetra, e per questo, potenzialmente, linguaggio universale.

 Il dominio sulla superficie delle acque, così come quello della composizione musicale, è fatto di intelligenza e di tecnica, rivolte all'osservazione della natura. Da Venezia, isola circondata dalle acque, da una sofferta, difficile separazione, inizia la civiltà che dall'arte di costruire palafitte e barche, lavorare i legni e fabbricare cordami, giunge all'invenzione del violino; dall'arte del trattare e trasformare il legno per indurirlo e farlo resistere alla corrosione dell'acqua, sviluppa l'industria del libro a stampa e della diffusione dei saperi; dalla cultura del mare e del viaggio l'universalità, la curiosità di uomini galleggianti sul mistero degli oceani; dalle ineffabili suggestioni degli abissi al pensiero della musica e del divino.

 

Claudio Ronco, Venezia, maggio 2000.
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Appunti.

"...Quando gli ebrei che commerciavano in Venezia si accorsero che era troppo costoso dover uscire ogni sera da una città dalle mura di acqua, ebbero quell'isola -casa e prigione al tempo stesso- che si chiamò il Ghetto; era il 29 marzo del 1516. Qualche anno dopo, nel 1523, fecero stampare su carta un maggior numero di multipli della loro conoscenza: il Talmud, ovvero lo "studio", la "tradizione orale", data come indissolubile compendio alla Torah: il Libro. Quando venne preso in considerazione l'uso della carta anziché della pergamena, e della stampa a impressione anziché della penna tagliata ad arte, si pose per la prima volta il problema di "scolpire" le lettere dell'alfabeto intagliandole nel legno, e di dividere testi che già da tempo avevano cessato di fluire da rotoli come fiumi o ruscelli, in pagine e volumi più simili ai solidi edifici delle grandi città.
Sulle pagine di quella prima edizione, il testo talmudico e i vari commentari erano disposti in maniera molto originale: su ogni pagina gli scritti si incrociavano, intersecavano, quasi sovrapponevano in mappature da geografo, fra diverse dimensioni, caratteri, direzioni di scrittura. Apparivano all'occhio complesse e piacevoli carte cifrate, simili a espansioni inarrestabili di un centro graficamente concepito, eppure invisibile, inafferrabile, ineffabile. I Rabbini che se ne occuparono chiamavano le lettere dell'alfabeto i "cavalli di fuoco", le parole "carri di fuoco", e il testo era "fuoco nero su fuoco bianco". Non si poteva far altro che camminare, attraversare, navigare indefinitamente, o infinitamente, nella materia di quel testo: così, in quel modo, uno scritto si liberava del suo "peso" di libro, e la leggerezza acquisita era quella della fiamma, non dell'aria, "quella dell'uccello -per dirla con Paul Valery-, e non della piuma". E il violinista? Non dava forse "fuoco" alle sue note, per trascinare il pubblico nell'emozione, per "convincerlo" dell'esistenza di quel mondo separato, invisibile eppure vivo, che è la musica? E la partitura su cui suona, non è forse un luogo di continua ricerca di significati e valori?
Ad altro occhio attento, quelle pagine di Talmud veneziano potevano sembrare diverse mappe di Venezie possibili, in alternanze di percorsi d'acqua e di terra, coordinati o definiti dalla natura delle correnti, e non da strategie o ideazioni umane. Là, ogni regola o legge era cosa da scoprire, e non da inventare, così come in musica era solo la natura della voce umana o del violino o del flauto a comporre le strutture di una metodologia e di una tecnica per il linguaggio e l'espressione musicale.
La divisione del testo talmudico nei primi ottanta volumi stampati a Venezia nel Cinquecento non cambiò più: tutt'ora si ristampa in quella forma, e in quella forma lo si studia, proprio per liberarlo da quella o da qualsiasi altra forma: il Talmud è un libro in cammino, in movimento continuo, per un'umanità in cammino. Non è diversa da questa vicenda quella della partitura musicale, dove al problema di comporre un foglio con segni musicali intagliati nel legno, imitando il gesto veloce e chiaro della penna, si univa quello della complessità di indicazioni interpretative a margine del testo.
Si stampava solo per divulgare? Certamente non solo per quello: il risultato era una più attenta osservazione della tecnica del linguaggio, e dunque anche la conservazione di una cultura elevata dal continuo compenetrarsi di diverse idee e intuizioni, intorno a un oggetto comune: una tradizione osservata e conservata, eppure in incessante movimento e trasformazione.
Camminare osservando, osservando conservare, conservando ricongiungere, nei vuoti delle dilatazioni della materia in continua espansione, le energie del divino: questo compito si svolge in infiniti diversi modi, sicché, nell'ebraismo, il Talmud insegna che il Messia non è in qualche luogo o tempo più o meno vicino o lontano da noi, ma è presente in ogni essere umano, in ogni luogo e in ogni tempo; per l'ebraismo il Messia è diviso, separato: l'energia dell'espansione primordiale che tende a disperderne i frammenti è quella che lo studio e l'amore convertono all'unione e al "ritorno": il "Tikkun", la ristrutturazione. Per questo, in ebraico, un libro non si "legge", ma si "apre" - come nel necessario gesto corporeo prima di leggere -, e il suo contenuto si "apre" nel mondo, si "dona" al mondo. Non è forse così anche con la musica? Negli ampi movimenti dell'arco che scorre sulle corde del violino, o nella gestualità del cantante, tutto è donarsi, aprirsi al mondo, vivere nel respiro appassionato fra l'artista e il suo pubblico.
E il gesto intimo del disegnare la lettera o la nota musicale seminando inchiostro sul campo fertile della pergamena, si ripete e si espande nel mondo con la lettera intagliata e inchiostrata che si imprime sulla superficie soffice della carta, nell'arte accorta e rigorosa del tipografo. Nell'espandersi della voce impostata ad arte di un cantante o del violino di un virtuoso si ripercorre l'incessante viaggio interiore che scopre e svela gli equilibri più segreti della natura del mondo e dell'idea del divino, né più né meno quanto colui che stende le vele della sua nave muove se stesso nell'osservanza accorta di una perfetta armonia fra i suoi strumenti di navigazione e la natura dei venti e delle correnti.
Arte dopo arte, ogni téchne si dispone a "servire" qualcosa: l'ebreo è servo del Libro? Il violinista è servo del violino e della sua musica? Il navigante è servo della sua nave sull'oceano? Credo che questa servitù, questa umile condizione di "servi", sia necessaria all'esistenza, poiché altrimenti lo strumento dell'arte non può giungere a una liberazione, né far scivolare fuori da se stesso una verità universale, muoverla nel cielo e nella terra, darla alla vita, sempre.
In fondo, a Venezia ci si muove più che altro scivolando sull'acqua, che di quando in quando traspare, e trasparendo ci fa meditare sul mondo di sotto e su quello di sopra, e nessuna arte, sia essa nobile o popolare, può veramente abitare solo uno di quei luoghi."

 

(Claudio Ronco, 1999)

 

 

 

Venezia: acqua - musica - paesaggi sonori.