Bach à Venise



extraits

RADIO SUISSE ROMANDE
ESPACE2

Un réportage de David Meichtry
avec le violoncelliste Claudio Ronco

 

 

Quinta Suite:

Il dolore e la guarigione.

estratto

«L’illusione ci appaga, rasserena, convince. Il dolore diventa ciò che accidentalmente può accadere, ma solo per pochi istanti, in attesa della sua tecnologica risoluzione e della conseguente riemersione alla normalità; non vi è abisso in cui cadere, se non per un disgraziato e casuale evento di cui non si fa nome e si evita di parlare, lasciando che il veloce sopraggiungere della morte sia, anch’esso, reso “il più tecnologicamente possibile” indolore.
Ma per l’uomo antico il dolore era prova suprema, esperienza di contatto col divino, preparazione e presentazione del sé al momento estremo di una morte che era “trapasso” ad altra vita ed altra coscienza. Un’intera esistenza, dunque, guidata e costruita sulla traccia del dolore corporale, sulle orme di questo, incise –dolorosamente! – nelle carni e nello spirito.»

C. R.

 

Le suggestioni musicali

Una frase musicale si esprime nelle voci acute; subito dopo si ripete in quelle gravi; la suggestione è immediata, anche se forse non del tutto cosciente: con il discendere ai bassi della voce, noi discendiamo nelle profondità della nostra anima. Una frase musicale si sviluppa su uno schema ritmico regolare e preciso, e poi d’un tratto lo esclude, stringendo o allargando la porzione del modulo ritmico: il “corpo” della musica si affretta, oppure si acquieta verso un oggetto intorno al quale soffermeremo la nostra attenzione. Una o più note entrano in risonanza con le corde libere del violoncello: il nostro “discorso” entra in risonanza con quello divino, se ne fa ornamento, come un’aureola di luce.

Ed ecco ancora: si potrebbe immaginare la partitura di Bach come un cielo notturno... a fianco di una grande città, piena di gente, di rumori e di luci, in una notte limpida a noi appariranno molte stelle, tanto da farci credere di poterci perdere in quel numero. E così cercheremo subito con lo sguardo di rassicurarci rintracciando e riunendo in quel vasto cielo alcuni puntini luminosi, fino a ricostruire figure note, famigliari: le costellazioni.
A noi poco importa se quei puntini non siano stelle, ma pianeti o addirittura galassie lontanissime, solo all’apparenza simili a quelle, ma in realtà immensi vortici di altri e innumerevoli  puntini luminosi. Eppure, se solo ci allontaneremo un poco dalle luci delle città, o ancor più, se ci recheremo in un vasto deserto, allora ciò che apparirà del cielo ai nostri occhi sarà così immenso da risultare impossibile da accogliere nella nostra mente.
Questo cielo infinito, benché ci appaia come fosse dipinto su una superficie piatta, suggerisce la sua incommensurabilità, e da questa emerge la paura del vuoto, ma anche la paura del troppo pieno: horror vacui e horror pleni

Di fronte alla visione di infinite combinazioni possibili, l’intelligenza del compositore di musica pone la “griglia” di un sistema, legato a sua volta a un’estetica; l’interprete, a sua volta di fronte alla visione di infinite combinazioni possibili di accenti e intrecci, un’altra griglia la compone con un numero di possibili scelte, provenienti da una cultura estetica costruita col tempo e con la volontà di una catena di maestri. Tutto ciò è assai simile al cielo sopra una città abitata e vivace, dove l’insieme delle luci a terra diventa filtro al troppo vedere, sì che solo in parte noi si possa percepire l’infinito oltre il famigliare disegno del firmamento e delle sue costellazioni…

Per l’uomo antico, il “luogo” del dolore è, in qualche modo, il “tempio” più sacro e più arcano; nell’opera per violoncello di Bach, io individuo questo luogo nel Preludio della quinta Suite in Do minore, dove tutto è faticoso risollevarsi dall’abbattimento, dall’abisso, risvegliarsi al nuovo giorno con un atto di fede pura, incondizionata, espressa nel semplice atto di riemergere e risalire verso la guarigione. Ecco infatti una spiegazione comprensibile a quel particolare e unico sviluppo dato al Preludio: un tema di Fuga appare come figura della riemersione, ed è, paradossalmente, una Fuga espressa da una sola voce, capace di far intendere le altre soltanto per effetto dell’illusione creata dalla volontà di scoprirle e intenderle. Quella rigorosa Fuga ci appare come il risveglio e il ringraziamento del malato guarito per la vita e la strada ritrovata, l’ordine e l’equilibrio ristabiliti. Anch’essa scorre come l’acqua di un ruscello, di un fiume… ricorda quasi le parole di René Char, dove scrive: “Quand on a mission d’éveiller on commence par faire sa toilette dans la rivière.”
Nell’impressionante silenzio che si forma intorno alla nuda linea melodica della Sarabande di questa Suite, un’immensa saggezza sembra venirci a visitare; lì, ancora bruciante, si ritrova il dolore: come memoria, come monito. Forza, energia tellurica viene poi dalle Gavottes, e nuovamente il senso di mesto ringraziamento nella Giga Finale.

Quando ho inciso questa Suite credevo di conoscere il dolore; oggi, dopo una dura esperienza di quasi-morte e guarigione, ascolto la mia incisione un poco come faceva Pinocchio, ormai diventato bambino vero, nello scrutare il burattino che era stato…



continua con:

Suite VI

 

foto di:
Emanuela Vozza e Mauro Menin

 

 

 

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