I TESTI DELLE LETTURE DAL
LIBRO DI DAVID GROSSMAN


Da “Il Vento Giallo”, edizione italiana,
© 1988 Arnoldo Mondadori editore S.p.A.

 

Le parti sottolineate verranno lette in lingua originale da David Grossmn, e poi ripetute nella traduzione italiana da una voce recitante, che leggerà l'intero testo qui riportato. Le parti in corsivo sono frasi di collegamento scritte da Claudio Ronco. L'intersecarsi dei brani musicali avviene nei punti in cui sono indicati i titoli dei diversi brani.



LETTURA INTEGRALE DELLA PREFAZIONE DELL'AUTORE ALL'EDIZIONE ITALIANA.


(Sottofondo musicale: "Elegia per Israele" in versione elettronica)


“[...] il mio compito è porre il dito sulla piaga, descrivere —in un linguaggio contro cui il lettore non ha ancora fatto a tempo a corazzarsi— tutte le sfumature di una situazione esistente, infrangere facili stereotipi, far presente a chi lo avesse dimenticato che non è ancora scaduta l’importanza della morale umana.


LETTURA DI UN BREVE "POST SCRIPTUM" DELL'AUTORE,
A 14 ANNI DALLA PRIMA EDIZIONE DEL "VENTO GIALLO".


KLEZMER IMPROVISATION,
per due violoncelli e clarinetto.



pag. 231

Nel casamento in cui abito lavora, alla pulizia delle scale, un’araba. Si chiama Amunah, è di Ramallah. Ogni tanto converso con lei. Un bambino di tre anni, figlio di vicini, abituato a vederla sempre curva sul secchio dell’acqua, ci ha visti conversare ed è rimasto stupito; me ne sono accorto dalla sua espressione. Mi ha chiesto come quella lì si chiamava, e io gliel’ho detto. Poi mi ha chiesto perché parlavamo in arabo, e io gliel’ho spiegato. Allora lui ha riflettuto un po’, e mi detto così: “Amunah è un po’ essere umano e un po’ cane, vero?”. Gli ho chiesto perché diceva così, e lui: “è un po’ cane perché sta sempre a quattro zampe. È un po’ essere umano perché sa anche parlare”.


È l’anno 1987, quando David vive questi fatti e scrive queste parole:

pag. 233
Già da vent’anni viviamo in una situazione falsa e artificiale, basata su illusioni e sull’incerto equilibrio tra l’odio e il terrore, in un deserto di sentimenti e di coscienza, e il tempo che passa diviene pian piano un’essenza a sé, pesante e sospesa su di noi come un giallo e soffocante strato di polvere. Da questo punto di vista la situazione odierna —del nostro dominio sui Territori— rappresenta una grande sfida personale a ognuno di noi. Un bivio umano che pretende da noi azioni e impegno. In tal modo si può godere, a volte, per un attimo, una boccata di vera, fresca aria montana.
Albert Camus ha detto che questo passaggio obbligato dalla parola all’azione morale ha un nome. Si chiama: “divenire un essere umano”. Nel corso di queste ultime settimane, e vedendo quello che ho visto, mi sono chiesto quante volte durante gli ultimi vent’anni sono stato degno di chiamarmi “essere umano”, e quanti fra i milioni di partecipanti a questo dramma ne sono stati e ne sono degni.


RECITATIVO, per violoncello solo.



pag. 232

[...] Ho un brutto presentimento: temo che la situazione odierna continuerà a essere così com’è ancora per dieci o venti anni. A conferma di questo esiste una buonissima garanzia: la stupidità umana e il rifiuto di vedere come il disastro si approssima. Però sono convinto che arriverà il momento in cui dovremo pure far qualcosa, e può darsi che allora ci troveremo in posizioni peggiori di quelle in cui siamo ora.
E non è questione del dover giudicare e decidere che ha ragione e chi ha torto, se noi o loro, se la sinistra o la destra; è una questione di dati di fatto e di cifre, e di qualche altra cosa che esula dai dati e dalle cifre, di qualche cosa che si trova nella vaga e confusa zona che sta fra i cani e gi esseri umani. E chi non è pronto ad accettare simili speculazioni riguardo al futuro, che guardi, per favore, indietro: l’esperienza storica mondiale ha dimostrato che una situazione come quella che noi cerchiamo di immortalare qui non può durare a lungo. E se dura, richiede un prezzo disastroso.


AGNUS DEI


pag. 83
«Gli ebrei ci hanno buttato fuori di qui e gli ebrei ci hanno fatto ritornare» dice, sospirando, una vecchia, cieca da un occhio, che ci sta a sentire da sopra un tetto di una casa vicina, tra liste di lana di pecora da poco tosata stesa per arieggiarla. Come una parafrasi della preghiera che gli ebrei pronunziano sulla salma di un congiunto. “Iddio ha dato e Iddio ha ripreso” dice la preghiera; e qui: “l’ebreo ha dato e l’ebreo ha ripreso”, così le parole si traducono al mio orecchio.

 

RECITATIVO, per due violoncelli soli.



Radja Shahadah, avvocato e scrittore, nella Conferenza di Baghdad del 1978 creò un neologismo: ZUMUD, che significa “tener duro”, tenere tenacemente una posizione.

pag. 161
La Conferenza creò il “Fondo per l’Appoggio alla Resistenza Tenace”, che doveva inviare centocinquanta milioni di dollari all’anno ai palestinesi —e anche agli arabi inclusi nello Stato d’Israele dal 1948— ma in realtà quel fondo quasi si esaurì già nei primi anni perché gli Stati Arabi non mantennero la promessa di finanziarlo.

David dialogò con lui in inglese:

pag. 163
Dico a Shahadah che anche tra gli israeliani ci sono degli zamadin di questo tipo:degli ostinati che con una certa violenza passiva, nel mordersi le labbra e attendere, ostinatamente, vivacchiando in qualche modo finché non passa la bufera gente che non accetta la situazione così com’è ma non sa cosa fare per mutarla, e “si attaccano” (in ebraico "zamud" significa “attaccato con forza, afferrato”) alla loro volontà di non sapere e non sentire, si attaccano a una semiottusità, si immergono in una disperata e disgraziata sonnolenza morale, “svegliatemi quando tutto sarà finito”...

pag.164
“Vi succede, a voi israeliani, quello che il professor Leibovitch profetizzò subito dopo la guerra del ‘67. Disse, allora, che non è possibile imporre un regime di dominio senza divenire immorali. Perfino coloro le cui intenzioni erano del tutto morali sono pian piano precipitati in una situazione immorale. E la situazione diviene un mostro che vive per conto suo e non si può combattere. Un mostro di ingiustizia e di immoralità.
[…] E poi voi vi chiedete ancora: perché gli arabi sono così selvaggi, così violenti? Beh, come potete trattare la gente per tanti anni in un certo modo e aspettarvi poi che quella gente non reagisca?”
Io dico: “ A volte in Israele ci si chiede proprio l’opposto: perché è così facile dominarvi? Come spieghi il fatto che noi dominiamo più di un milione e mezzo di arabi, quasi senza che nemmeno ce ne accorgiamo? Se si desse la situazione opposta, noi non vi lasceremmo in pace nemmeno un minuto”.

 

RECITATIVO, per violoncello solo.


pag. 92
Il vecchio, Abu Kharb, sospira a lungo, si passa una mano sulla faccia, se la preme sugli occhi. I bambini lo guardano. No, il ritorno a casa non ha cambiato quello che questa gente provava per noi israeliani, non l’ha portata a amarci. E forse era da stupidi sperarlo. Abu Kharb si alza a fatica, mi accompagna fuori. Stiamo lì fuori a guardare insieme la valle così bela e il fumo che sale su dai Tabun, dai forni fatti di terra battuta impastata con fili di paglia, e si spande salendo su verso il cielo. I cespugli di spini fioriti e e margherite selvatiche inondano tutto l’orizzonte. Ho detto ad Abu Kharb che avevo deciso di chiamare questo libro “Il tempo giallo”, e lui ha sorriso e mi ha chiesto se avevo mai sentito parlare del vento giallo. Ho risposto di no. E allora lui mi ha raccontato di questo vento, del vento giallo che spirerà tra poco, e forse anche lui, Abu Kharb, farà a tempo a sentirlo sulla pelle: dalla porta dell’inferno verrà questo vento (perché dalla porta del Paradiso spira solo un vento fresco), e sarà quel vento che gli arabi del posto chiamano Riah Azpar, vento giallo, ed è un vento che viene dall’Est, dal deserto, un vento tremendamente caldo, un vento che a volte, con lo scadere di un certo numero di generazioni, di un certo numero di secoli, viene e incendia tutta la nostra terra, e allora tutti scappano a rifugiarsi nelle grotte e nelle caverne, ma, anche lì dentro, il vento raggiunge quelli che vuole raggiungere e cioè i malvagi e crudeli operatori del male, e lì, negli anfratti delle rocce, li uccide tutti a uno a uno. E poi, quando questo vento sarà passato, tutta la terra sarà coperta di cadaveri. E le rocce saranno infuocate e si fonderanno, e i monti si disfaranno in polvere e la polvere ricoprirà la terra come una coltre gialla.


ELEGIA PER ISRAELE


pag. 62
Ho timore di dover viver accanto a gente che si sente impegnata a eseguire un ordine imperativo, totale. Ordini totali obbligano a compiere, alla fin dei conti, azioni totali, e io, nebech, povero me, sono un essere incompleto e difettoso che preferisce fare errori riparabili invece di ottenere successi soprannaturali”

pag. 55
[…] chi cerca la giustizia assoluta rifugge anche lui da decisioni e da azioni, […] io non cerco una giustizia assoluta, né una resa-dei-conti storica, ma una possibilità di vita, cerco una vita possibile anche se solo imperfetta e appena appena sopportabile, facendo agli altri il meno male possibile.


KLEZMER IMPROVISATION,
per due violoncelli e clarinetto.



pag. 43
Dai sogni dei bambini del campo profughi di Kalandia emerge una realtà dura e minacciosa, riflesso di un mondo fragile e del tutto indifeso. La “trama” caratteristica di un sogno di questo tipo si svolge entro i confini del campo: i limiti del sogno sono molto permeabili, niente gli conferisce difesa e sicurezza, gente estranea invade la casa e tormenta il bambino. Spesso lo torturano a morte. I suoi genitori non sono capaci di difenderlo. Uno dei sogni ha attirato in special modo la mia attenzione: “l’esercito sionista circonda la nostra casa e vi irrompe. Mio fratello maggiore viene portato in prigione, dove lo torturano. I soldati continuano a perquisire la casa. Buttano all’aria tutto, ma non trovano quello che cercano (il bambino stesso che sogna). Lasciano la casa, ma poi tornano guidati da un vicino di casa traditore. Questa volta mi trovano, me e i miei parenti, tutti nascosti dalla paura, in un armadio”.
L’Olocausto compare in molti sogni dei ragazzi di Kiriat Arba. Una bambina undicenne scrive: “La mia amica e io abbiamo deciso di andare a Gerico. Tutt’a un tratto abbiamo sentito dietro a noi qualcuno che ci chiamava. Erano i miei genitori. Mi hanno detto che dovevo togliermi il segno giallo che portavo addosso. Era una toppa fatta di un grosso pezzo di carta gialla, significante che stavamo per i partigiani. Quella città, Gerico, era contro i partigiani. Tutt’a un tratto è arrivato qualcuno e ci ha portato in un bosco e ci ha ordinato di strisciare per terra insieme a tanta altra gente. Strisciando così siamo giunti a una galleria, ma solo a mio padre fu permesso di entrare, io e mia madre dovemmo continuare fino al posto destinato alle donne. Tutt’a un tratto ho visto qualcosa muoversi: era una vecchia che spuntava su da una tomba. Aveva la faccia coperta di terra”.
Il senso di colpevolezza appare solo nei sogni dei bambini ebrei. Così, per esempio, nel sogno di una bambina dodicenne di Kiriat Arba: “... All’improvviso qualcuno mi afferra, e vedo che questo succede a casa mia, ma i miei se n’erano andati, e i bambini arabi vanno su e giù nelle nostre stanze, e il loro padre mi tiene ferma, e porta la kefiyah e ha una faccia feroce, e io non m meraviglio affatto che sia così, che quegli arabi abitino ora in casa mia. Lo accetto come se così dovesse essere”.
Lo studio degli psicologi è vasto e particolareggiato, ma mi sembra che questi pochi esempi possano bastare. I sogni non concedono un rifugio, non apportano alleviamento. Non c’è in essi un attimo di pietà, un tocco di amicizia. In parte sono incubi la cui descrizione è perfino duro leggere, e più duro ancora è il pensare qual è il prezzo che i nostri bambini e i bambini degli arabi devono pagare vivendo nella “situazione vigente”, dalla quale non c’è scampo neppure nei sogni.
Lo scrittore J.M. Coetzee, anch’egli vivente in un paese senza pietà e preso in un intrico quasi disperato, citò, durante la cerimonia in cui gli fu conferito il Premio Gerusalemme, una frase di Nietzsche: “Abbiamo l’arte, per salvarci dal morire per colpa della realtà”. “ In Sudafrica,” disse Coetzee, “abbiamo oggi tanta realtà che l’arte non la può più contenere. Una realtà opprimente, che schiaccia ogni azione della fantasia.”
E anche i sogni —come la fantasia— sono schiacciati dal peso della realtà.


 


QUATTRO SCENE DAL MERCANTE DI VENEZIA


1) “JESSICA’S LOVE SONG”


pag. 38
“Non racconto mai ai bambini cose brutte su Israele” dice la ragazza grassottella, sistemandosi il maglione. “Ma racconto loro storie. Storie di animali”, dice ammiccando.
Cioè: apologhi esemplari.
“Per esempio... per esempio, che c’era una volta un albero e sull’albero c’erano tanti passerottini, e ci giocavano tutti allegri, e tutt’a un tratto venne un corvo nero e crudele e volle prendersi quell’albero per sé e scacciò via gli uccellini. E quelli erano tanto tristi, stavano per morire dal dolore, però poi si riunirono tutti insieme, e tutti insieme volarono sul corvo, in uno stormo grande e unito, e così riuscirono a scacciarlo dal loro albero.”
“L’hai inventata tu, questa storia?”
“Sì. Ho inventato anche altre storie così. E i bambini le capiscono di già.”
“E gli uccellini, sono davvero riusciti a unirsi insieme?”
“Sì. Sono intelligenti. Sono uccelli. Non sono Palestinesi.”

Verso sera ritorno a Gerusalemme. Ai lati della strada vedo vecchie macchine arrugginite, rottami, lamiere, copertoni conficcati su recinti di filo spinato, vecchi scaldabagni, porte scardinate, muri insudiciati da scritte mezzo cancellate, vecchie scarpe rotte. Tutto buttato ed esposto senza pudore ai lati della strada, tutto custodito qui, ammucchiato, in modo da destare in cuore un senso di indefinita oppressione: tutto questo abbandono è come un urlo di protesta per una situazione fatta di rovina e di corruzione, una situazione disperata.
[…] È una sera grigiastra, nebbiosa, e la gente è occupata in affari così non militari, così lontani dall’odio e dal pericolo, e io passo fra loro come un messaggero apportatore di una cattiva notizia passa fra gente inconsapevole. Con questa nebbiolina, alla luce gialla dei fanali stradali, si può per errore scorgere dietro a ognuno dei passanti qualcosa come una lieve aureola, come se un sosia si affacciasse lì, per un attimo; qualcuno tanto assomigliante a quest’uomo o […] a questa giovane donna, la cui sorella gemella, a lei sconosciuta, ma con la medesima andatura e la medesima calma sensualità, ho incontrato stamattina a Deheisha; e anche ogni bambino ha il suo sosia; e tutti lo sanno e non si accorgono di nulla.


KLEZMER IMPROVISATION,
per due violoncelli e clarinetto.



pag. 34
Nadij ha due anni e mezzo; è molto piccolo; ha gli occhi neri e i capelli crespi.
“Un mese fa hanno preso suo padre, e il bambino non sa dov’è, non sa se tornerà mai.”
“Qualche tempo fa” dice l’altra maestrina, che è grassottella, ha gli occhi azzurri ed è truccata con un garbo delicato, e pare sempre sul punto di ridere o di arrossire, “qualche tempo fa è stato qui, in visita all’asilo, il governatore militare, e mi ha chiesto se insegnavo ai bambini cose cattive, negative, su Israele e sugli ebrei.”
“Cosa gli hai risposto?”
“Gli ho detto che io no, ma che i suoi soldati sì.”
“E cioè?”
“Cioè? beh, ti spiego: quando un bambino passeggia e vede un albero, sa che l’albero fa foglie e frutta, no? E quando vede un soldato, sa benissimo cosa fa quel soldato. Chiaro?”
“Cosa fanno i soldati?” chiedo ora a una bambina di circa quattro anni, che si chiama Ne’imah, che sia in arabo sia in ebraico significa “gentile, dolce, piacevole”; ha gli occhi verdi e ai lobi degli orecchi porta piccoli cerchietti d’oro.
“Perquisizioni e botte” risponde.
“Lo sai chi sono gli ebrei?”
“Sì, sono i soldati.”
“Ci sono anche altri ebrei?”
“No”
“Cosa fa tuo padre?”
“E’ malato.”
“E tua madre?”
“Lavora a El-Kuds, a Gerusalemme, dagli ebrei. Pulisce le loro case.”
Così mi risponde la piccola Nuova Questione Palestinese.
[…] D’un tratto si alza in piedi un bambino molto piccolo, mi punta contro un bastoncino di plastica, e fa l’atto di spararmi.
“Perché mi spari contro?”
Il bambino abbraccia la maestra, mi scruta da dietro le sue braccia, e ride. Ha due anni.
“A chi vuoi sparare?” gli chiedono le maestre, sorridendo come due mammine orgogliose della bravura del loro bambino.
“Agli ebrei.”
Le labbra delle due maestre declamano la risposta insieme a lui.
“E ora digli il perché”, incitano il piccino a continuare.
“Perché gli ebrei hanno preso mio zio” dice il piccino.
“Sono entrati di notte e l’hanno rubato dal letto, e allora io dormo sempre con la mamma”.
“E allora, dovremo educare altre e sempre nuove generazioni all’odio? all’inerzia giustificata dall’odio? Perché non cercate un’altra strada?”
“Non c’è altra strada” mi rispondono le due ragazze in coro; ognuna a modo suo, una mormorando e l’altra con sicurezza, ma tutt’e due con le stesse identiche parole.
Sto a sentire e cerco di essere neutrale, di capire senza voler dare giudizi, ma anche senza essere come un giornalista straniero, del tutto estraneo a quest’intrico di faccende, che si affretta a dare il suo giudizio. Perché sono qui anche in veste di riservista dell’Esercito d’Israele; e sono qui anche in veste di essere umano che si rivolta contro questo modo di educare i bambini a un odio cieco, e contro il terribile spreco di energia indirizzata all’odio invece di essere utilizzata a uno sforzo teso a liberare tutto un popolo da quest’abbandono, da questa miseria in cui è immerso quest’asilo, con questi bambini di tre e quattro anni che così bene sanno odiarmi.



2) ”CLOSE THE EARS OF MY HOUSE!”


pag. 30
Per ora sono bambini dell’asilo. Un gruppetto rumoroso e ridanciano. Dopo un certo sforzo interno —forse necessario a ogni straniero in generale e a ogni ebreo, e israeliano per di più, in particolare— comincio a distinguere le facce, le voci, i sorrisi, i tratti caratteristici, e pian piano anche i tratti di bellezza e di gentilezza, e non è una cosa facile, è una cosa che mi richiede un certo sforzo, perché anch’io mi sono esercitato a guardare gli arabi con quello sguardo rovesciato, ottuso, che mi facilita (solo me, facilita?) lo stare a confronto con la loro presenza testimoniante, accusante, minacciante, e ora, in questo mese in cui viaggio fra di loro, devo fare proprio il contrario, devo penetrare nei miei più ardenti focolai di paura e di ritegno, devo guardare in faccia gli Arabi Invisibili, e tenermi di fronte a questa realtà messa in oblio, e vedere come —quasi in un processo di sviluppo di negative fotografiche— la realtà emerga pian piano dalla soluzione nella camera oscura delle mie paure e delle mie fughe.




3) ”SHYLOCK’S SORROWFUL NIGHT”


pag. 26
La vecchia segue, a quanto pare il mio sguardo che vaga sui nudi muri di cemento, sulla stufetta a petrolio, sulle coperte di lana distese a terra. All’improvviso si accende: “Ti sembriamo degli zingari, noi, eh? dei miserabili, eh? E invece siamo civili!”.
Sua sorella, la malata, fa con la testa grandi cenni che sì, che sì, e il suo mento affilato le perfora il petto: “sì, sì, civili!”. Le due vecchie tacciono, affannate. La giovane, quella la cui presenza è selvaggia, esotica, vorrebbe dire qualcosa, ma tace. Si tappa letteralmente la bocca con le mani. Nel tessuto delle buone maniere e della gentilezza calcolata, arabescata, della conversazione e dell’ospitalità cordialmente offerta, si tendono all’improvviso dei fili di ferro. Io sono confuso. La giovane cerca di metter pace. Di cambiare discorso. Forse sua suocera vuol raccontare a questo israeliano qui qualcosa, per esempio, sulla sua infanzia a ‘Eyn-’Azrab? No. Forse vuol ricordare i giorni in cui lavorava la sua terra? No e poi no. Sale sulla ferita. Forse, ya mama, forse hai voglia di cantarci le canzoni che allora cantavano da voi i Fellahin, i vignaioli, i pastori? No. La vecchia non fa altro che stringere ostinatamente le labbra screpolate, la sua testa un po’ calva tentenna, però ecco che, come per l’imposizione della dominante forza dell’assenza, ecco che la sua gamba sinistra comincia a danzare un ritmo lontano, e il suo corpo si muove piano, avanti e indietro, e quando coglie il mio trepido sguardo, si batte una mano tremante sull’anca e il suo naso si fa rosso di collera: “Civiltà! Cultura! Voi non sapete nulla della nostra civiltà, della nostra cultura! Non le potete capire! Non è una cultura da televisiòn!”.
D’un tratto si svuota del tutto della rabbia: la sua faccia prende di nuovo l’espressione vinta, onnisapiente, dell’antica missiva scritta sulle facce dei vecchi: “Il mondo è duro a viverci, tanto duro…”. Tentenna la testa con un dolore amaro, gli occhi le si otturano in fronte alla stanzetta angusta e buia: “Non puoi capire. Non puoi capire nulla, tu. Forse sarà meglio che tu vada a chiedere a tua nonna, che te lo dica”.


4) ”JESSICA’S MORNING”


pag. 20
«L’arma più potente che gli arabi dei “Territori occupati” hanno contro di noi» ha detto una volta un uomo molto saggio «è il fatto che loro non cambiano e non cambieranno.» E davvero, quando uno cammina per le strade del campo profughi di Deheisha, sente come se questa concezione fosse stata qui interiorizzata istintivamente, come se si fosse infiltrata nel midollo delle ossa della gente di qui e si fosse fatta energia, una sfida: noi non muteremo. Non cercheremo di migliorare le nostre condizioni di vita. Resteremo di fronte a voi come una maledizione fusa nel cemento.

pag.17

L’acqua, a Deheisha, la portano dal pozzo. Acqua corrente, qui, c’è solo nei solchi formati dai sentieri: acqua piovana e acqua di fogna; e io salto sopra i rigagnoli, poi smetto di saltarli, perché c’è qualcosa di ridicolo —quasi di immorale— in questo mio delicato stare attento a non macchiarmi di qualche goccia di sporcizia.



FINE DELLA PERFORMANCE.


more info:
claudioronco@iol.it

Claudio Ronco's home page:
users.libero.it/claudioronco

Claudio Ronco, "Elegia per Israele", introduzione.

 

 

 

 

©claudioronco2002