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Questo racconto mi è stato inviato da Marco.
Non parla di Fate, ma la suggestiva visione di questa città sommersa
ha qualcosa di magico.
Viaggi in terre mai viste:
AGIRA
siste
un paese, da qualche parte, a cui la storia ha riservato uno strano destino.
Un paese come tanti altri, una piccola cittadina, un ranocchio di stagno
invevitabilmente condannato a diventare principe di un regno fantasma.
Agira sorge ( o sorgeva o non è mai sorta perchè
è sempre esistita) in una valle che ne circonda l'estensione, un
grande vaso pieno di case e uomini come di terra e fiori; vicino, troppo
vicino alla valle, un grande corso d'acqua, testimone della sua nascita,
quasi metafora di un tempo in continuo fluire, di cui non si scorge sorgente
e foce ma solo rumoroso passaggio.
Con Agira qualcuno ha voluto giocare il gioco del tempo,
come solo mano d'uomo sa giocarlo in guerra e libri, il gioco di chi cambia
le regole e scrive la storia senza capire che non ci sono regole, che non
c'é storia.
In poco più di un attimo di un'anonimo giorno
di Settembre un artificioso boato devia di colpo il corso del fiume verso
la valle evacuata, sommergendo il luogo di mille possibili vite, le case
di ricordi dei vecchi e i castelli in aria dei bambini; un boato di un
attimo e poi un silenzio di secoli.
Immemori del mito di Atlantide viviamo immersi nell'aria,
vicino al cielo; di questo abbiamo imparato ad ammirarne la rassicurante
incommensurabilità, con gli occhi coperti dal velo della riverenza.
I nostri spazi sono scolpiti nell'aria o germogliano dalla terra, dominiamo
lo spazio attraverso le misure dei nostri corpi e la gravità in
fondo non ci fa paura anzi ci tiene per mano nelle nostre case.
E' così lentamente dimentichiamo l'elemento di
cui siamo composti, il fluido da cui fummo partoriti con dolore, quello
che seppe darci vita più di qualunque respiro, quello che seppe
conservare latente la nostra probabile esistenza e confortare un attesa
di millenni; abbiamo dimenticato le musiche di madre acqua anche se i più
attenti ne riescono a cogliere ancora l'aspro profumo sulla riva di qualche
mare invernale.
Ad Agira puoi camminare nel luogo che,senza saperlo, hai
sempre desiderato conoscere; puoi fare breccia nel tuo corpo e sentire
l'acqua, che peraltro hai dentro, scorrere tra acqua, in un silenzio denso
di sussurri, perché la tua vera voce é un sussurro, difficile
da ascoltare nel frastuono del mondo, e tu, senza saperlo, lo hai sempre
creduto. Agira é il ventre, forse l'ultimo paradiso.
Ad Agira nulla ha senso, o forse tutto ha il senso che vuoi dargli; tranne
le case, queste mantengono il senso che credevano di avere una volta, mantengono
il senso del loro passato, la traccia di un origine ormai impossibile da
datare. Sono vecchie e giovani insieme le case di Agira, hanno porte e
finestre e altezze diverse, come nel mondo d'aria, ma nulla ti impedisce
di varcare la soglia di una finestra, camminare su un tetto spiovente,
o scalare una parete d'alabastro con grazia di sirena.
Ad Agira non c'é il dolore delle cadute, non c'é
il sonno della stanchezza.
Si dice che talvolta Agira sia nuovamente riempita d'aria,
questo non é molto bello per lei, ma forse, in quel momento, puoi
vederla anche tu che non credi alle mie parole di viaggiatore; stupisciti,
dunque, se non vuoi credere che esista una città immersa sul fondo
di un lago, continua pure a respirare la tua aria, ma ricorda ogni qual
volta il sudore bagnerà le tue labbra e scioglierà i tuoi
pensieri che c'é un Agira in ogni esistenza non da tirare fuori
ma in cui immergersi a fondo.
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