CONVEGNO INTERRELIGIOSO:" DIAMO AI BAMBINI E ALLE BAMBINE UN FUTURO DI PACE"

MASSA, 26 MAGGIO 1996, PALAZZO DUCALE (organizzato dal Centro Francescano Internazionale di Studi per il Dialogo tra i popoli)

GUERRA O PACE: RIFLESSIONI DI UN ANTROPOLOGO SU UN ETERNO DILEMMA

di FRANCO PELLICCIONI,

SOCIETÀ' GEOGRAFICA ITALIANA, ROMA

1966 - 2006

QUARANTA ANNI DI PUBBLICAZIONI SCIENTIFICHE E DI DIVULGAZIONE SCIENTIFICA  

 

Guerra o Pace. E' un eterno dilemma che ha sconvolto l'umanità fin dal tempo della cosiddetta "Guerra del Fuoco", o da ancora prima... L'A., antropologo professionista, offre nella sua relazione un "duplice" contributo. Il primo, il più drammatico, è solo un breve riassunto tratto da un "campione" di numerose guerre e guerriglie, che attualmente insanguinano il Mondo. La guerra è stata una presenza pressoché costante: nello spazio, nel tempo, tra i popoli. Solo pochissimi gruppi umani, localizzati nei paesi del Terzo Mondo, non la conoscono. Le bande di cacciatori-raccoglitori, ad esempio, che nomadizzano all'interno delle loro immense foreste. Un ulteriore caso è costituito (a parte una guerra "aggressiva" combattuta contro i Vichinghi groenlandesi, o i conflitti "difensivi" con le tribù indiane presenti ai bordi meridionali della loro terra desertica e ghiacciata, la sterminata tundra dell'Artico canadese), dal popolo degli Eschimesi, gli Inuit: dallo Stretto di Bering (Russia e Alaska), al Canada e alla Groenlandia. Ma se la guerra è sconosciuta, bisogna ricordare come la violenza, l'aggressività, gli omicidi sono una presenza costante, quasi dappertutto: in Italia, in Europa, come altrove. E quindi anche presso il "Popolo delle Ombre Lunghe". E la guerra è spesso il risultato del razzismo e di pregiudizi etnici, culturali e religiosi diffusi in tutto il mondo. Che hanno origine dalle innumerevoli etnicità, che non tollerano la contemporanea presenza di "altre" etnicità.

La seconda, e senz'altro più fiduciosa, fase della relazione ci illustra un esempio. Riportato da una terra molto, molto lontana, lassù nel nord, vicino al Polo: dalle norvegesi e artiche isole Svalbard. Là Russi e Norvegesi hanno vissuto assieme fin dall'inizio del secolo. Hanno lavorato duro per estrarre  carbone da quelle terre ghiacciate, e in pace. Sì... essi hanno convissuto pacificamente per quasi ottanta anni, e ancora vanno avanti, tutt'oggi. Quando per un lunghissimo periodo di tempo le loro rispettive Alleanze militari multinazionali conservavano "l'ordine mondiale" grazie alla politica del terrore nucleare. E' quello un simbolo "unico" di pacifica coesistenza tra Est ed Ovest, risalente a prima del crollo del "Muro di Berlino". E questo sconosciuto (o misconosciuto) modello, che viene dal freddo, ci fa sperare, e credere che le cose, se la gente vuole realmente, intensamente, possano cambiare. Potrebbero migliorare per rendere migliore questa nostra Terra e noi stessi. Ma  per arrivare a ciò è necessario un Grande Cambiamento, una Rivoluzione Culturale mondiale, che riesca a  sopprimere vecchi e nuovi, e violenti, confini etnici. Attraverso la conoscenza e il rispetto. Per far sì che la gente sappia una buona volta che gli "altri", gli esseri umani in genere, sono proprio come loro.  Non è necessario per "il gruppo del noi" combattere metaforicamente, o realmente, contro i "gruppi degli altri". E il Cambiamento Culturale dovrebbe venire da un personale, serio, concreto cambiamento. Grazie al coinvolgimento di ciascun uomo e di ciascuna donna, di ciascuna comunità e società: nei fatti come nei comportamenti del giorno dopo giorno...

1. INTRODUZIONE

1.1 LA PACE

E' questo argomento delicatissimo e assai complesso, che non può non aver toccato nei secoli l'anima di tutti i popoli e di tutti gli uomini del pianeta. Nel corso dei tempi ha attirato l'interesse, l'analisi, gli studi, le considerazioni e le riflessioni di intellettuali e di gente comune. Delle persone più sensibili, di quanti erano coinvolti nei ricorrenti periodi di guerra, o di coloro che, essendone al di fuori per ragioni storiche e/o contingenti, avevano avuto la possibilità di vedere e di osservare quanto altrove, a volte nelle immediate vicinanze, era accaduto, o  in quel momento stava accadendo. Molti sono coloro che hanno sempre sostenuto come la storia dell'uomo essenzialmente sia solo un continuum temporale di guerre intervallate da periodi di pace. E' tragico, ma purtroppo  tutto lascia supporre come proprio questa sia la pura, cruda verità.

E' argomento questo che, solo a scalfirne alcuni suoi aspetti, sia pure in maniera del tutto marginalissima, necessiterebbe una approfondita valutazione. Che da parte mia richiederebbe maggior tempo di quello oggi a disposizione. Avrebbe bisogno non solo di più tempo, ma anche di una energica volontà per cercare di "vedere" quelle che potrebbero essere le ovvie e naturali conseguenze relative ad un sempre auspicabile e futuribile "scoppio della pace" nel mondo. Che poi tanto ovvie non sono, poiché l'Umanità non ci è ancora abituata! Anche perché, almeno per ora, un'ipotesi siffatta sembra esclusivamente relegata nel paese che non c'è: Utopia. Se stiamo a quanto giornalmente ci viene riferito attraverso gli ossessivi tam tam dei mass media. Il nostro è un tempo orribile connotato da molteplici, a volte endemiche, guerre guerreggiate e non dichiarate, che ritroviamo, purtroppo, in un altissimo numero di paesi. Praticamente tutto l'orbe terracqueo ne è coinvolto e sconvolto: dalla vecchia Europa, all'America, Asia, Oceania, Africa. Solo il Sesto Continente e le sterminate distese ghiacciate del Polo Nord sembrano essere le sole regioni indenni... Questo mio intervento non vuole assolutamente concretizzarsi in una nota di totale e assoluto pessimismo senza speranza. E' invece una presa di coscienza, diciamo a occhi aperti. La  realtà del mondo che ci circonda è purtroppo ancora questa. Non è altra, migliore, più consona alla dignità ed al rispetto dell'uomo sull'uomo. Altro è cercare di auspicare e perseguire, nelle parole come nei fatti, ciò che sappiamo essere indispensabile per tutti. E chi rifiuterebbe uno stato di pace? Chi si autodefinirebbe guerrafondaio o un tagliagole? Ma bisogna cercare di restare, sempre e comunque, con i piedi per terra: anche perché il mondo è pieno di sognatori, di belle teorie, di voli arditi di fantasia...

Dopo quanto ho appena sottolineato, trovo molto coraggioso, che questo Centro Francescano abbia voluto affrontare, nonostante tutto, il tema della pace, cercando di raggiungerla: non solo con le parole, ma di più, con i fatti, le azioni dei singoli e dei gruppi, delle comunità, degli stati e delle nazioni, senza farsi distrarre, abbattere, deprimere dal gravissimo andazzo generale di violenze e morti. Che è anche vicino a noi, che preme alle nostre frontiere. E il cui quadro di riferimento è ben altro! E' questo coraggio e serietà di intenti di cui hanno  bisogno uomini e donne determinati, affinché la nostra, ma particolarmente le future generazioni, i bambini e le bambine di cui molto semplicemente, senza falsi o ipocriti accademismi, si parla appunto in questo convegno (e con i francescani non poteva, e non doveva essere altrimenti), abbiano un futuro migliore. Quando tanti bambini e bambine, secondo gli ultimi dati UNICEF, oltre ad essere stati vergognosamente e sanguinosamente coinvolti, in prima persona, in mezzo alle guerre, sono diventati, spesso con il ricatto (verso gli orfani, i profughi, i più diseredati), gli stessi attori di morte nei confronti degli "altri", compreso, magari, altri giovanissimi. Altro che il gioco, la scuola, lo stare insieme, il godersi senza "problemi" i primi anni di approccio alla vita e all'esistente. No! Brutalmente spintonati, i cuccioli dell'uomo sono stati cacciati senza alcuna pietà verso un destino di morte, relegandoli in quello che è il più orribile e il più sconcio dei terreni, quello dell'omicidio e della violenza "legalizzata" da un'arma in mano, o da supposti, o presunti tali, "buoni motivi".

Il termine "pace", che sottende quello più abusato di "guerra", non è riferibile  solo alle "grandi guerre", ai conflitti, alle guerriglie o a quant'altro si possa tragicamente e diabolicamente pensare e assimilare. Anche perché la guerra è il risultato immediato, l'assioma diretto e inevitabile di un'altra condizione dell'uomo, di generalizzati modelli di comportamento che molti considerano come inevitabile "norma" delle nostre società disgregate e prive di valori: la violenza, l'aggressività dell'uno contro l'altro (individuo, gruppo, comunità, nazione, stato). Ecco perché l'accenno alla vastità del tema di oggi: "guerra o pace". L'eterno dilemma è una problematica smisurata, fatta a "scatole cinesi". Dopo aver aperto con difficoltà un contenitore, vediamo come esso ne contenga subito un altro, e così via... E anche questo è tema, naturalmente, a cui sono state dedicate intere biblioteche. Ma le parole che contengono non sono servite, né mai serviranno, per cambiare lo status quo, per migliorarci e migliorare il mondo che ci circonda. Ad esempio si può affermare come sia  facile parlare di pace quando intorno a noi non si vivono, giorno dopo giorno, le angosce primarie dell'esistenza, del vivere tra stenti e difficoltà (come nella vicina Svizzera). Al contrario, quanto è difficile udire la propria voce, che ripete "pace", "pace", quando ogni giorno si deve affrontare la difesa continua dei propri cari, della propria terra, della propria casa. Cosa significa "pace" per il popolo israeliano, o per il popolo palestinese?! Presumo che il loro concetto sia ben diverso dal mio, o da quello di un francese o di uno statunitense. Oppure esso è ancor dissimile e distante da quello degli abitanti del Sudan meridionale, che ho avvicinato nei miei due soggiorni di ricerca, lungo lo storico Nilo Bianco. Pace a volte può essere un termine perfino incomprensibile per i popoli nomadi, razziatori di bestiame, come i Dinka e i Nuer del sud Sudan, appunto. E' tradizione, fa parte del retaggio culturale di molti popoli nomadi. E' anche così che possono "sentirsi" grandi, adulti, insomma veri uomini. Quella è un'iniziazione, sul terreno. E così essi continuano ad attaccare i gruppi nemici, a volte anche uccidendo e ferendo, rubandone il bestiame, portando via le donne. Come dicevo, "pace" è concetto privo di senso per molti popoli del Sudan meridionale, non solo per i popoli pastori. Perché quelle genti hanno conosciuto, nel corso dei secoli, solo stati conflittuali (a parte alcune parentesi più o meno lunghe) fin dall'epoca dei faraoni. E quindi anche successivamente, con l'arrivo degli schiavisti arabi e, ancora, dell'amministrazione turco-egiziana. Per continuare nell'epopea mahdista, e proseguire con l'arrivo dei colonizzatori inglesi (gli anglo-egiziani). Ma anche a cominciare da qualche mese prima dell'indipendenza, e subito dopo. E  ancora adesso, in questo stesso momento! Quasi senza soluzione di continuità. Fino ad oggi questi popoli hanno conosciuto solo gwazas (razzie per l'acquisizione di schiavi), combattimenti aspri, deportazioni, depauperamento, carestie provocate. Ma anche la "Pace Europea, britannica  in questo caso, la cui soluzione prevedeva il mitragliamento (anche dall'aereo) di chi, come i Nuer, non sottostava alle rigidi condizioni imposte dagli amministratori britannici. E che trova la sua corrispondenza, sotto altre forme e risultati, altrove. Nell'America dei Pellerossa o in tanti altri luoghi del mondo, dove intere razze e popoli sono scomparsi, da tempo, dall'inventario dell'umanità. (Milanesi, 1985; Pelliccioni, 1991, 1992, 1996)

1.2 L'ANTROPOLOGIA E LA PACE

Le discipline etno-antropologiche naturalmente non sono estranee o insensibili di fronte ad una tematica così fondamentale. Secondo me dovrebbero trovare una loro maggiore diffusione nell'educazione delle giovani generazioni. Ma non come una materia qualsiasi. Bensì alla stregua di un'Educazione Civica i cui insegnamenti vadano realmente interiorizzati e attualizzati, concretamente praticati, giorno dopo giorno, nei rapporti con gli altri. E' la scienza dell'Uomo per l'Uomo per antonomasia. E non può essere solo svilita o relegata, alla pari di tante altre, solo come teoria, dottrina, i cui studi e analisi servano solo per  incrementare, in maniera "neutra", la nostra conoscenza, dando rango e potere a chi la professa all'interno dell'Accademia. Perciò completamente distaccata e avulsa ("scientificamente") dalle realtà umane, vere, che studia. E' una scienza della gente per la gente. E quale migliore insegnamento se ne può trarre utilmente cercando, e con concretezza, di inverarlo, attraverso l'educazione al rispetto degli altri, del diverso da noi?

In effetti il "relativismo culturale" è concetto-cardine antropologico. E' quello che ci aiuta ad avvicinare, per cercare di comprendere, di conoscere, e perché no?, di giustamente apprezzare, l'alterità, qualsiasi essa sia, qualunque sia la sua distanza culturale da noi, e lo spessore di questa distanza. Con essa potremo cercare di superare antiche barriere e filtri stereotipati e distorcenti. Quei giudizi anticipati e prefabbricati, cioè i pregiudizi, di tipo etnico-culturale e religioso, che tanto male hanno fatto, e continuano tuttora a fare, all'umanità.

Vorrei molto brevemente ricordare come gli appartenenti all'in-group, al gruppo del noi, siano solidali tra di loro nei confronti di tutti gli altri, quelli che non ne fanno parte, poiché membri degli out-groups, i gruppi degli altri. Proprio questo piccolo "meccanismo", brillantemente teorizzato per primo dal Sumner nel 1906,  fa sì che, specialmente in passato, venisse tolta addirittura la qualifica di "umanità" a tutti gli altri. La gente, il popolo, i veri uomini erano esclusivamente  primi. Anche per questo gli etnonimi hanno quasi sempre l'elementare significato di "uomini", appunto!. Tutti gli altri erano dei "non uomini" (uomini-scimmia, ecc.). Grazie a tale manichea tassonomia etnica gli altri, i diversi, potevano essere ignorati, offesi, bistrattati. O potevano anche venire annichiliti verbalmente e, perfino, eliminati fisicamente, come si può uccidere un animale, una gallina, una bestia feroce... Ecco in breve una delle fonti alle quali continuano ancora oggi ad abbeverarsi violenza e aggressività, non solo connotata "razzisticamente". E che sta alla base anche di comportamenti che replicano lo stesso meccanismo su scala ben più grande. Quindi anche nei comportamenti non pacifici tra Stati, che spesso seguono il motto: "si vis pacem para bellum".[i]

2.GUERRA E PACE

2.1 IN OCCIDENTE E IN ITALIA

Ho già accennato alla nota circostanza che la pace non è una situazione di normalità, ma solo una parentesi più o meno breve tra due guerre. In effetti il nostro paese ha potuto sperimentare, dopo l'ultima guerra mondiale, un periodo di pacifica e tranquilla convivenza. I nostri soldati in armi sono intervenuti solo su richiesta, spesso in un quadro sistematico e organico di intervento (peace-keeping) : Libano, Somalia, Mozambico, Palestina, ex Jugoslavia. Ciò che ancora scuote il vecchio continente sono le guerre etniche, le etnicità in armi (paesi baschi, Irlanda, Corsica, naturalmente la vicina terra degli slavi meridionali, l'ex Jugoslavia, con tutti i suoi orrori - Croazia e, specialmente, Bosnia, o le Repubbliche Autonome dell'ex Impero sovietico,  in questo caso della Russia - Cecenia -). Altrove le etnicità fanno ugualmente sentire il proprio peso, come tra i Cechi e gli Slovacchi. Che pacificamente e consensualmente dividono il proprio paese. In America, il Canada francofono, il Québec, aspira alla piena indipendenza. Ma senza conflitti o terrorismi. Così più autonomia e potere decisionale hanno ottenuto, nell'ambito degli stati-nazione, friulani e sud-tirolesi, francofoni della Valle d'Aosta, Catalani della Spagna, e gli Scozzesi della Gran Bretagna. Laddove le "piccole patrie" etniche, le minoranze etnico-culturali e linguistiche, che correvano a volte il rischio di essere assimilate all'interno dell'ampio e omologante alveo dello Stato-Nazione, hanno fatto sentire sempre di più, e giustamente, la loro presenza. Senza temere che vengano "tagliate" le loro lingue. Che, anzi, ora sono rispettate, tanto da essere  insegnate come prima lingua nelle scuole. Quando un tempo venivano relegate al solo ambito domestico e orale.

Oggi nel mondo il maggior pericolo che corre la pace deriva proprio dai tribalismi e dalle etnicità, antiche e nuove. Anche perché le etnicità possono innestarsi , quasi "ex abrupto", su nuovi terreni ideologici! Possono esserci vere etnicità, o etnicità presunte tali. Poco importa, poiché il comportamento individuale e collettivo, di chi comunque si sente parte di un'etnia (popolo, gruppo), stanziato su un territorio e che abbia un qualsiasi importante comune denominatore (storia, economia[ii]) sarà sempre lo stesso: di contrapposizione con gli altri, che non ne fanno in qualche modo parte (Rothschild, 1984:29, 38, 44, 48, 53 e specialmente 56). Questo potrebbe essere un gioco pericoloso che si cerca di realizzare anche in Italia, nonostante il tragico film girato sanguinosamente dai nostri dirimpettai d'oltre Adriatico, e a cui noi, e tanti altri popoli come noi, siamo stati troppo spesso impotenti spettatori. Basterà ricordare la presenza, nella storia delle ideologie, qualsiasi esse siano state, di frange e di gruppuscoli oltranzisti e decisi a tutto. Gruppi di scontenti  potrebbero decidere di cominciare ad agire (per l'indipendenza del Nord) da soli: come fecero, cercando di inverare il lungo sogno della ribellione delle masse oppresse, i brigatisti rossi...

2.2 NEL TERZO MONDO

Qui ci si potrebbe limitare a ciò che la cronaca di questi ultimissimi giorni riporta: la guerra in Liberia, Somalia, Ruanda; gli integralismi islamici che uccidono in Egitto, in  Algeria, in Israele[iii]; le risposte di morte da parte di questi ultimi, e così via. Le radicalizzazioni etniche, religiose e culturali, anche loro delle etnicità, seguono una via, che non è di pace, bensì di morte. Per andare contro tutti coloro che possono essere individuati come nemici, i "diversi da loro"... Che  sono realmente, o solo presuntivamente, responsabili di iniquità, ingiustizie, e sofferenze. E' l'abisso del dialogo e l'apoteosi della violenza per la violenza. E' spesso ancora oggi la "vendetta del sangue", dell'occhio per occhio.  E' la strategia estrema del capro espiatorio, che va comunque eliminato in un atto liberatorio, per purificare noi stessi e quelli del nostro gruppo. Poco importa che a rimetterci con la propria vita siano sovente persone inermi: donne, bambini e vecchi. Non i soldati o i guerriglieri che, con i loro atti violenti, hanno come bilanciato contraltare reazioni di uguale segno, di pari violenza e morte. Ecco così ripetersi, stancamente, lugubremente, il tremendo e orribile leit motiv di morte.

3. I  "POPOLI SENZA GUERRA": I Cacciatori-raccoglitori e gli eschimesi

Alcuni anni fa un grande Etnologo italiano sottolineava quanto ho appena ricordato (Grottanelli, 1965: 263-264). Cioè che la guerra è una costante fin dall'epoca preistorica[iv] presso i popoli di tutte le latitudini. Con un ma....Perché alcuni popoli, coloro che vivono raggruppati in bande poco numerose e sparpagliate sopra territori selvaggi e relativamente ampi, come ad esempio i popoli cacciatori-raccoglitori delle foreste, non la conoscevano. Sarebbe stata proprio l'assenza di un'organizzazione socio-politica più sofisticata, correlata all'estensione del territorio, che generalmente non andava difeso, che faceva vivere questi gruppi umani in pace. D'altra parte la letteratura etnologica riporta numerosi episodi conflittuali, che rasentano la bellicosità. Ad esempio presso gli indios sudamericani o i melanesiani della Nuova Guinea[v].

Gli eschimesi (Inuit), che vivono nelle immense, desertiche e gelate terre del Grande Nord, dall'estrema punta siberiana della Russia, all'Alaska, all'Artico canadese, fino ad arrivare alla Groenlandia, rappresentano l'unico popolo al mondo che non ha conosciuto la guerra. Se ostilità ci sono state, sono stati essi i primi a risentirne, nei confronti dei confinanti e più agguerriti popoli indiani dei boschi, e nei confronti dei bianchi, in genere balenieri angloamericani. Anche qui potremmo fornire alcune spiegazioni in proposito. Certo che la violenza e l'aggressività non è comunque sconosciuta al popolo delle nevi e delle "ombre lunghe", almeno nei tempi andati. Già fin dalla nascita, quando in caso di parto di una femmina, questa a volte veniva subito eliminata. Per finire ai vecchi, che in caso di malattia o di veloce approssimazione all'ultima ora, venivano lasciati, nel corso degli spostamenti, indietro e senza cibo. O era consuetudine che l'anziano silenziosamente e spontaneamente si allontanasse dall'accampamento per andare a morire lontano, nella tundra ghiacciata. In questi casi era in gioco la stessa sopravvivenza dell'intero gruppo. E che dire della violenza all'interno della banda eschimese, per questioni di donne, di caccia o di ridistribuzione del bottino venatorio? Né sono sconosciuti casi di cannibalismo, ultima ratio in caso di carestia, un tempo assai frequente in quegli ecosistemi così estremi. Comunque, anche gli eschimesi, o meglio i pre-eschimesi del 1340-ca.1500 (Thule) hanno partecipato ad una guerra che non ha avuto testimoni oculari esterni. E che ancora oggi viene raccontata, poiché la si tramanda oralmente di generazione in generazione. Mi riferisco a quando la "piccola era glaciale", che a partire dal XIII secolo fino alla metà del XV secolo caratterizzò anche la Groenlandia meridionale, peggiorò notevolmente le condizioni esistenziali delle  comunità Normanne: l' "orientale" (Eystribygd) e l' "occidentale" (Vestribygd). Gradualmente esse si trovarono senza più rifornimenti e tagliate completamente fuori dalla madrepatria, la Norvegia (l'Islanda, da dove erano venuti nel 986 i coloni condotti dal celebre Erik il Rosso, era caduta nel 1262 sotto la sua dominazione). E le condizioni furono dure per tutti. I gruppi eschimesi localizzati nel settentrione della "terra verde" di un tempo, dove gli europei avevano tentato di coltivare l'Elymus arenarius (un tipo di segale)[vi] e i pascoli erano sufficienti per i loro animali, furono spinti dal peggioramento climatico sempre più a sud. Fino a che gli Skrælings[vii] si scontrarono con le superstiti comunità vichinghe, i cui ultimi esponenti sarebbero stati uccisi proprio dagli eschimesi. Così ebbe termine una delle meno note, e più affascinanti colonizzazioni europee. Anche per l'eccentricità geografica di quella terra (Jones, 1978:325-330; Wahlgren, 1991:26-27;174-175).

Questa sembrerebbe essere l'unica, a volte dimenticata, guerra portata dagli eschimesi. Non per difendersi, bensì per appropriarsi della terra dei vichinghi.

4. UN SIMBOLO DI PACE CHE VIENE DAL FREDDO:IL CASO DELLE ISOLE SVALBARD, POLO NORD

Dopo aver parlato tanto di guerra, vorrei portare alla vostra attenzione un esempio poco conosciuto di convivenza pacifica. E' un simbolo di una pace vissuta  che è riuscita a consolidarsi in una terra estrema, qual è quella rappresentata dalle isole artiche norvegesi delle Svalbard. E sapete chi sono gli  attori e i comprimari? Gli occidentali, norvegesi che appartengono tuttora alla Nato. E i sovietici (prima) e i russi poi, che fino a non molto tempo fa facevano parte del Patto di Varsavia. Ebbene gente di entrambi questi stati, di questi paesi hanno vissuto nello stesso territorio, un territorio aspro e gelido, formato da montagne e ghiacci, caratterizzato da lunghi e rigidi mesi invernali. E' terra che si poteva raggiungere, fino a venti anni fa, solo e non sempre, per via mare. Poiché era irraggiungibile allorché i ghiacci della banchisa, in tempi particolarmente freddi, non riuscivano a sgelarsi sull'unico lato in cui non esiste il pack permanente, quello occidentale. E non con le armi in mano, a guardia vigile e costante di impianti radar, di stazioni e basi militari, nucleari o cosa. Ma completamente inermi, poiché lo stato di completa smilitarizzazione è una  costante dell'arcipelago, salvo quando, durante la seconda guerra mondiale, le isole fecero strategicamente gola ai comandi tedeschi, che vi impiantarono stazioni meteo capaci di controllare tutto il traffico navale tra i due lati del Nord Atlantico. Inermi ma con il piccone e la vanga in mano, e poi con il martello pneumatico. Grazie al quale ancora oggi continuano a forare il ventre ghiacciato di quelle aguzze montagne per potervi estrarre il "modesto" carbone. Ecco un simbolo, che è  anche un "fatto" reale e concreto, di una pacifica e pluridecennale convivenza che come ricercatore antropologo porto all'attenzione di questo convegno sulla pace.

Le  isole Svalbard, situate oltre le fredde e desolate acque del mare di Barents, si trovano a "soli" 1300 km di distanza dal Polo Nord. Nell'estate del 1994 ho portato avanti, anche in quelle terre "ai confini del mondo", un discorso sull'etnicità e  sull'integrazione panetnica[viii]. L'arcipelago ha poco più di 4000 abitanti e 6000 orsi bianchi. Il Trattato delle Spitsbergen solo nel 1920  pose fine allo stato di "Terra di Nessuno" esistente nell'arcipelago. Nel 1925 la Norvegia ne prendeva possesso. Rispetto alle altre regioni abitate situate al di là del circolo polare, qui siamo estremamente vicini al Polo Nord , le propaggini settentrionali dell'arcipelago si spingono fino agli 81°Lat. N. Nel XIX secolo e all'inizio del XX queste terre rappresentarono la base avanzata nella "via europea" per la conquista del Polo Nord (Nordenskjöld, André, Amundsen, Nobile).

Nel paese degli orsi bianchi e dei trichechi, ai confini con la banchisa permanente, minatori norvegesi e russi estraggono da circa ottanta anni carbone dal ghiaccio del permafrost. Il Trattato delle Spitsbergen, oltre ad impegnare gli stati firmatari a non utilizzare le isole per scopi bellici, concedeva loro eguali diritti economici, che furono principalmente rivolti a sfruttare i giacimenti carboniferi. Dopo un lungo periodo in cui si avvicendarono nell'estrazione americani, svedesi, olandesi, inglesi, norvegesi e russi, oggi ci sono solo norvegesi e russi[ix]. Queste isole sono state la concreta  realizzazione, a due passi dal Polo, della pacifica e lunghissima convivenza tra uomini appartenenti a paesi rivali tra loro che altrove, durante la guerra fredda, si fronteggiavano in armi all'interno delle rispettive Alleanze, continuando ad alimentare l'apocalittica prospettiva di un annichilimento nucleare globale,

Sappiamo che norvegesi e russi hanno avuto con queste isole artiche relazioni e interessi che, in ambedue i casi, sono perdurati, o si sono consolidati, nei secoli. Sembra  comunque, come quasi per un tacito accordo tutte le altre nazioni firmatarie del Trattato delle Spitsbergen abbiano deciso all'unisono di ritirarsi in buon ordine, lasciando le isole a coloro che avevano più titolo per farlo.

In effetti le Svalbard, e i politologi del Nansen Institute di Oslo lo confermano nelle loro pubblicazioni, rappresentano un unicum, un laboratorio politico, ma anche un laboratorio sociale e culturale eccezionale, del tutto unico al mondo.  Un laboratorio nel quale hanno avuto modo di coesistere pacificamente tra loro, e per decenni, stili di vita e culture, ideologie, sistemi economici  fortemente antitetici. Tali diverse "concezioni del mondo", come ben sanno gli antropologi, si sono dovute confrontare con il medesimo ambiente, un habitat dalle caratterizzazioni così fortemente radicalizzate, al quale esse si sono dovute adattare culturalmente, sperimentando, a volte, ciascuna all'interno dei propri confini, magari le medesime soluzioni o soluzioni tra loro alternative[x]. Quindi non ci si è solo limitati a trasferire gli elementi  delle proprie culture di appartenenza - e relativi know how - , "sic et simpliciter"  dall'Europa continentale all'Alto Artico, ma se ne sono inventati (culturalmente) di nuovi. Anche, o soprattutto, perché lo specifico e rigido aspetto climatico delle Svalbard, tra l'altro non disgiunto dal lungo periodo di isolamento geo-spaziale, a cui ogni anno, specialmente in un passato recente, andavano incontro i membri delle diverse comunità dell'arcipelago, hanno costituito, per entrambi i gruppi nazionali, un fattore del tutto innovativo cui far fronte. Pensate per un attimo cosa possa rappresentare, nella psiche di un minatore, quel momento in cui egli si accinge, giorno dopo giorno, ad addentrarsi nelle viscere buie della terra, quando tutto intorno a lui, a parte il twilight o la luna piena - in una giornata serena -, è gelido e buio immediatamente fuori dell'uscio di casa  e la luce che riuscirà a  vedere, per lungo, troppo tempo, sarà  solo quella artificiale.

Le Svalbard sono state perciò, non solo il  simbolo, ma anche la concreta fattiva realizzazione, lo ripeto ancora, nei pressi del  Polo Nord, di una pacifica lunghissima convivenza, durata oltre settanta anni, tra paesi rivali. E' un fatto straordinario e pochissimo conosciuto all'opinione pubblica internazionale. Ma non sempre è stato così. Episodi bellici, o comunque di aperta ostilità e conflittualità, datano dal XVII secolo[xi] allorché "Men of War", al comando di navi da guerra che scortavano le flottiglie dei cacciatori di balene, si diedero battaglia allo scopo di impedire con la forza l'utilizzo di quelle regioni dello Spitsbergen ad equipaggi appartenenti ad altre nazioni, soprattutto se rivali. Naturalmente le  ricorrenti guerre, quasi endemiche nel Vecchio Continente, comportavano una loro ripercussione, spesso sanguinosa, anche nei tradizionali domini di  balene, orsi polari, foche e trichechi[xii]. Ancora più sconvolgente è il constatare come anche la seconda guerra mondiale sia stata combattuta con durezza lassù. Dopo la rapida  evacuazione degli insediamenti norvegesi e sovietici, nel 1942 le truppe germaniche crearono a Longyearbyen una pista d'atterraggio e una stazione meteo. Nel 1943 due navi da guerra germaniche, gli incrociatori Scharnhorst e la ben più celebre Tirpitz ed altre navi da guerra rasero al suolo tutte le cittadine delle Svalbard, sbarcandovi anche truppe d'assalto[xiii].

Dopo la ricostruzione del dopoguerra le diverse comunità crebbero notevolmente. I loro rapporti vennero moltiplicandosi. Per molti anni settimanalmente il Sysselmann norvegese ha incontrato il Console sovietico/russo, e rappresentanti delle amministrazioni norvegesi di Tromsø, e competenti per territorio anche nell'arcipelago, hanno compiuto regolari visite ispettive in ambedue le zone nazionali. Delegazioni sportive e culturali si sono fatte visita con cadenza quasi regolare. Molto apprezzati e seguiti da un attento pubblico sono i complessi folcloristici russi, così come ricercata dagli sportivi è la ricca gamma di possibilità presente a Barentsburg nell'enorme complesso della ben tenuta Casa dello Sport. In effetti c'è da dire che entrambi i membri delle comunità russe hanno avuto occasione, nei loro due anni di permanenza media contrattuale, di vedere, avvicinare e di parlare con un numero superiore di cittadini occidentali, rispetto ai loro connazionali del continente. Si può ancora rilevare come ai norvegesi sia ben più semplice potersi recare nelle zone russe: d'estate per via marittima, e in primavera, lungo le ghiacciate e innevate piste che si percorrono a bordo delle motoslitte.

Uno degli aspetti non previsti né prevedibili dalla struttura del mio progetto di ricerca alle Svalbard, è stato quello di constatare l'inesistenza di una rete, sia pur minima, di contatti e di trasporti regolari tra le varie comunità isolane. Tale negativa circostanza non può non provocare, particolarmente tra i russi, un diffuso senso di isolamento all'interno delle loro comunità. Al contrario dei norvegesi, ai quali non difetta la presenza di piccoli aerei, elicotteri,  imbarcazioni di ogni sorta e navi-rompighiaccio. Esiste una base di elicotteri, a Barentsburg, ma essi servono per trasportare i minatori da e per l'aeroporto di Longyearbyen[xiv]. Anche i contatti aerei con la madre patria russa tendono a diminuire, dall'epoca della Perestrojika di Gorbaciov in poi. Si sono infatti notevolmente ridotte le disponibilità finanziarie a disposizione delle comunità russe.

I norvegesi, come abbiamo visto, hanno numerose possibilità di incontrare appartenenti alle comunità russe, non solo tecnici o funzionari amministrativi. Possibilità che risultano superiori a quelle dei russi, in ultima analisi proprio per motivi finanziari. Ci sono contatti tra scuole e gruppi sportivi. E' però  abbastanza diffuso tra gli occidentali un sentimento, oserei dire di superiorità, riguardo a ciò che essi "hanno" di più, e di meglio, rispetto ai russi. Tale feeling  corrisponde ad un analogo sentimento di "subordinazione" dei russi nei confronti dei norvegesi, o meglio di ciò che essi hanno e, quindi, di tutto ciò che si può acquistare nei negozi, negli alberghi, nei ristoranti-cafeterie di Longyearbyen. Longyearbyen è per i russi un luogo da imitare, un luogo dove sarebbe possibile acquistare ciò che a loro manca. Ma proprio qui risiede il problema. Se andare a lavorare in miniera attira notevolmente gli uomini russi (ma anche ucraini, ecc.) per le particolari condizioni economiche favorevoli, va sottolineato come il denaro non circoli all'interno delle due comunità slave.

Barentsburg costituisce tuttora una tranquilla oasi di sovietismo al Polo Nord,  forse una delle ultime. La situazione sociale nella sua struttura non differisce molto da quella esistente nel passato.  La moscovita Arktikugol amministra la comunità pressoché nello stesso identico modo in cui essa l'ha amministrata per decenni. I minatori non posseggono denaro, poiché non ne hanno bisogno. Tutti i servizi, mensa ed alloggio compresi, e naturalmente l'unico spaccio esistente all'interno della struttura comunitaria della mensa, fanno parte dei benefits del contratto, o il loro costo verrà detratto dal loro salario contrattuale depositato nelle banche russe, alla scadenza dei due anni di lavoro nelle Svalbard.

E a Barentsburg parliamo di rubli, che sappiamo iperbolicamente svalutati. Non per niente da tempo vengono chiamati " di legno"[xv]. Ecco uno dei più profondi handicap in questo  confronto consumistico "est-ovest"  al Polo Nord: a circa 2/3 della popolazione delle isole è comunque negato ogni approccio, sia pure limitato, al capitalistico way of life norvegese[xvi] (Pelliccioni, 1995).

5. CONOSCERE GLI "ALTRI DA NOI" PER PREPARARE LA PACE PER LE GENERAZIONI FUTURE: I BAMBINI E LE BAMBINE DI DOMANI?

" Uniamoci tutti, creiamo le condizioni perché i piccoli possano ricevere in eredità dalla nostra generazione un mondo più unito e solidale" ha affermato il Santo Padre. Che ha anche ricordato come la pace abbia bisogno dei suoi profeti.", così come di tener ben saldo lo "spirito di Assisi".
Il mio intervento è andato incontro a due fasi ben distinte. La prima, quella indubbiamente di tono più pessimistico, che io reputo purtroppo "realistico", è stata una veloce ricognizione panoramica da parte dell'antropologo sulla pressoché universale dicotomia guerra-pace. Una "costante" perversa, nel tempo e nello spazio, presente presso tutti, o quasi, i popoli di ogni parte del mondo, con alcune eccezioni. A meno che ci si voglia comodamente crogiolare nell'illusione, restando ad ogni costo "profeti" tout court nel "paese che non c'è":  U tópos.

La seconda parte, è quella che amo di più, alla quale mi sento indissolubilmente e intimamente più vicino, come studioso e come uomo. Essa per ora riporta solo un simbolo, un sintomo di speranza e di fede in un avvenire mondiale più sereno e più giusto per tutti. E' sempre e solo un segno, tra l'altro poco noto, certamente non molto diffuso, anzi... Rimbalza in questo storico palazzo da un paese remoto un esempio concreto ed estremo. Ma che ha saputo coinvolgere uomini e donne appartenenti a due mondi, che fino a non tanto  tempo fa avevano in mano il destino del pianeta intero, con i loro Patti militari, i loro deterrenti nucleari, le grandi ripetute minacce di annichilimento globale, le loro ipotetiche e fantascientifiche guerre stellari, i loro "livelli di distruzione tollerabili". Due mondi che, fino alla caduta del muro di Berlino, erano rigidamente tenuti separati e dal muro e da un'impenetrabile cortina di ferro. Questo simbolo di pacifica convivenza alle isole Svalbard, un esempio che giunge dal Polo, da una terra che è contigua a quella di Babbo Natale e di Santa Claus, è pur sempre un seme che potrebbe portarci a realizzare un grande sogno. Il sogno di una pace sempre possibile e sempre auspicabile, per questi nostri figli e per i nostri nipoti, e per i figli dei nostri nipoti e di quelli che verranno in futuro. Cerchiamo di creare, nonostante tutto, nonostante quanto vediamo intorno e vicino a noi, le basi per un loro futuro migliore. Senza tragedie, guerre, violenze, aggressioni. Combattendo con le armi del dialogo, dell'esempio, della quotidiana e pacifica convivenza, nel pieno rispetto di ogni essere umano, quella che potrebbe definirsi "cultura di morte" Cerchiamo, una volta per tutte, di sfatare e di correggere chi sosteneva  come: "l'uomo è lupo per l'uomo" (Hobbes).
E' il mio cuore che lo sostiene, forse anche la parte più intuitiva e certamente "irrazionale" del mio cervello. Ma si potrebbe realizzare, concretamente. Solo se alle belle parole ed alle belle frasi, ognuno di noi, tutti noi, ciascuno per proprio conto, ma soprattutto insieme agli altri, facessimo seguire i fatti, operando in concreto in questa direzione giorno dopo giorno. Attraverso la conoscenza e l'educazione, attraverso i comportamenti quotidiani e una solida, fattiva e diffusa "rivoluzione culturale". Che cerchi di cambiare le cose, attraverso la formazione e una più corretta e rispettosa informazione da parte dei nostri mass media. Attraverso l'impegno del singolo, della famiglia, della scuola e delle nostre istituzioni. Per cercare di capire che gli altri, i differenti: per pelle, credo religioso, etnia, cultura, regione geografica di appartenenza, non ci sono nemici. Non dobbiamo batterci con loro per eliminarli dalla nostra vista. Dobbiamo perciò anche cercare, all'interno del Grande Cambiamento Culturale di eliminare lo spirito di concorrenza e di supremazia, la ricerca del potere e della ricchezza, così tipico della cultura occidentale. Che premia il più forte, il più bravo e il più dotato, ma anche il più furbo, il più amorale, e il più aggressivo. Penalizzando aspramente tutti gli altri: i meno fortunati, i meno intraprendenti, dotati, i più poveri...

Dobbiamo continuare a sperare, io con voi. E grazie per l'opportunità che mi è stata data di poter partecipare a questo convegno. Di poter incontrare tante persone accomunate da un'unica cosa, da un unico credo: migliorare noi stessi e il mondo in cui viviamo. Migliorare la qualità della nostra e dell'altrui vita, con il nostro esempio, con i nostri sforzi, con il nostro agire quotidiano, con il nostro parlare, con il nostro scrivere. Affinché altri, sempre più numerosi, sempre di più, possano seguire il nostro stesso cammino, fino a che il ruscello diventi fiume e poi mare. Affinché i bambini e le bambine del mondo abbiano finalmente un futuro diverso e più giusto, un futuro di pace! Aiutiamoci a sperare ancora, per aiutare a sperare. Soprattutto per loro... Grazie!

6. BIBLIOGRAFIA

B. BENSON, Il libro della Pace, Torino: Edizioni Gruppo Abele, 1983 (1982).

V.L. GROTTANELLI, Ethnologica. L'Uomo e la Civiltà, Milano: Labor, III° vol., pp. 263-267.

K. HEIDER, " I Dani Kurelu-Nuova Guinea", in I Popoli della Terra, (Evans-Pritchard, a cura di), vol. I, 1975 (1973), Milano: Mondadori, pp.92-99.

G. JONES, I Vichinghi, Roma: Newton Compton, 1978 (1968).

K.-F. KOCH, "Gli Jalé. Montagne della Nuova Guinea", in I Popoli della Terra, (Evans-Pritchard, a cura di), vol. I, 1975 (1973), Milano: Mondadori, pp. 80-87.

G. MILANESI (a cura di), Educazione alla Pace. Atti del 4° seminario interideologico promosso da Orientamenti Pedagogici, Torino: SEI, 1985.

F. PELLICCIONI, "Schiavitù e città nel Sudan meridionale. Genesi e sviluppo dell'urbanizzazione nel XIX e nel XX secolo e sue interrelazioni con la storia della "tratta", Bollettino della Società Geografica Italiana, XI, VIII, 1991, pp. 499-523.

F. PELLICCIONI, "L'attuale rete urbana del Sudan meridionale. Città e zeribe schiaviste, stazioni e forti antischiavisti", Bollettino della Società Geografica Italiana, XI, IX, 1992, pp. 689-720.

F. PELLICCIONI, Ufficiali governativi coloniali, missionari e studiosi nel Sudan meridionale", Rivista Geografica Italiana, 1995, in corso di pubblicazione.

F. PELLICCIONI, "Viaggio ai confini del mondo: nelle polari isole Svalbard tra i minatori russi e norvegesi", L'Universo, LXXV, 6, Nov-Dic. 1995, pp.800-818.

J. ROTHSCHILD, Etnopolitica. Il fattore etnico nella realtà politica internazionale, Milano: SugarCo, 1984 (1981).

E. WAHLGREN, I Vichinghi e l'America, Milano: Bompiani, 1991 (1986).

 

NOTE

 
[i]"Proteggere noi stessi dai nostri vicini è la strada delle Armi e porta alla GUERRA! Proteggere i nostri vicini da noi stessi è la strada del disarmo e porta alla PACE. (Benson, 1983: 179).

 

[ii]E' questo il caso della Padanìa, o Padania, come più frequentemente viene chiamata.

 

[iii]Che naturalmente non fa parte del Terzo Mondo!

 

[iv] Vi ricordate lo stupendo film la "Guerra del Fuoco" di Jean-Jacques Annaud, che ha avuto come consulente il Desmond Morris?

 

[v] Anche se questi ultimi devono essere considerati piuttosto degli agricoltori itineranti della foresta, utilizzando la tecnica dello slush and burn (taglia e incendia):Jalé del Baliem e specialmente i Dani (Koch, 1975; Heider, 1975). Questi ultimi hanno modo di scontrarsi ciclicamente, fornendo pubbliche prove di virilità e di coraggio. Anche se queste "parodie" di guerra, che contano morti e feriti, furono contrastate dagli olandesi (prima) e poi dagli indonesiani.

 

[vi]Ma anche l'acetosella, il millefoglie, ecc.

 

[vii] Cioè "selvaggi", come venivano chiamati dai Vichinghi, con i quali da tempo esercitavano il baratto.

 

[viii]Tra l'altro la mia è stata la prima indagine socio-antropologica ad essere mai stata effettuata nelle Svalbard, e la prima ad essere svolta tra le comunità di minatori norvegesi e russi che, esempio unico al mondo, coesistono pacificamente in quelle lande da oltre settanta anni, e quindi anche durante il lungo periodo della "guerra fredda".

 

[ix]I primi con lo Store Norske Spitsbergen Kulkompani dal 1916 gestiscono  le miniere  di Longyearbyen e Sveagruva, vendendo all'estero il minerale. La compagnia Trust Arktikugol dal 1931 sfrutta le miniere esistenti nelle comunità russe di Barentsburg e Pyramiden, inviando a Murmansk il carbone necessario alle centrali del Mar Bianco.

 

[x]Nella morfologia degli insediamenti e nelle tecnologie e realizzazioni abitative, nell'aspetto societario proprio di ciascuna comunità, nei comportamenti individuali come in quelli collettivi.

 

[xi]Nel 1613,1617,1618.

 

[xii]Nel 1674,1677,1693.

 

[xiii]I resti delle miniere e di alcune case distrutte dai proiettili sono tuttora ben visibili a Longyearbyen.

 

[xiv]Come è avvenuto durante la mia permanenza, allorché più di un  centinaio di minatori salì a bordo di due potenti Antonov, che avrebbero fatto la spola con l'Hotellneset. Là essi si sarebbero poi imbarcati sul volo mensile dell'Aeroflot con destinazione Murmansk.

 

[xv]Derevjànnyj.

 

[xvi]Ecco perché molti, tanti, compresi gli scienziati presenti nello science village di Barentsburg, vendono...

http://users.iol.it/f-pelli/f-pelli.guerra-pace.htm

Pagina Web creata: 3 gennaio 2006

Modificata: 7  febbraio 2006

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