Gigi il magnifico

Un racconto inedito di Evelyne Nicod, illustrato sui calendari 2005


Sembrava un topo gigante per il colore del mantello, ma il suo incedere elegante, lo sguardo orgoglioso color topazio, ne facevano un esemplare di classe, un prodigio di banalità sublimata. Nacque in una cittadina situata al crocevia di molte valli, circondata da alte montagne e ghiacciai, scenario di grande bellezza naturale. Era il terzogenito di una cucciolata di quattro gattini, unico grigio in una famiglia di un bel rosso fiamma. Gran bevitore di latte materno, dimostrò dal primo giorno di possedere uno spirito indipendente e libero, divorato dalla gioia di vivere e da una curiosità illimitata (si potrebbe anche dire prepotente e petulante). A tre mesi compiuti, una domenica di giugno, si introdusse in una macchina ferma in un cortile con il finestrino abbassato. La morbidezza dei tappetini lo riempì di gioia e si appisolò beato sotto un sedile. Un rumore secco di portiera lo svegliò di colpo, la macchina si mise in moto, ronzando nelle sue orecchie. Il cuore gli batteva forte dall'eccitazione, e un pochino per la paura, però rimase nascosto senza fiatare. Il viaggio sembrò interminabile e soprattutto pieno di curve; si teneva attaccato al tappeto con le unghiette, le orecchie abbassate, e un senso di oppressione nel petto. Poi di colpo il rumore smise e la macchina si fermò, la portiera si aprì, Gigi si gettò fuori tra i piedi del guidatore ignaro, e fuggì in un lampo, accecato dalla luce violenta.
Non c'era una nuvola nel cielo azzurro, quasi indaco, si nascose sotto un cespuglio per riprendere fiato. Non c'era più ombra di spavento nei suoi occhi, solo meraviglia, sbalordimento, il cuore gli martellava dal piacere. Era troppo tutto: il sole, l'odore dell'erba così tenera appena cresciuta; l'altitudine segnava 1600 metri, un laghetto scintillava davanti alla grande baita dell'alpeggio. Decine di mucche pascolavano, sorvegliate a vista da due cani pastori bianchi. In lontananza un uomo pescava sull'argine dell'acqua. Gigi si inebriò dell'aria sottile che il suo naso diffondeva nei polmoni. Scoppiò di felicità pura. Sembrava impossibile una tale perfezione visiva ed olfattiva. Incominciò la perlustrazione; calcava l'erba per la prima volta, perciò molto cauto, impacciato, alzava un po' troppo le zampe, inalava da intenditore senza perdere di vista il circondario. Piccolo com'era, spariva nei botton d'oro, l'erba e le margherite gli solleticavano i baffi. Si addormentò sfinito sotto un larice, colmo della sovrabbondanza di emozioni.
Fu svegliato dal freddo e dalla fame. Si vedeva, vicino alla baita, un movimento di persone che spingevano le mucche all'interno, e lui si presentò, nella maniera più naturale del mondo, all'ingresso della stalla miagolando disperatamente, con quel tono di voce che va diritto al cuore degli umani: mi-a-ooo!!
Una ragazza bionda lo prese in braccio, baciandolo sulla testa, sussurrando le solite inezie. Rispose da bravo anche lui con sonori ron ron. Felici tutti e due, il problema del cibo fu così risolto. Biondina lo portò dappertutto sulla sua spalla, lo presentò al marito, quello che portava il latte, tagliava la legna, e l'accarezzava di nascosto. Le mucche lo guardavano senza smettere di masticare, solo i due cani non sembravano entusiasti della sua presenza. Sarebbe stata dunque sua cura sedurli in fretta, per quieto vivere. Prese possesso di una sedia coperta di un cuscino verde tra la porta e il camino, che rimase a suo uso esclusivo per tutto il tempo che soggiornò all'alpe.
L'indomani le sorprese furono numerosissime, c’era un mondo nuovo da scoprire. Osservò per ore il pescatore, poi si nascose dietro di lui e imparò in fretta con un'unghia veloce a rubargli il pesce che deponeva nell'apposito cestino al suo fianco. Divenne poi il suo passatempo preferito. Nell'alpeggio l'attività iniziava molto presto, all'alba, con le mucche da mungere, il burro e il formaggio da preparare, la legna da tagliare, le mucche da sorvegliare perché la ripidezza dei pascoli non consentiva di lasciarle sole, il tempo degli umani era contato, per il micio invece ogni secondo era un regalo buono e semplice. Si impegnò con qualche topo che portò puntualmente alla Biondina, che lo ringraziò con qualche leccornia.
Verso sera il lago impazziva un po' alla volta, Gigi rimaneva affascinato dallo spettacolo dei pesci che saltavano in alto nell'acqua agitatissima, a centinaia eseguivano questo balletto acquatico. Rimaneva sull'argine, come ipnotizzato. Nelle giornate limpide, con il calare del sole le trote prendevano delle sfumature dorate, abbaglianti, era anche il tempo del loro festino che consisteva nel catturare i moscerini, a beneficio del nostro spettatore privilegiato.
Ispezionando i dintorni capì che il suo bel musetto poteva non piacere a tutti, e che gli agguati erano all'ordine del giorno un po' dovunque. Volpi, cervi, camosci, erano all'erta, con ragione, perciò anche lui doveva imparare a comprendere il modo di sopravvivere in mezzo ai pericoli quotidiani. Questa vita di gatto di montagna piaceva sì e no a Gigi, poiché le condizioni atmosferiche erano tipiche della zona, vale a dire piovosissime. Dopo tre giorni consecutivi di acqua scrosciante, Gigi decise che era giunta l'ora di andarsene a valle. Senza uno sguardo se ne andò tranquillamente, pieno d'amore per la gentile famiglia, ma anche senza rimorsi, la sua vita doveva proseguire. Scese di ben trecento metri d'altitudine, bevendo nei ruscelli, guardando tutt’intorno le ripide pareti rocciose, le cascate, e giù il torrente che cresceva di larghezza, e decise che doveva fermarsi vicino al fiume (per giocare con i pescatori). Si trovò davanti a un grosso caseggiato, con un pergolato d'uva americana, le finestre stipate di gerani, e un grande portone aperto; dovunque lo sguardo si posasse incontrava dei gatti di tutte le colorazioni e grandezze, rossi, beige, neri, bianchi, a pelo lungo o raso. Gigi non ci poteva credere, era finito nella casa dei gatti. Però nessuno dei suoi simili lo degnò di uno sguardo. Era ignorato, il nostro Gigetto. Non era un asilo di lusso, ma un grande agriturismo a conduzione familiare, persone particolarmente amanti dei gatti e degli animali in genere, adiacente a un santuario dove l'acqua non era santa, ma molto apprezzata da passanti e pellegrini per le sue proprietà diuretiche. Gigi tuffò la testa sotto alla fontanella, e si sentì pieno di gioia di vivere, ma questo era in lui un dono di natura.
Non fu accolto dagli umani con un delirio di gioia, nutrivano già sette gatti e tre cani, ma aggiunsero una nuova scodella sotto al pergolato. Vigevano delle regole molto severe da non eludere, per esempio: non stuzzicare le femmine, non fare finta di non capire, non gironzolare nella sala da pranzo con aria da mendicante, stare alla larga dai cani, e lasciare perdere i turisti. La cucina poi era rigorosamente proibita.
Questo posto era frequentato d'estate da numerosi ospiti di passaggio, perciò l'organizzazione non tollerava perdite di tempo, e i gatti (chissà come?) non disturbavano mai l'andamento del lavoro e facevano una vita da nababbi. Gigi stava crescendo, diventando grasso e quasi un giovanotto. I primi batticuori alla vista delle micie lo rendevano isterico, un bel tramonto non lo commuoveva più di tanto. S'innamorò di tutte e sette le femmine che l'avevano preceduto nella tenuta. Infatti, era il primo maschio capitato lì per caso. L'anno precedente si erano presentate due femmine incinte che avevano messo al mondo altre cinque femmine. Furono sterilizzate in fretta, così il nostro Gigi si ritrovò con i suoi bollenti spiriti, attorniato da sette gatte furiose di essere inseguite da un ossesso. Non veniva apprezzata la sua virilità così sbandierata. Le sette gatte si coalizzarono per tenere alla larga il povero Gigi frustrato e sempre più invadente. Alla fine decise che questa vita di lotta non era compatibile con la sua natura, perciò se ne andò un pomeriggio assolato, un po' triste, ma dopotutto domani è un altro giorno, diceva Scarlett O'Hara, perché preoccuparsi?
Dopo due giorni di cammino si ritrovò in un villaggio quasi abbandonato, davanti a una fontana, sembrava disabitato, però tra gli alberi si intravedeva una grande fattoria. Ormai aveva capito perfettamente come farsi adottare; la tattica rimase identica alle volte precedenti: sguardo liquido, miagolio implorante, aria dimessa, ma non troppo. In un batter d'occhi di solito era fatta, arrivava un piatto di delizie. Però non c'era una donna da sedurre, ma due robusti uomini, uno sui sessant'anni, l'altro sulla quarantina scarsa. Dovevano essere padre e figlio. Si strofinò contro i pantaloni ruvidi del più giovane, che lo scostò in malo modo; se ne andò di corsa vicino alla porta della stalla, sopra una catasta di legna, e prese un'aria distaccata e superba. Il padre sorrise, lo chiamò in dialetto mostrandogli una scodella piena di mollica di pane inzuppata di latte. Senza fretta s'incamminò verso la scodella, annusando perplesso la poltiglia grigiastra, la leccò tutta con cura, e fu adottato senza smancerie. La dieta rimase spartana, croste di formaggio, pane e latte, qualche raro avanzo di pasta. Sognò a lungo i pasti pantagruelici dell'Agriturismo, e perse peso in fretta. In compenso due gatte, una tricolore, l'altra rossa, lo festeggiarono con esuberanza, eravamo in settembre. Qualche residuo d'amore non soddisfatto prese il sopravvento sullo stomaco semivuoto. Gigi si buttò con entusiasmo nelle gioie della riproduzione della razza. Il terzetto non si separava mai, uniti d'amore e d'accordo; le due micie non credevano nel possesso, perciò non soffrivano nemmeno di gelosia. Rimase per Gigi uno dei mesi più felici della sua vita. Erano liberi, dormivano nel fienile, i sensi erano soddisfatti, il cibo lasciava a desiderare, ma dopo tutto lo stomaco veniva placato, se non altro. Perlustravano la zona, le gatte lo portavano nelle loro riserve di caccia; sparirono molti uccelli, diventarono feroci assalitori di topi e talpe. I due contadini adoravano questi tre felini, grazie a loro il formaggio non veniva rovinato nelle cantine, le riserve rimanevano intatte, perciò ogni tanto una scodella di schiuma di latte veniva offerta con cerimonia.
Visse nella fattoria tre anni, le due micie misero al mondo qualche nuovo grigetto identico al loro padre. Nel frattempo era arrivato un cane lupo straordinario, divenne il compagno preferito del più giovane degli uomini. Partirono per l'alpe a fine maggio con le pecore e le mucche. Di solito il contadino più anziano stava da solo nella fattoria con i gatti e le galline. Tra Gigi e Max il lupotto era nata un'amicizia assoluta, si capivano al volo, diventarono inseparabili. Gigi lasciò le micie gravide nella fattoria, e partì con Max e il gregge per l'alpe. L'estate fu molto calda, a lungo, così rimasero in quota fino all'inizio di ottobre. Una visitatrice lasciò il suo fuoristrada parcheggiato dietro la stalla, e il nostro Gigi, che adorava sempre fare un pisolo al caldo, si introdusse anche questa volta dal finestrino. Fece dei sogni bellissimi, finché non sentì muovere l'abitacolo, che sobbalzava sulla mulattiera caotica. Gigi scivolava di qua, di là, aggrappato a uno zaino poggiato dietro al sedile. Quando il movimento finì, stava talmente male, che si mise a miagolare disperatamente. La ragazza alla guida si fermò di colpo e scoprì il povero Gigi tutto scosso, lo stomaco in disordine, senza più volontà alcuna. Lo prese in braccio, aprì il finestrino e gli fece respirare l'aria fresca, strofinando con dolcezza la sua schiena. Però il terrore, che un tempo l'avrebbe spinto a correre via, gli annebbiava la volontà di fuggire. Così si trovò sdraiato in una stanza luminosa, su una coperta di lana morbidissima, dove si addormentò per il malessere che lo attanagliava, ma soprattutto per lo sconforto. Rimase tre giorni sdraiato, senza volontà, non toccò né cibo né acqua. Luisa, la ragazza della macchina, aveva chiamato il veterinario, che diagnosticò uno spavento con la S maiuscola. Quando il suo sguardo incominciò a vivacizzarsi, riprese a nutrirsi, e visitò la casa. Scoprì, con sgomento, di essere l'inquilino di un piccolo appartamento di tre stanze con un terrazzino, al settimo piano di un grande palazzo, circondato da un giardino fiorito. Che ne sarà di me, si disse, che ci faccio in questo posto senza Max, le micie, poi, aiutato dalla sua natura "carpe diem", divorò una scatoletta intera di patè delizioso. Fece la pipì in una cassetta di plastica colma di sabbia, che grattò un bel po’ spandendola tutt’intorno. Luisa rise di cuore vedendolo redivivo, lo coprì di tenerezze, ed il nostro Gigi, poiché era molto fortunato, condivise la vita di un'allegra personcina, traduttrice di professione. Passava giornate intere davanti al computer, Gigi al suo fianco. Però fu deciso che la nuova vita richiedeva un sacrificio. Luisa lo portò dal veterinario, e da lì si aprì un nuovo capitolo nell'esistenza di Gigi, gatto castrato di città. Visse a lungo, abbastanza felice, gran sognatore ad occhi aperti, Gigi il magnifico.


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