ESERCITAZIONI METRICHE

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Luigi Petruzzelli, 1997 - Distribuzione libera per scopo non commerciale, a patto che sia citato l'autore.


Introduzione
Rime idiote Guzziche Epitaffio La sera del dì di festa 21/12/1985 Peperonata
Ode alla Zuppa di Pesce
Fritto misto Era una notte Desiderio di studente In matrimonio della Pellegrino Il Marazzuccio vien dalla campagna
Un furto riuscito Sete Ad Allievi su Uncle Charles Ad una professoressa
La ballata dei pazzoidi Proverbi Il brindisi Amor, che il core
La ballata del Fernando Canto di lode Canto a due voci La ballata del Giraflippo
Per le elezioni Elide cameriera Burk Ai Cuassesi
Bella bruna Qualche osteria
Rime pretenziose Seriose Entropy Periodicità All'ombra di Titano Le rive dell'infinito
Alla supernova Davanti a un quadro di Albert Lambert Lorelei Agli Israeliani
In questa calda e profumata sera
Avventurose La torre sull'orlo del tempo The tower on the brink of time La ballata dell'impiccato Il viandante
La cervogia di Gonfalòr
Dedicate Dopo la maturità Cartolina a Elide Au retour de la visite d'Instruction A Raffaella
Lettera a Elide A Laura A Stefania Cartolina da Roma
Compleanno di Davide Per il matrimonio di Alessandra Ad Anna
Rime massacrate Il sabba del villaggio Quanto più m'avvicino Lines written near Uncle Charles Novembre
L'ha detta La cerca di Iranon Già è finito
Rime scopiazzate Traduzioni da "The Lord of the Rings" Incantesimo Beren e Tinùviel La leggenda di Aragorn La canzone di Durin
Earendil La canzone di Bilbo Amroth La canzone di Galadriel
Sparse La ballata dell'Antico Marinaio La belle dame sans merci
Rime in cocci Inno a Morfeo Scura è la notte Errore I Sovrani delle Stelle
Sinfonia fantastica Buon Natale ad Anna
Rime disperse Elenco

INTRODUZIONE   per  la versione Internet

La state leggendo? Peggio per voi! Che v’importa di ciò che uno scribacchino ha da dire su quel che compose? Sugli anni che sono trascorsi, sul tempo passato leggendo, passato vergando in fretta qualche rima che spesso non significa nulla neppure per lui, passato, qualche volta, pensando? Sui giorni, sempre uguali e sempre diversi, sull’oggi che è uguale a ieri, e che sarà uguale al domani, senonché avrà qualche speranza in meno e qualche capello bianco in più? Finché, a un’ora di un giorno di un anno uguali a tutti gli altri, l’Oste gli presenterà il conto, ed egli s’accorgerà di non aver nulla con cui pagare, e rimpiangerà tutte le portate che ha lasciato nel piatto? Ma va beh, visto che state leggendo... Contenti voi!... vi racconterò qualcosa su quel che troverete in questi fogli.

Nella versione su carta troverete qui tutto quel che scrissi in versi dall’inizio (il 1984) a oggi (il 1996). Tutto: quel che è meno brutto e quel che è più brutto, quel che all’epoca mi appariva completo e quel che è solo un frammento, quel che ho scritto perché volevo scrivere e quel che ho scritto perché dovevo scrivere. Beh, forse proprio tutto no: molto è stato smarrito, specie quelle quattro o quattordici righe usate come biglietto d’auguri in più d’una occasione, o quelle canzoni improvvisate con una buona compagnia e qualche buon fiasco di vino. E molto è stato distrutto: ci sono cose che, per un motivo o per l’altro, non ha diritto di leggere neppure chi le ha scritte. Naturalmente, le opere migliori sono quelle che volevo scrivere, ma non ho mai trovato il tempo di buttar giù...:-) Mancano inoltre quei versacci raccolti sotto il titolo di “Rime su un tovagliolo di carta”; quando, fra dieci anni, le avrò finite, i più masochisti potranno divertirsi a leggerle.

Nella versione Internet... no, per ora non trovate tutto. Vedremo in futuro.

Com’è diviso il libro? I versi sono raccolti in sezioni e, all’interno di queste, ordinati cronologicamente. La numerazione è invece dalla prima composizione riportata nel libro all’ultima. Contenuto delle sezioni:

Ho riportato tutto come nella versione originale, anche se spesso ho avuto la tentazione di rendere meno peggio qualche verso. Così qui troverete anche degli errori d’epoca. Nella versione su carta ho mantenuto anche le note originali, permettendomi però di aggiungerne, quando lo reputavo necessario, di nuove. Quando possibile, ho recuperato la data di composizione e varianti esistenti in più manoscritti. Il tempo di composizione? Pochissimo: salvo rarissime eccezioni, si tratta di al massimo un paio d’ore. Quello che scrivo è brutto, e perderci su dei giorni non lo rende certo più bello. E poi, dopo aver scritto la bozza di qualcosa, il rileggerla mi stufa. Per questo motivo, non conosco a memoria pressoché nulla di quanto ho scritto: tutto tempo perso. Né sono in grado di leggere ad alta voce questi versi: obbrobrio e raccapriccio! Del resto, un compositore di musica non deve essere un cantante lirico, e un direttore d’orchestra può tranquillamente essere stonato.

Nella versione su carta ho riportato anche qualche immagine dei manoscritti, e un po’ di vignette di Davide Raballo (altro amico) dell’epoca del Liceo. Qui non le trovate. Va beh, vi ho già fatto perdere abbastanza tempo con queste stupidate. Adesso, se ancora ne avete voglia, perdetene di più con altre.

Luigi Petruzzelli, 26 Dicembre 1996 e 8 Giugno 1997.


RIME IDIOTE - GUZZICHE

ODE ALLA ZUPPA DI PESCE

O piatto prelibato, dai cui fumi
viene ispirato ogni gentil palato,
i nostri pranzi a volte tu enallumi
ma questo evento, ahinoi, è talmente raro...
Narraci dunque come sei creato,
delle cicale, e del calamaro,
di scampi e vongole, e del buon giambotto,
e tosto ti preparerem per otto.

Ma se non siam per caso ottimi cuochi
e farti non possiamo qual vogliamo
in buoni ristoranti andremo (pochi!)
per te mangiare, allor ben cucinato.
Di vini deliziosi ti annaffiamo:
vernaccia, vermentino, e ancor pigato,
e buon verdicchio, che il bicchier ben riempia;
giammai sul tavol brilli l’acqua empia.

Poi finalmente dopo molte ore
finiam d’assaporarti, o mia pietanza!
Prendiamo un dolce, e infine un buon liquore.
Del dolce tuo profum nulla più resta,
e ancora ci sovvien la rimembranza:
gaio è il ricordo, ma la realtà mesta.
All’altro tavol Guzzi l’ingozzone
ne ha trangugiato mezzo pentolone.

1986-04-05

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RIME IDIOTE - FRITTO MISTO

IL BRINDISI

Voce:     Signori miei, vi voglio raccontare
          lo strano fatto che accadde l’altroieri:
          i professor si vennero a trovare
          ad un congresso inver d’alti pensieri.
          Ma per le otto il loro seminario
          si era concluso, e per ispirazione
          d’un luminar seguace di Lucullo
          tosto il congresso diventò un cenone.
          Così mangiarono innumeri portate,
          con abbondante vino e con liquori;
          e pria che l’undici fossero scoccate
          tutti cantarono, a voci alterne e in cori:
Uno:      “Colleghi miei, mirate questa coppa,
          il rosso vin nel limpido cristallo,
          e mentre il vostro calice levate
          brindiamo ad un anello, a un corpo e a un gruppo!”
Tutti:    “Evviva dunque il campo,
          e il gruppo sia normale!
          Trasforma ognor l’A-modulo
          in spazio vettoriale.”
Uno:      “Amici miei, ascoltatemi:
          io brindo all’Ideale!
          E se non è bilatero
          forse di meno vale?”
Tutti:    “Libiamo per le quadriche,
          laudato l’integrale!
          Noi per il Gran Topologo
          vuotiam questo boccale.”
Voce:     Come quei ch’è con lena affannata
          per troppo di mascelle manducare
          un’orrida vecchiaccia s’alza e guata,
          e subito comincia a declamare:
Una:      “Colleghi miei, dei fisici
          non voglio dire male:
          abbasso allor la chimica,
          scienza sperimentale.”
Tutti:    “Viva la matematica,
          e Gauss, e il differenziale!
          Per non tenerlo vuoto
          riempiam questo boccale.”
Uno:      “Io il mio bicchiere riempio
          di prelibato Porto.
          E chi con me non beve
          cada di schianto morto!”
Tutti:    “Insieme brinderemo
          per Riemann e Bourbaki;
          e prima del mattino
          sarem tutti ubriachi!”

1987-05-22

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BURK

Gli zapimpini saltellando vanno
come a li carciofini spina adduce;
onde lo sguardo della rapa truce
nel nostro beveron fa grande danno.

Come color che panozzoni fanno
mentre lo rombo sulla griglia abbruce
e la patata ben rossigna luce,
così la Pina mia mi reca affanno.

E saltellando sull’erbetta lieto
lo crapognotto va ingozzando i porci,
mentre le oche iniziano a nitrire;

quindi se di buon cibo vuoi riempire
lo ventre tuo, hai da mangiar li sorci,
e sul divano star svaccato e quieto.

1992-06-26

[Va beh... ho fatto anche questo! Se qualcuno è capace di trovare un senso in questa burchiellata, me lo faccia sapere.]

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AI CUASSESI

Tre giorni orsono mi giunse un invito  
per un felice e giocondo convito:
era il banchetto di certi tipi
che ancor s’aggirano nei municipi.
Così , curioso per la trovata,
volli anch’io unirmi alla lieta brigata. 
Tra un piatto e l’altro, tra un fiasco e un sorso,
un tal Girella fè questo discorso:
“Cari compagni, l’ultima volta
possiam mangiare: si è giunti a una svolta.
Mangiammo tranquilli per molti anni,
senza pensar né a galera né a danni;
or se vogliamo ancora pappare
un qualche cosa dobbiamo cambiare.
Per noi son chiusi gli enti locali,
che dobbiam fare? Son giunti i rivali...
Cari compagni, eravam socialisti,
ora chiamiamoci almen riformisti!”
Ed ecco, in quella disse Arlecchino,
mezzo ingozzato da lepre e tacchino:
“Perchè crucciarci? Salta la quaglia;
possiamo iscriverci a Forza Itaglia!”

1994-04-10

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BELLA BRUNA

O bella bruna dai capelli biondi,
un dì vidi i tuoi occhi di smeraldo,
le dritte gambe, ed i bei seni tondi,
ed apprezzai quel tuo sorriso caldo.

Sorriso caldo, sulla tua dentiera;
togliesti poi le lenti colorate,
e vidi che di vetro un occhio era.
Nel volger basse e pensierose occhiate

ti domandai: “Ma quello è silicone?”
“O no, m’offendi! porto un vonderbrasso.
E ancora porto, altra precauzione, 
queste mutande contro il culo basso”.

Slungai la mano, nel cercar sostegno,
e si svitò la tua gamba di legno.

1995-10-07? (09-30? 45 min.)

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RIME PRETENZIOSE - SERIOSE

ENTROPY

The stars will fall, the sun’ll be cold,
and everything will surely die;
in darkness then will Nature lie
when Stars and Sun and Moon are old.

1986-02-06

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PERIODICITÀ

Mira l’azzurro cielo e i verdi colli,
Odi la melodia degli usignoli;
Rami novelli offron nuovi fiori.
Tu, in un castello antico, tra le torri,
Empi di stelle gli occhi, e sei felice.
E il tempo passa, né si può fermare.
Vedi la bianca luna tra le fosse,
Illumina d’argento e d’or le cose.
Tu in neri cimiter trascorri l’ore;
Attendi, e la tua morte ti rincorre.

1986-03-15

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ALL’OMBRA DI TITANO

La nebbia oro e scarlatta
si è infine diradata:
ed ecco che in parata
le lune sfilan già.

Nel cielo di ametista
brilla lontano un astro,
che prima del disastro
fu noto come Sol.

Sotto una semisfera
d’acciaio sta il colono,
e triste ascolta il suono
di musiche d’un dì.

Tra polveri ghiacciate
scorge una nave nera,
che al fare della sera
vola verso gli anel.

1986-07-09

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ALLA SUPERNOVA

Lassù, nascosta in mezzo allo splendore
di nebulose, di galassie ed astri,
scintilla in questo cosmico fulgore
brilla una stella.

Eoni che nessuno può contare
ha offerto all’universo il suo calore;
irradia le sue luci estreme, amare:
giunta è la fine.

Ed ora compie un disperato atto
per non passare quieta nell’oblio:
grandiosa nello spazio esterrefatto
splende una fiamma.

Millenni dopo, mentre l’aria imbruna
stanco un viandante volge il guardo al cielo;
scorge la stella, e triste e muta una
lacrima scende.

1987-03-31

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RIME PRETENZIOSE - AVVENTUROSE

LA TORRE SULL’ORLO DEL TEMPO

   Ed Elbereth entrò
in quel giardino arcano.
La porta era d’oro e d’avorio,
racchiusa in un arco d’argento;
intarsi di noce e ciliegio,
d’iridio e diamanti il battente.
Là non occorrevano chiavi,
ma un mostro ne era il guardiano:
un demone di fuoco.

   Cantando sulla cetra
antica ed incantata
commosse l’orrendo custode.
Cantò di guerrieri, di maghi,
di regni perduti, d’amore,
di morte, d’immensi tesori.
Cantava la pace, l’oblio,
la quiete di luoghi lontani;
e la sua magica cetra
con corde di cromo brillante
rendeva più dolce quel canto.

   La melodia fluiva,
cresceva e s’abbassava,
creava dei mondi di suono
eterei e cristallini.
“Ah Gilthonièl, fanùilos,
o mènel àglar èlenath!
Sie linnathòn nec fàneis,
ne sìlivren tà mìriel”.
Cantava in alto elfico,
sopra una scala dorica,
una canzone ellenica
già nota pria d’Atlantide.

   La melodia saliva,
la musica cresceva,
le rapide sue dita
correvan sulle corde.
Su un la bemolle acuto
finì la sua canzone;
e il grande portale s’aprì.

   Creato da antichi sovrani
splendeva il giardino incantato;
verde smeraldo era il cielo,
limpida l’aria,
gli zefiri freschi.
Lontano, perduta tra l’erbe
giaceva un’oscura foresta,
oscura e misteriosa.
Tra alberi di strana foggia
s’alzavano rami scarlatti,
viola, oro, cremisi, azzurri:
inesplorata landa,
confine orinetale del mondo.

   Cascate, ruscelli, torrenti,
e rutilanti acque;
fiori multicolori,
dal cuore ingemmato e cangiante;
steli policromi e serici,
profumi ineffabili e musica,
che il sol nel suo cammino
creava con raggi purpurei.

   Elbereth andò verso est,
e cavalcò per giorni
tra bassi cespugli spinosi,
tra alberi immensi,
per vaste pianure.
La luce cambiava il suo mondo:
ombre di fuoco tra foglie cerulee,
colori mai visti o pensati.
E vide palazzi d’alabastro,
con torri slanciate e bizzarre;
vestigia di regni perduti,
rovine d’un tempo passato.

   E cavalcò per giorni,
tra stagni e nebbiose paludi,
tra grigi vapori,
su infidi sentieri.
La spada brillava corrusca
tra torme d’orrori nascosti;
le rune splendevan,
la lama rossigna
fu pregna di sangue nerastro.
E vide le ombre dei morti,
fantasmi di re maledetti:
nel buio ammiccavan lucenti,
argentei e grigi e dorati.

   E cavalcò per giorni,
giungendo all’antica foresta.
Tra spiriti silvestri
che in essa dimoravan
cantò le più allegre canzoni,
retaggio d’un tempo passato.

   A lungo egli ancor cavalcò,
senza mai darsi riposo:
e giunse a una verde radura,
tra fiori di rubino.
Lor dono era l’oblio:
tre mesi ivi sostò,
senza poter proseguire.
Tra dolci profumi, tra candidi lumi
felice i dì trascorse;
né mai al suo traguardo più volse lo sguardo,
stanco di lunghe corse.
Ammira il fiume limpido,
bevendo il vin di zàffiro;
contempla nel ciel le tre lune,
la verde, la rossa, l’azzurra;
ammira tra gli astri la polvere
che forma gli anelli del mondo.
Ma tra le acque ormai torbide
scorse un nero gorgo:
allor si decise a partire,
raggiunger la meta fissata.

   Elbereth andò verso est,
e cavalcò per giorni:
giunse alla scala d’avorio
sui monti di cristallo.
Che celestiale musica
a un piccolo raggio di luce:
il doppio sole all’alba
creava per lui sinfonie,
e come un’arpa eolia
al tocco di un gigante
suonò melodie possenti,
e lievi, e appassionate.

   Cavalcò, cavalcò molte notti,
fin sulle vewtte più alte,
fino all’antica dimora,
la torre di gemme
sull’orlo del tempo.

   Si vede da là il mondo intero,
qual è, qual è stato e sarà;
ma chi solo osa sfiorarla
per sempre infelice vivrà.
Aprì porte d’oro e d’avorio,
passò sotto archi d’argento
tra statue di candido marmo:
guardò la finestra d’opale
e vide, e conobbe, e capì.

   Richiuse le porte d’argento,
discese le scale d’avorio,
passò la foresta incantata,
le orrende paludi, il giardino.
Cantò dunque per il guardiano
la triste canzone del mondo.
Tornò da dov’era venuto:
nessuno lo vide, mai più.

1986-07-02

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LA BALLATA DELL’IMPICCATO

I.

Se a mezzanotte il tredici di aprile
di Westerness vedrete il camposanto
un cavalier da triste duolo affranto
il suo destino a voi dispiegherà.

Io ci passai, mentre pensando erravo,
e su una tomba dai bei candidi marmi
piegato il vidi, ed era ancora in armi:
piangendo di Artemisia
il nome alto invocò.

“Salute cavaliere,
e sorte a te propizia!”
Col solito saluto
or la mia storia inizia.

Fortuna gli auguravo,
ma quando l’osservai
scorsi sul volto pallido
occhi che mai fur gai.

Sopra il suo collo immobile
v’eran dei segni rossi;
poi si girò guardandomi,
ed io ver lui mi mossi.


“Sorte propizia, dici?
Non vedi il mio dolore?
Ormai da molti mesi
piango il perduto amore”.

“Possente cavaliere,
racconta, se ti piace,
l’orribile sventura
che tolto t’ha la pace”.

S’alzò allor dalla tomba,
guardò pensoso il cielo;
poi cominciò a parlare,
schiudendo il triste velo.

“Rammenti i barbari
brev’anni orsono
quando c’invasero
dai monti a est?

Io ed il mio seguito
subito andammo
là con l’esercito
pronti a pugnar.

Sentivamo squillare le trombe,
le armature brillavano al sole,
e le lame lucenti ciascuno
far brillare scarlatte già vuole.

Già le corde degli archi cantavan:
ah, che musica d’arpe e di viole!
Ed in tal celestiale concerto
i cavalli ed i fanti avanzavan.

Or le schiere son giunte a contatto,
e tintinnan le spade colpite;
sugli scudi risuonan le asce,
e già appaion le prime ferite.

Così all’alba iniziò la battaglia,
proseguì finché il sole fu alto;                                      
non si spense neppure al meriggio,
né di sera fu stanco l’assalto.

Come falce mietuto ha del fieno,
come cadon d’autunno le foglie,
era tutto coperto il terreno
dei soldati di misere spoglie.

E ciascuno in quel giorno di gloria
soprattutto pensò al proprio onore:
ogni piaga vedevi nel petto,
dove il ferro trafitto avea il cuore.

Un dei nostri tre loro valeva,
ma per un che al nemico cadeva
tosto cinque il suo posto prendevan,
e così piano ci respingevan”.

II.

“Ben ti comprendo, o triste cavaliere,
ed intuisco gli ignoti tuoi tormenti;
ma perchè devi porre tra i lamenti
la descrizion di sì possenti schiere?

Ne ho già sentite tante
che più non mi commuovo;
continua, per favore,
con un racconto...” “...Nuovo?

Da quando sulla Terra
ha visto il primo uomo
la luce di una stella
dimmi, che di novello
v’è mai nella sventura?
L’antica mia canzone
sempre diversa dura.
Aspetta che ti narri
quel che m’accadde poi.
V’era un vicin castello...”

La voce sua fremette,
guardò lontano un bosco;
ed un sì triste tono
da allor più non conosco.

“V’era un vicin castello,
e mentre combattevo
il suo pensier sì bello
scacciare non potevo.
Di presso d’un ruscello
di maggio un dì giacevo:
dalla brughiera brulla
m’apparve una fanciulla.

Figura perfetta, capelli dorati,
veniva su un destriero;
mi vede e s’affretta pei flutti argentati
verso il vicin maniero.

O celestial visione,
da un sogno forse uscita!
L’avevo appena scorta,
l’amavo per la vita.

Io presto la cercai
là, nel vicin castello;
la vidi, la incontrai
e amanti diventammo

Sembravan le ore minuti soltanto
quando con lei io ero;
con lei il mio dolore per magico incanto
svaniva, e tosto invero.

Dolce Artemisia dagli azzurri occhi,
dimmi perchè, perchè, per qual sventura
batter dovean i tragici rintocchi
della campana della mia sciagura?
Tale castello era presso il loco
ove combatter si dovea tra poco.

Ben presto i barbari
ci circondarono,
le nostre linee
così sfondarono.

Avanzarono allor sul castello
ove insonne Artemisia aspettava;
io impotente li vidi attaccarlo
e aggredire colei che m’amava.

Ella mi fu rapita!
Uccisi nemici a decine
e raggiunsi il castello alla fine,
ma l’orda era fuggita”.

III.

Sopra il suo volto pallido
vi fu un sorriso amaro;
negli occhi, invero orribile,
apparve un baglior chiaro,
come a chi la vendetta
da troppo tempo aspetta.

Cavò dalla tasca una corda
e andò a un vicino noce;
la tese sopra un ramo
e poi, con triste voce:

“Permette, signor, mio?”
quasi piangendo chiese,
e quindi per il collo
all’albero s’appese.

Il volto suo sì pallido,
il tragico suo aspetto,...
Ah, non poteva essere
che spirto maledetto!

“Lasciate che m’accomodi
di questa fune il nodo.
Scusate se il parlare
flebil sarà in tal modo.

Ebbene, amico mio,
siete al proseguo pronto?”
Con voce mesta e debole
continua il suo racconto.

“Fuggiano i barbari
con Artemisia
e là, terribili
li vidi a sud.

Rinforzi subito
tutti cercammo
e per il vespero
partiti s’è.

Li inseguimmo per piane e per valli,
tra dimore bruciate e rovine;
li inseguimmo per giorni, e accampati
li trovammo su verdi colline.

Tutti in alto le spade han levato,
e le trombe han lanciato la sfida:
“Vincitori oppur morti”, han giurato
tutti insieme per tale disfida.

Si combatte per ore, e ciascuno
mostra il meglio del proprio valore;
né se già di nemici più d’uno
non ha ucciso nessuno si muore.

Alla fine rimangon soltanto
pochi nostri, e dei loro nessuno;
ferma in piedi è Artemisia, e a lei accanto
sta uno gnomo malefico e bruno.

“Pur ti vedo, Artemisia, mia amata!
Alla fine ti ho dunque trovata”.
Lei mi guarda con occhi di ghiaccio,
di sventura io presago taccio.

“Non v’è amore, ma morte e null’altro.
Il mio dono è dolore e tormento”;
e da un fodero sguaina un pugnale,
e in silenzio veloce m’assale.
Io la fermo, e lo gnomo malvagio
fisso, colto da ignoto presagio.

“Tu chi sei, e a Artemisia che accadde?”
“Sono un mago, e fedele servivo
questo che ora ai miei piedi qui cadde.
Io tra poco più non sarò vivo,
ma tu ascolta ciò che ora ti dico:
costei che ho stregata fia sempre crudele,
e mentre qui muoio io te maledico”.

Riportammo Artemisia al castello
e passarono i giorni, e poi i mesi;
ella sempre parlava di morte, e io pazzo
decisione terribile presi.

Una notte salii sulla torre
ove bella qual stella dormiva;
io l’amavo, l’amavo pur sempre,
e lei era del senno ormai priva.

Io la vidi, ed al lume di luna
rilucevan dorati i capelli;
la baciai, quindi con un pugnale
terminai la mia opra fatale.
Ed infin con l’identica lama
spensi pure la vita mia grama.

Da allor sono ogni anno costretto
una notte ad appendermi qua;
la ricordo, la piango, l’aspetto
pur sapendo che mai tornerà”.

1988-01-31

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IL VIANDANTE

Il viaggio è quasi al termine,
ma ancor romba il motore,
mentre gli ugelli fischiano
e cantan col mio cuore.

La nave già decelera
verso il pianeta amato,
che ormai da troppi secoli
lasciai, ma non ho obliato.

Secoli per chi resta,
per me soltanto un mese:
mi mossi tanto rapido
che il Tempo si sospese.

Le mie città magnifiche,
le torri sì elevate:
torri che l’universo
sfidavano slanciate.

Entro le mura altissime
sotto quei cieli chiari
vedevi ad ogni angolo
palazzi senza pari.

Opere d’arte splendide,
di gemme ornate, e d’oro:
sempre gli artisti opravano,
mai paghi del lavoro.

Sotto la Torre Eburnea
i templi più maestosi
muti testimoniavano
di epoche gloriose.

V’eran giardin verdissimi,
dai fiori resi belli,
e tutti passeggiavano
tra arpisti e menestrelli.

Discosto, periferico,
sorgea lo spazioporto:
e navi vi atterravano,
di linea o da diporto.

Da là, parecchi secoli
prima, iniziò il mio viaggio:
dovevo andar sì rapido
quale di luce un raggio,

per esplorar le stelle
e i mondi con coraggio,
tornare infine a casa
recando il mio messaggio.

Casa? Sì, casa un giorno,
ma ora non più tale:
morta e sepolta, è polvere
chi amavo senza uguale.

Ora che sono giunto,
la cerca mia è compiuta:
a ognun potrò cantare
la gloria che ho veduta.

Come di stelle polvere
brillava in ogni dove:
gemme multicolori,  
e nebulose, e nove;

comete che vagavano
accanto a soli spenti,
pianeti che ruotavano
attorno ad astri ardenti;

spettro nefando e orribile
scorsi anche un buco nero,
e attorno a un sole ignobile
rovine di un impero.

Ora che sono sceso,
ed ho guardato attorno...
Forse è uno scherzo questo,
in questo grigio giorno?

Oh, occhi miei, traditemi,
dite che m’ingannate!
Non può, non deve essere.
Dite che vi sbagliate!

Le mie città magnifiche...
Le torri son crollate!
Torri che l’Universo
sfidarono, slanciate!

Le mura rase al suolo,
il cielo è cappa grigia,
e trovi ad ogni angolo
decrepite vestigia.

Opere d’arte splendide,
un giorno ornate d’ori:
ora non ne rimangono
né forme né colori.

Sotto la Torre Eburnea
templi son crollati,
e muti testimoniano
di tempi ormai passati.

Vi son giardini aridi,
i fiori son seccati,
e sul terren riposano
dei liuti fracassati.

Secoli dissi? Secoli?
Forse millenni, eoni.
Che devo far? Che restami?
Perirono a milioni?

Non so, non posso crederlo.
Forse partiron tutti
verso migliori lidi,
tra quei cosmici flutti.

Io me ne andrò ora, subito,
riprenderò ad errare;
li cercherò dovunque,
a costo di viaggiare

per sempre: non importami
del tempo che trascorre,
ché la mia nave rapida
come la luce corre.

Io lotterò per sempre
contro il mio fato avverso,
finché non vedrò un giorno
finire l’Universo.

1988-04-23

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RIME PRETENZIOSE - DEDICATE

CARTOLINA A ELIDE

Che posso dir? Non so: pensa e ripensa,
Il mio cervello piano va fondendo;
Annaspa e affoga in una nebbia densa,
O per la birra, o per il sol tremendo
!

1993-07-xx

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“AU RETOUR DE LA VISITE D'INSTRUCTION”

“O voi che, vacui gli occhi, vi agitate
siccome zombie dentro un cimitero,
ebeti larve prive di pensiero,
parole lente, stanche, strascicate,

le facce che non sembrano assonnate
sol perchè Morte par fissino invero,
per qual ragione in questo gorgo nero
volete naufragar, mi disvelate!”

“Carpe dièm, qualcuno un giorno scrisse,
e noi cogliemmo l’attimo fuggente;
né tra noi alcun  come uno zombie visse.

Il viaggio inter passammo allegramente
tra feste, danze, discoteche, risse:
vaghiamo, a contrappasso, senza mente.”

1994-03-24

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A RAFFAELLA

Eccomi qui: già è l’una del mattino,
e ancora non ho scritto questa burla...
cioè... biglietto..., per San Valentino,
che strappi ad altri risa, ma a te urla.

Vorrei parlar delle tue brune chiome,
del viso tuo, degli occhi tuoi di stella;
però che strano: non ricordo il nome...
Astriflammante? Alessia? Raffaella?

Sei tu, ragazza, simile a una rosa,
e non v’è rosa bella senza spine;
col tempo il petal cade, e giù si posa:
solo il pungente stelo avrà alla fine...

Perciò la mia passion, fanciulla amata,
ti giuro eterna come una fiammata!

“Come, e ti sembrano cose da scrivere per San Valentino? #%&!!#...”. Hai ragione, scusa. Non offenderti: adesso cambiamo qualche verso, e vediamo se riesco a rimediare... Dai, gira pagina!

Eccomi qui: le due son del mattino,
e queste righe, cominciate in burla,
ti possan giungere a San Valentino,
e insieme ad esse ciò che il mio cor urla.

Vorrei parlar delle tue brune chiome,
del viso tuo, degli occhi tuoi di stella,
di te, giovin, che porti il più bel nome,
o almen, tale a me sembra: Raffaella...

Sei tu, ragazza, simile a una rosa;
però che strana rosa, senza spine...
e, quando su di te l’occhio si posa,
vaga, disperso, in cieli senza fine.

Così il mio cuor, dolce fanciulla amata,
riscaldi e bruci come una fiammata.

1995-02-14

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A LAURA

Dentro il Palazzo, in sotterranee sale,
Esausti ci troviam, pronti al lavoro;
Drizziam gli orecchi, udendo per le scale
Illuminate già da raggi d’oro
Camminar chi rischiarerà il mattino,
Aurora ed alba e sole a mezzogiorno.
Tu giungi, già annunciata dal Destino
Oppur da un fax spedito l’altro giorno.
Arrivi, ci saluti, ci sediamo
Lieti a scambiar con te qualche sorriso.
Attenti nell’impegno procediamo:
Un tal convegno parci un paradiso.
Restiam, conclusa alfine la riunione,
Ad aspettar la verbalizzazione.

1995-10-04 (52 min.)

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A STEFANIA

Sentii notizia poco fa da un tale
Onde per Laura rinverdì l’alloro;
La nuova fu per me come uno strale
Per cui or a rispondere m’accoro.
E concediam che sia come un mattino,
Resti ad alcun qual sole a mezzogiorno;
Sole mi par un’altra, cui m’inchino,
Trepido, e solo aspetto il suo ritorno.
Ella si vien, e noi nel cor cantiamo,
Felici d’ammirare il suo sorriso;
Appare e se ne va, ma pur sappiamo
Nessuno resistette al suo bel viso.
I fax che annunceranno ogni riunione
Ad ella debbon la preparazione.

1995-11-28

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Per il compleanno di Davide, 12 Maggio 1996.

Sono passati, son volati gli anni,
sono passati, e andati non so dove.
Adesso, che ne ho visti ventinove,
chiamo la Vita, e Morte mi risponde.


Versione cantata in pizzeria:

Sono passati, son passati gli anni,
Sono volati, e ancora non so dove.
Ora che sono giunto ai ventinove
Chiamo la vita, e Morte mi risponde.

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RIME MASSACRATE

IL SABBA DEL VILLAGGIO

   La fattucchiera vien dalla palude
in sul calar del sole,
col suo fascio d’ortiche; e reca in mano
lo scatolon di rospi e di serpi,
onde, siccome suole,
ornare ella si appresta
tra breve, giù all’inferno, il suo forcone.
Siede con i becchini
tra le fosse a scavar la vecchierella,
nel luogo dove già biancheggian l’ossa;
e novellando vien con grande orrore
di quando ai dì di festa ella si ornava,
ed ancor buona e bella
solea danzar la sera con coloro
che uccise quando fu più grandicella.
Già tutta l’aria imbruna,
torna oscuro il sereno, e tornan l’ombre
richiamate dai maghi,
al rosseggiar della recente luna.
Ora un grido dà segno
del demone che viene;
ed a quel suon diresti
che una è appena morta.
Gli assatanati urlando
giù nella cripta in frotta,
e qua e là azzannando,
fanno un lieto romore:
e intanto riede dall’umana mensa
Red Jack, lo Squartatore,
e seco porta rossa la mannaia.
   Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
e niuno ormai più tace,
odi il piccon scavare, odi la sega
del falegnam, che taglia
in una chiusa cassa donna a mezzo,
e s’attarda, e s’adopra
di finir l’opra molto lentamente.
   Questa di tutte è più gradita notte,
piena d’urla e di sangue:
diman tristezza e noia
recheran l’ore e, se non crepato,
nessuno al cimiter farà ritorno.
   Bambinello ciccioso,
cotesto rogo acceso
è come un forno di tue carni pieno,
forno caldo, e in veleno
rosolerai, ormai cadaver reso.
Succhia, vampiro mio; sangue soave,
annata buona è questa.
All’alba partirò; ma la tua festa
a me farà venir ferita grave.

1985-12-20

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RIME SCOPIAZZATE - TRADUZIONI DA "THE LORD OF THE RINGS"

Spiacente. Non metto nulla in questa sezione, perchè temo esistano problemi di diritti d'autore. Peccato: alcune traduzioni mi sono venute bene.


RIME SCOPIAZZATE - SPARSE

Per ora (1997-06-08) non ho tempo di trascriverle in formato elettronico. Vedremo in futuro.


RIME IN COCCI

Per ora (1997-06-08) non ho tempo di trascriverle in formato elettronico. Vedremo in futuro.


RIME DISPERSE

ELENCO

Beh, proprio perchè sono "disperse" posso solo darvi una lista dei titoli. Il testo non esiste più (o meglio, non è più in mio possesso).

Parafrasi di Dante sul tema di terza liceo
“Quasi-sonetto” per la Armani
Elogio della miopia
Auguri per Giulia Re
Quel mazzolin di fiaschi
Siamo la coppia più brilla del mondo
Per Monica


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Ultimo aggiornamento 1997-06-01 (Rev. 2000-01-01)