Parlare degli animali come persone
A prima vista, non sembra difficile parlare del retto comportamento nei confronti degli animali.
In realtà le difficoltà non mancano, a cominciare dall’abitudine atavica, consolidata nella nostra cultura giudaico - cristiana, a considerare i nostri fratelli come qualcosa di molto meno importante, qualcosa di sacrificabile, esseri dei quali ci si deve occupare dal punto di vista della preservazione della specie, ma non dal punto di vista della non-violenza personale.
Considerare gli animali come persone alle quali va riconosciuta pari dignità, come cercano di fare i buddhisti, non è assolutamente un atteggiamento spontaneo, né nelle altre religioni, né negli ambienti laici.
Certamente il cacciatore può essere criticato, così come gli operatori economici che si occupano di macellazione o di produzione di articoli ricavati dalla vita delle persone animali, ma unicamente da un punto di vista buonista e non di coscienza consapevole. Così sentiamo dire che bisognerebbe regolamentare più severamente le procedure di macellazione, in modo che gli animali non soffrano, ammettendo implicitamente che è comunque logico considerarli una riserva di provviste “creata” per l’essere umano che ne può disporre, anche se è bene che lo faccia con la dovuta attenzione.
Ancora più insidioso è l’atteggiamento di coloro che propongono semplicemente di controllare che le specie non vengano estinte dal consumo incontrollato o dalla caccia. Oppure la tendenza comune a ridurre l’impegno in difesa della dignità delle persone animali, al semplice tentativo di diminuire la loro sofferenza nei cicli di “produzione”.
E’ vero che, ad esempio, il trasporto (o deportazione) degli animali da alimentazione è, per loro, un vero e proprio inferno e che ridurre questa immane sofferenza è una cosa giusta, ma il fermarsi a considerare solo l’aspetto del “come farli morire dolcemente” spezza sul nascere ogni tentativo di guardare in profondità la vera natura della persona animale.
Infine, non è molto diverso l’atteggiamento indotto dall’implacabile macchina del consumismo che propone un’immagine della persona animale simile ad un giocattolo, da cui succhiare affetto e compagnia o, peggio, sul quale proiettare le proprie frustrazioni e carenze psicologiche, nonché le proprie manie di comando e di esibizionismo o la speranza di facili guadagni.
Naturalmente, se l’animale non è il prodotto, finisce con l’essere il mercato. Nascono, per l’animale “domestico”, gli allevamenti a pedigree garantito, la gamma di cibo vitaminizzato, i giochi-prigione, perfino il vestiario firmato e, purtroppo, i corsi di addestramento e (ahimè) le immancabili mutilazioni a fine estetico.
L’animale oggetto di super affetto diventa un essere oggetto di penose violenze.
Per altri tipi di animali, invece, nasce l’industria delle corse, dei combattimenti e delle scommesse, degli spettacoli roboanti, come il palio o la corrida, oppure un’esistenza dedicata a cacciare ed uccidere altri animali. Una vita comunque d’inferno, di fatica assurda unicamente dedita a produrre il godimento della violenza per un fruitore che si definisce “umano”.
La strumentalizzazione offusca, come nei mattatoi o nei carri bestiame, la bellezza preziosa della natura animale.
Una vera natura da comprendere
Qual è la vera natura di una persona animale?
Si potrebbe rispondere con una famosa domanda, Un cane ha la natura di Buddha?
Koan a parte, vorrei esprimere la mia esperienza. E’ difficile toccare in profondità la natura di qualunque persona, animale o umana che sia, senza aver vissuto con lei una parte della propria esistenza e senza aver condiviso quelle esperienze di gioia e sofferenza che rendono accessibile la comprensione della vita stessa.
Condividere le esperienze forti e vitali dell’esistenza è importante, perché la semplice “vita in comune” non basta. Difatti quante persone vivono insieme e non si capiscono dopo anni? E quante persone allevano animali utilizzandoli come mezzi e non come scopo, secondo l’etica, a questo punto più estesa, di origine kantiana?
Bene, se la dignità va riconosciuta a ciò che può esprimere amore e sofferenza, e credo che debba almeno essere così, le divisioni fra i due "regni", animale e umano, sfumano fino a diventare ricordi nebulosi di un’infanzia egoista.
Alcuni, però, potranno obiettare, E le formiche? I serpenti? Le zanzare? Difficilmente rientrano in questo tipo di possibili esperienze!
La domanda è mal posta, perché si basa su un concetto esclusivamente “umanizzato” della comunicazione tra le persone.
Sicuramente è difficile stabilire contatti affettivi o di altro tipo con alcuni esseri, ma l’essere estranei l’uno all’altro, dipende tanto da loro quanto da noi. La comunicazione è difficile, in fondo, per un’insufficienza reciproca nella capacità di utilizzare i canali giusti.
Ma una zanzara che per nutrire le sue uova rischia la vita per prenderti una sola goccia di sangue, merita per questo la morte violenta?
Proviamo ad addestrarci a trovare nuovi modi di comunicare, proviamo a cogliere la natura che sta alla base della persona animale ed umana. Sforziamoci di praticare l'osservazione profonda della realtà così com'è, mettendo in discussione le nostre solite percezioni sulle quali fondiamo la nostra esperienza di "mondo". Fermiamoci a respirare, calmando la mente e rivolgiamo a noi stessi alcune domande.
Esistono esseri viventi inutili? Si può inscrivere la vita nel concetto di inutilità?
Probabilmente la vita sfugge ai concetti di utilità o inutilità perché è qualcosa di reale e non è una semplice percezione di qualcosa che si muove da sé, come inconsciamente pensiamo. Se un qualcosa in movimento dà fastidio, cerchiamo di eliminarlo. Un insetto si muove e dà fastidio, quindi può essere eliminato. E’ il sillogismo errato della morte e dell’ignoranza, è ridurre la vita ad una percezione soggettiva.
A Plum Village, nei ritiri estivi, non uccidere le zanzare è una pratica quotidiana di consapevolezza e come tale viene insegnata ai monaci e ai laici dal Maestro in persona. Nessuno si sogna di sorridere di questo fatto, perché in quei dieci o venti giorni si è vissuto anche con gli insetti in una comunione particolarmente intensa.
Si è condiviso, al di là dei limiti di comunicazione, un’esperienza più profonda della semplice percezione del movimento autonomo di qualcosa. Abbiamo guardato in profondità questa vita che per centinaia di milioni di anni ha elaborato strutture sempre più organizzate per svilupparsi, collaborando anche all’evoluzione delle forme animali più complesse, compresi noi mammiferi umani. Una volta, ricordo, sentii chiaramente che io ed un insetto stavamo respirando la stessa aria e rimasi stupito di come non ci avessi mai pensato prima seriamente.
In conclusione, non si tratta di nutrire il buonismo o la mera pietà, ma di sviluppare la consapevolezza profonda della vita e di ogni vita, perché l’esistenza è oltre i concetti di uno, molti, unica o molteplice, manifesta o non manifesta. La meditazione di Metta (benevolenza) fluisce verso tutti gli esseri, nati, non ancora nati, trasformati o che si devono trasformare. Quando tocchiamo l’interessere, ecco che la vita è davanti a noi, presente in ogni cosa!
Ma allora ditemi, una zanzara, ha la natura di Buddha?
Upasaka Tae Bi