Due decisioni mi hanno dato le più grandi
soddisfazioni e contribuito al mio benessere mentale e
fisico: l’accettare la mia omosessualità come uno
stato naturale e potenzialmente positivo e lo scoprire
come la pratica buddhista potesse dare alla mia vita
significato, scopo e direzione. La prima è venuta
in primo luogo, la seconda successivamente ed entrambe hanno costituito
una perfetta armonia formando un’unione costruttiva.
Lo scopo della pratica buddhista è rimuovere
le illusioni e gli ostacoli per comprendere chi siamo
e in che modo siamo relazionati agli altri esseri
umani e a tutto l’universo. Sfortunatamente, in una
società di pregiudizi, i sentieri degli omosessuali e
delle lesbiche sono più tortuosi ed annebbiati.
Noi ci sentiamo non accettati, non voluti, o persino
peggio; così siamo più insicuri ed affamati di affetto e
affermazione dei nostri fratelli e sorelle etero. Per
sopravvivere abbiamo dovuto diventare duri e persino
insensibili, andando contro noi stessi. Per credere
che siamo normali, quando la società dice che non lo
siamo, diventiamo cinici e ci ritroviamo soli a
costruire i nostri valori e la nostra moralità sulle ipocrisie
della società.
La tentazione di cercare affetto e affermazione in
promesse che non possiamo mantenere e in piaceri
esterni che svaniscono così velocemente come si
materializzano è un’esperienza che ci segue in ogni
momento della nostra vita. Lo stesso mondo che ci
condanna è ben disposto a svuotarci le carte di
credito su mode che ci fanno sentire accettati.
Il fatto che siamo sopravvissuti attraverso la storia
è una prova della nostra elasticità e tenacia. Siamo
sopravvissuti e continueremo a sopravvivere al rifiuto
e alle discriminazioni che solo pochi potrebbero
sopportare. Noi sopravviviamo e persino prosperiamo,
sempre che molti di noi ancora rimangano
nell’anonimato.
Diversamente dagli altri tipi di discriminazione, come
per esempio verso i neri o le donne, noi omosessuali
possiamo nasconderci senza mostrare come siamo
veramente. Questo vuol dire reprimersi. Comunque
quando ci nascondiamo, siamo rosi da un senso di
vergogna e vigliaccheria che mortifica il nostro senso
di dignità e rispetto di sé. Ma possiamo biasimarci?
La perdita degli amici, della famiglia e del tenore di vita è una
possibilità reale, presente e pericolosa per la
maggior parte di noi.
Qui è dove la pratica buddhista ci viene in aiuto,
insegnandoci ad avere compassione verso noi stessi e
persino verso i nostri oppressori. Come la maggior
parte di noi che sono cresciuti in ambienti omofobici,
io ero eterofobico, specialmente riguardo gli uomini
etero. E’ diventata parte della mia pratica buddhista
fare amicizia con quegli uomini etero con i quali
vengo in contatto regolarmente. Uno è diventato membro
della mia comitiva di amici. Allo stesso modo cerco di
migliorare le relazioni con i miei parenti
conservatori cristiani che si meravigliano di come io
possa essere diventato parte dell’albero di famiglia.
Il Dalai Lama ha detto che è facile amare i tuoi amici
ma la vera prova consiste nell’imparare ad avere
compassione per i tuoi nemici. Qualche anno fa mi
trovai a New York per partecipare ad un Gay Pride con
un gruppo di amici gay buddhisti. Quando con il corteo
giungemmo di fronte alla Cattedrale di San Patrick un
gruppo di anti-gay cattolici ci gridò che eravamo
peccatori e che saremmo andati all’inferno. Noi non
potemmo spostarci da lì perchè la sfilata si era
fermata per diversi minuti. Questa fu una grande
opportunità per la mia pratica e crescita spirituale.
All’inizio, noi meditammo e ci lasciammo attraversare
dal loro odio senza farcene coinvolgere. Dopo di ciò
la nostra meditazione cambiò e visualizzammo di
mandargli la nostra compassione e amore cercando di
trasformare il loro odio e avversione.
Come ha fatto il buddhismo a cambiare la mia vita di
uomo gay? Prima di tutto non mi ha fatto sentire
nell’errore riguardo il mio essere gay. Solo nelle
questioni dove si sono rotti i precetti di celibato il
sesso tra uomini ha rappresentato un problema.
Secondo, il buddhismo mi fa capire la differenza tra
cosa ho bisogno e cosa voglio. Mi piace ancora vestire
bene, ma non lo sento più come una necessità assoluta.
Terzo, voglio ancora amore e affetto, ma non faccio
promesse che non posso mantenere e, se c’è una
rottura, cerco ed accetto di coinvolgermi nel suo
svolgimento. Non mi considero perfetto e ho fatto
errori o persino li ho fatti fare ai miei compagni.
Cerco di non essere troppo veloce nell’accusare gli
altri e di essere più disponibile ad accettare i miei
errori. Il buddhismo mi ha insegnato che sono in
relazione profonda con tutti gli esseri viventi e con
tutto l’esistente e che il diretto responsabile delle
mie azioni sono io e non un agente esterno
trascendente. Quarto, e più importante, ho compreso il
modo corretto di relazionarmi con gli altri,
trattandoli non più come oggetti per la mia felicità
o soddisfazione sessuale, ma come persone che, proprio
come me, insicure e sofferenti, hanno bisogno di
aprirsi ad altre possibilità.
Aristocle