Scrivere sull'argomento delle cellule staminali non è facile e credo che non
possa e non debba essere oggetto di giudizio di una persona sola.
Ritengo invece che sarebbe opportuno organizzare dei seminari e incontri
per discutere con esperti tale materia.
Tenterò comunque di dare una breve visione di quello che potrebbe essere il punto di vista di un buddista cercando di essere il più oggettivo possibile.
I ricercatori stanno svolgendo le loro sperimentazioni su due fonti
possibili: la prima riguarda le cellule embrionali e la seconda il cordone
ombelicale. E' da queste due fonti che si possono estrarre quelle cellule
chiamate staminali da cui si ricaveranno i vari organi utili per l'impianto
e la riparazione degli organi irrimediabilmente danneggiati.
Esiste evidentemente una differenza fra le due metodologie: la prima comporta la
creazione e poi la distruzione di un embrione, l’altra utilizza invece
qualcosa che c'è per necessità (il cordone) senza alterare nulla di
significativo. Il secondo sistema di intervento sembrerebbe la soluzione alle varie
questioni etiche che sono state sollevate ultimamente dai vari gruppi e
movimenti religiosi e politici, tuttavia questo metodo, nonostante sembri il
migliore, presenta in realtà più limiti perché le cellule staminali, in questo caso,
sono in uno stadio di sviluppo più avanzato e quindi utilizzabili solo limitatamente ad
alcune funzioni specifiche, quali le cure di certe malattie del sangue. Di conseguenza
rimane ancora necessaria la possibilità di ricerca sugli embrioni.
Lasciando da parte le varie considerazioni etiche di altre religioni, prendiamo in
considerazione le valutazioni verso le quali sarebbe portato un buddista
suddividendole in due possibili atteggiamenti: uno metafisico e l'altro
pragmatico. Il primo, ponendo al centro la dottrina della rinascita basata
sul karma, ritiene l'embrione una manifestazione karmica di un' entità
precedentemente vissuta e quindi dotata di coscienza. Considerando
l'importanza della vita umana come possibilità di praticare il Dharma e
ottenere la liberazione, il rispetto dell’esistenza ed i precetti di non violenza per ogni
forma di vita, compresa quella animale e spirituale, questo tipo di
praticante non condividerà l'idea di applicare il metodo di ricerca sugli
embrioni in qualsiasi modo essa venga fatta perché ciò contraddice e
sottovaluta tutti questi principi.
Il secondo praticante, quello più pragmatico (e direi anche più concreto),
pur tenendo in considerazione questi aspetti, ma dando una valutazione di secondaria importanza alla dottrina della rinascita, vede senz’altro l'embrione come un essere dotato di
coscienza, ma ad un livello talmente germinale ed informe da ritenere che un
individuo già formato, che ha avuto esperienze della vita sensibile, che sa
cos'è il dolore e la gioia, abbia priorità rispetto ad esso. In altre
parole, il pragmatico prende come metro di valutazione principale la
sofferenza che può essere osservata, percepita o intuita in un essere dotato
di sensibilità. In questo caso significa che, se l'embrione in quello stadio
primigenio, privo di un apparato neuro-vegetativo, di un sistema nervoso e
di tutto il resto e quindi di tutto ciò che possa contribuire a dare una
definizione di un essere senziente sviluppato, viene creato per produrre
cellule utili alla cura di un individuo che soffre perché gravemente malato
o con poche speranze di sopravvivere, allora tale metodo, pur non essendo
perfetto, è tuttavia giustificabile, almeno fintantoché non venga trovata
un' alternativa migliore.
Allo stato attuale, comunque, gli scienziati sono ancora allo stadio di
ricerca e quindi ci si chiede se sia lecito usare questi embrioni per tale
scopo. A tal proposito i ricercatori rispondono che ci sono embrioni
congelati inutilizzati che non potranno dare origine a vite umane in quanto
irrimediabilmente alterati e che sarebbero utili per la ricerca; si stanno inoltre
studiando metodi alternativi per creare cellule embrionali senza embrione.
In ogni caso penso che per l'uomo, buddista o meno, sia importante il
coraggio e il non rimanere bloccato dalle paure, dai dogmi, credenze, ideologie
politiche ed altre influenze coercitive.
Il Buddha ci ha esortato a non affidarci a queste influenze esterne,
ma a vedere e sperimentare la realtà di persona e questo non è solo un incitamento
all'auto-responsabilità, ma anche al coraggio di muovere i nostri passi da noi stessi, senza inibizioni.
La ricerca, lo studio e l'esplorazione sono fattori vitali, che portano il
progresso e il miglioramento della qualità della vita; chiudere le porte a
queste possibilità è un errore. Per il buddista, dato che segue una via di
ricerca interiore non dettata da dogmi, dovrebbe essere facile e
naturale avere questa apertura, nonché possedere il coraggio che deriva dal guardare alle
cose con mente solida, realista e non discriminante, nel senso di non basare
i propri giudizi sull'io / mio, ma sulla compassione.
Rev. Tae Ri Sunim