Meditazione e depressione


Riflessione

La mia riflessione può essere così posta: prendere coscienza dell’impermanenza può in qualche modo essere un’esperienza traumatica per la mentalità occidentale?

C’è qualcosa nel Dharma che può essere frainteso a tal punto da creare delle patologie, oppure si tratta di problemi antecedenti che hanno influenzato l’apprendimento distorcendolo?


Primo Percorso:

Non credo che la depressione abbia molto a che fare con la scoperta dell’impermanenza.
È vero che noi occidentali tendiamo a fraintenderne il significato, evocando esclusivamente l’aspetto della caducità della vita, e non per esempio quelli della crescita e della trasformazione (incluso il miglioramento, il conseguimento della saggezza, la guarigione dalle malattie ecc.)

È però vero, secondo la mia esperienza, che nei circoli buddisti si presentino molte persone disturbate da una forte sofferenza mentale, attirati dalla meditazione come fosse una psicoterapia.
Purtroppo, la loro delusione è inevitabile e non tarda a realizzarsi.


Secondo Percorso:

Pratico la meditazione zen da un anno circa e devo dire che all’inizio ho proprio avuto tutti i sintomi della depressione indotta, probabilmente, da un errato modo di meditare. Lasciar andare i pensieri mi procurava una tristezza e un senso di vuoto infiniti. Ho allora provato col koan (con un maestro, s’intende), ma il risultato è stato anche peggiore: un’ansia fortissima si impadroniva di me e dopo qualche mese non riuscivo più a dormire.

Ho avuto sollievo solo con l’amorevole cura di un maestro “informale” che si è lasciato avvicinare senza pretese e senza volermi insegnare delle tecniche particolari, come invece avevano voluto fare gli altri.
Ora pratico una meditazione dinamica che mi riempie di energia ed ho ripreso a riposare serenamente.

Penso che oggi ci siano troppi maestri inesperti dal punto di vista psicologico, che vogliono insegnare come se fossimo in oriente e sono dei veri pericoli vaganti. Cavalcano la moda e causano grandi danni.

Si ha un bel dire della saggezza orientale: in oriente la vita è troppo differente per proporre qui i suoi modelli psicologici.
Leggo spesso, anche in questo forum, tante parole azzardate sulla vacuità e sul non essere ecc.
Bisogna rendersi conto che è meglio essere prudenti, come se si parlasse con i bambini!


Terzo Percorso:

C'è un errore di fondo nel concepire la meditazione,specialmente in occidente.
La meditazione è un "fare per.........."
Per conseguire un equilibrio corpo mente, per conseguire il nirvana, la vacuità, ecc. ecc....

Ma la meditazione è uno stato dell'essere, punto e basta, non porta benefici, bensì ritrovi benefici. Ma non sono sempre rose e fiori, in meditazione ritrovi anche malesseri, continuamente e se non si è abbastanza allerta possono riprendere facilmente il potere.
Mi muovo in un cielo sconfinato, ATTENZIONE a non perdere la bussola!


Quarto Percorso:

Insegno meditazione da anni, ma non posso dire di avere esperienza... perchè non basta una vita nel vero senso della parola. Premetto che molti si improvvisano insegnanti, magari pagando per un "certificato" rilasciato dopo un corso di qualche giorno... ma la consapevolezza non si certifica!

Le meditazioni dinamiche sono buone per noi occidentali perchè aiutano a "scaricare" tutti gli stimoli che bombardano ogni giorno i nostri sensi, ma è necessario avere chiaro che sono tecniche e non meditazione. La meditazione non si può "fare" è qualcosa di naturale che accade, il resto sono espedienti per favorirne lo stato. Spesso si confonde la tecnica con la meditazione che non è altro che contemplazione, osservare il proprio Sé. Non sempre è piacevole guardarsi dentro, prima di giungere al vero Sé è necessario passare attraverso tutta la cacca accumulata negli anni... il tuo potrebbe essere un banale sintomo di disagio, oppure una forma più seria di depressione, non lo so.
E' bene chiarire che la meditazione non crea nulla che già non sia presente, lo stato in cui normalmente si vive non è altro che uno stordimento, viviamo sempre fuori da noi stessi e alla prima occasione di stop scopriamo di essere tutt'altro che felici!
Succede anche con una banale malattia che ci obbliga a non correre... appena restiamo soli con noi stessi ci sentiamo a disagio. Ma non è la malattia a causarlo, è solo un mezzo col quale viene fuori. Lo stesso vale per la meditazione.
Perdona la lungaggine e spero di essermi espresso in modo sufficientemente chiaro.


Quinto Percorso:

Grazie di esserti "dilungato", caro amico!

Però quando dici: "Non sempre è piacevole guardarsi dentro, prima di giungere al vero Sé è necessario passare attraverso tutta la cacca accumulata negli anni... " è proprio lì, mi pare, che si presenta il rischio di confondere meditazione e psicoterapia; bisogno di realizzazione interiore e disagio psichico o stress.

La meditazione dinamica non è necessariamente "movimento" energetico nel modo in cui possiamo immaginarcelo, cioè sfogo dallo stress e dalle pressioni psicologiche. Una passeggiata nella natura è meditazione dinamica pura e autentica ed è profondamente curativa e rigenerante per lo spirito. Ci aiuta cioè a scoprire il nostro contatto con il mondo.

Tanto per essere chiari, non mi riferivo a tecniche tipo Rajneesh Osho ecc., ma a qualcosa di molto più "sereno", come fare il pane, l'orto, camminare, scalare un monte (facile) e anche parlare, ecc.
Alle volte anche gridare, è vero, ma non per sfogarsi, piuttosto per ascoltare l'urlo dentro e fuori di noi, invece che solo dentro o solo fuori...


Sesto Percorso:

Vorrei riprendere l’argomento pratica e depressione ripartendo da un precedente intervento:

“Non credo che la depressione abbia molto a che fare con la scoperta dell’impermanenza.”

Vorrei collegare questa frase a quanto accaduto recentemente in Asia, dove la forza della natura ha mostrato in pratica, quanto la nostra vita e la nostra sicurezza siano impermanenti.
Forse è un po’ presto per affrontare l’analisi serenamente, ma già molti personaggi della cultura si sono lanciati in discussioni di tipo filosofico e religioso del tipo:

Perché Dio, se esiste ed è onnipotente, permette queste cose?
Le catastrofi naturali hanno un messaggio trascendente per l’umanità?
Si tratta di un castigo che meritiamo?
È una prova per la nostra fede?
È uno stimolo divino per aumentare il senso di solidarietà umana?
È il mistero della “morte innocente”?

O, da parte buddhista,

E’ il nostro karma?
Come possono tante persone avere un karma tale per cui la morte li raggiunge nello stesso tempo?
È un’opportunità di migliore rinascita?

E così via.
Queste domande, secondo me, sono proprio un’espressione tipica della depressione da “evidenza” dell’impermanenza come pericolo in agguato.
Di fronte a ciò che non capiamo, in base ai nostri preconcetti di giustizia e ragione, si cercano giustificazioni trascendentali di qualunque tipo, pur di dare un fondamento all’accaduto.

È molto più facile accettare una guerra, una bomba atomica o una strage tipo 11 settembre che non un disastro naturale, quale che sia il numero delle vittime e soprattutto per il fatto che, finché la responsabilità è chiaramente identificabile come umana, siamo confortati dall’idea che la causa è il “male”; ma quando la causa è naturale, quando il “colpevole” è Madre Natura, Gaia, Madre Terra o come la vogliamo chiamare, allora diventa difficile trovare responsabilità, una forma di malvagità, un qualcosa che si possa condannare o sperare di emendare.
Oltretutto, i terremoti sono proprio l’espressione fisica della vitalità del nostro pianeta che è una delle ragioni per cui noi siamo vivi.
Eppure, nello stesso tempo, quella stessa forza può essere terribilmente distruttiva.
Ecco un esempio di presa di coscienza pratica (non meramente teoretica) dell’impermanenza che causa sgomento, confusione e depressione.

“Non credo che la depressione abbia molto a che fare con la scoperta dell’impermanenza.”
E invece parrebbe di si…


Settimo Percorso:

Caro amico,
penso che non sia la scoperta dell’impermanenza in sé a causare la depressione, quanto piuttosto l’attaccamento a ciò che muterà e da cui dovremo in qualche modo separarci.
Ed è proprio questo uno dei temi buddhisti principali: l’attaccamento è causa di sofferenza.

La pratica addestra a “lasciar andare” cioè a cambiare il nostro atteggiamento verso i fenomeni e verso la nostra stessa mente.
Lasciar andare è libertà dall’attaccamento, è prendere coscienza che l’impermanenza è una realtà, una legge naturale. La sua accettazione aumenta la serenità, il suo rigetto aumenta la sofferenza.
E una cosa non si può accettare se prima non la si scopre. Perciò la scoperta dell’impermanenza è il primo passo verso la diminuzione, l’estinzione della sofferenza.


Ottavo Percorso:

La Realizzazione interiore è un cammino lungo,
la meditazione invece può anche essere usata per alleviare disagi. Oramai è scientificamente dimostrato, poi la psicoterapia è nata dopo la meditazione.... e da questa ha preso molto.
Esistono tecniche antichissime che vengono oggi usate in varie terapie.
In ogni caso, le pratiche meditative vengono usate a scopo benefico per oltre il 90% delle persone, solo una minima parte prosegue poi per il cammino della ricerca interiore.

Non bisogna credere che la ricerca sia una cosa "soft", è dura e richiede motivazione.
Chiudo dicendo che passeggiare in un bosco è distensivo ma non catartico.
Spaccare la legna è sicuramente più efficace.
Ma alla fine sono solo punti di vista.


Nono Percorso:

Guardando a me in tutta onestà, devo dire che la “testardaggine” (uso il termine in maniera ironica e positiva) con la quale da anni mi interesso alla pratica del buddhismo scaturisce certamente da un disagio di fondo: stati di ansia, paure, ipocondrie. Spesso ritengo di essere fortunatissimo perché se non mi fossi imbattuto in questa disciplina che tratta il meraviglioso tema della “consapevolezza” (non è l’unica, alla base di ogni evoluta e seria tradizione mistica c’è la “consapevolezza”) sarei già perso. O perlomeno le mie paure mi causerebbero danni ben più gravi di quelli che mi causano. E non riuscirei mai ad osservarle come stati impermanenti. Grazie invece ad un continuo sforzo (e non dico che in certi momenti non sia faticosissimo…) le mie ansie riescono solo saltuariamente ad avere il controllo sulla mia persona. Ma per la maggior parte del tempo sono consapevole e ho una vita del tutto “normale”, anzi con ottimi effetti e risultati nel rapportarmi con gli altri, nel lavoro, negli interessi sempre crescenti. Non sono quindi “tecnicamente” un depresso, ma sospetto che se la pratica della consapevolezza non scorresse in me potrei rischiare di esserlo (ad esempio in questo periodo nel quale ho delicati problemi di salute relativi ai miei occhi).

Però credo che ci sia “tecnica” e “tecnica”. O meglio: forme di meditazione (o meglio di “tecniche”) a “livelli diversi”.
Quando iniziai ad interessarmi di buddhismo (circa 13-14 anni fa) fui subito affascinato dalla pratica della Vipassana, a mio avviso una forma di meditazione troppo profonda per un neofita (se con il termine Vipassana intendiamo la consapevolezza profonda del flusso psichico e della presa di coscienza dell’impermanenza dei concetti e delle idee). Ero come uno senza patente che vuole guidare una formula 1. I disagi e le controindicazioni non tardarono a manifestarsi. Ma ciò fa parte del cammino conoscitivo. Oggi ho senz’altro molta più esperienza teorica dell’argomento (per la pratica non ritengo che il termine “esperienza” sia da tirare in ballo), e non mi siedo da molto tempo in meditazione profonda sul mio flusso psichico, bensì mi sforzo di praticare la consapevolezza in altra maniera: per esempio nei gesti quotidiani, nelle emozioni più o meno importanti, e in questo periodo mi sforzo di provare compassione e distaccata consapevolezza nei confronti dei miei disturbi visivi. Non ritengo di essere pronto per “guidare la formula 1”, e non mi interessa essere pronto per farlo. Voglio solo coltivare la consapevolezza. Punto.

Questo per dire che a mio modestissimo avviso ognuno deve trovare la forma meditativa più adatta a sé stesso. E non è cosa da poco. Forme di meditazione troppo profonda possono andare a lavorare su strutture ordinarie della nostra mente, una mente non pronta può subire danni da non sottovalutare.

Concludo dicendo che concordo pienamente quando dite “penso che non sia la scoperta dell’impermanenza in sé a causare la depressione, quanto piuttosto l’attaccamento a ciò che muterà”.


Decimo Percorso:

“Ognuno deve trovare la forma meditativa più adatta a sé stesso. E non è cosa da poco.”

Prima di leggere l’ultima parte della frase, stavo per dire che sfondavi una porta aperta.
Invece, riconoscere che è difficile trovare la propria pratica, è veramente importante.
Grazie di cuore di avercelo ricordato!


Undicesimo Percorso:

Penso che il problema sia anche dovuto al fatto che, chi si rivolge alla meditazione, ha sempre una certa sensibilità alla sofferenza mentale, per cui è piuttosto vulnerabile psicologicamente.
Nello stato di smarrimento in cui spesso ci troviamo in quei momenti, è difficile selezionare le diverse pratiche ed approdare felicemente a quella più adatta per noi. Spesso si prende al volo quello che ci consiglia l’amico/a pensando che “nulla avviene per caso” e quindi l’opportunità che si presenta è sicuramente quella giusta.
Invece alle volte è quella sbagliata!

Come fare, dunque? Come trovare la via adatta?


Dodicesimo Percorso:

Ho letto con estremo interesse tutti gli interventi in questa condivisione che, fra l’altro, è di grande attualità.
Vorrei riferire una personale esperienza.
Premetto: ho 62 anni, mi interesso di buddhismo da una quindicina di anni, sono approdato allo zen, sono autodidatta per necessità e per convinzione. Intendo che il mio karma non mi ha dato di incontrare direttamente maestri, ma ho preso alla lettera il senso del “maestro interiore”.
Nessun rifiuto quindi della tradizione certificata, ma preferenza, per necessità operative, alla collaborazione fra compagni di viaggio..
Avendo in famiglia dei possibili depressi ho letto qualcosa sull’argomento, e, come spesso accade, mi sono a suo tempo convinto che anche io, in una qualche misura, ne soffrivo.
La meditazione, che già praticavo, mi era di aiuto ma non era risolutiva.
Il vero depresso non lo ammette e non si cura, da quasi depresso ho invece cercato l’aiuto dello specialista che mi ha confermato uno stato che era ancora lontano dalla vera depressione ma che ne aveva qualche caratteristica e mi ha dato una specifica cura, che ho seguito, sempre sotto controllo medico, per diversi mesi.
L’effetto non è stato eclatante ma molto interessante.
E’ stato come se alcuni aspetti del mio “carattere” venissero da un lato messi in evidenza e dall’altro ammorbiditi, cosa che mi ha reso molto più facile “plasmarli” con la meditazione.
Capisco che quanto ho detto farà inorridire i puristi che mal vedono fini pratici, come la correzione del carattere, nella meditazione.
Ho trovato però in questo forum molta consapevolezza e quindi la capacità di comprendere cosa intendo dire, e cioè una semplice testimonianza di un abbinamento che oltretutto trova molti riscontri in letteratura.
Il saggio consiglio di non confondere le due cose, cura medica - meditazione, si contempera con l’ottima sinergia che le due cose comportano.

Per quanto riguarda la domanda finale:
io ho trovato sempre senza controindicazioni i principi fondamentali del buddhismo. Meditare sulle quattro verità e sull'ottuplice sentiero, rimandando ad altri momenti gli approfondimenti filosofici e metafisici, mi pare un ottimo punto di partenza.


 


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per favore togliete il mio intervento

 

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