La pace e l'azione


Ricordiamo che “Percorsi” è una raccolta di condivisione e non una serie di insegnamenti dottrinali. Nessun percorso rappresenta una definitiva e inappellabile risposta alla riflessione di partenza. Non si stupiscano i lettori, se non troveranno qui espressi dei principi non relativi e non opinabili, come alcuni preferirebbero. Il Buddhismo è un sentiero che creiamo con i nostri stessi passi, facendo esperienza di quella realtà così com’è nel qui ed ora che chiamiamo Dharma, non un insieme di dogmi.


Riflessione

La pace è anche fare le piccole come le grandi cose con totale non attaccamento ai risultati.
Nostra è l’azione, ma non il risultato dell’azione.
Questo è il Karma Yoga, lo Yoga dell’abilità nell’azione.

Chi agisce con questa stabilità, rimane in pace in qualunque situazione.

Invece, attaccandosi ai risultati creiamo ansia, fin dall’inizio, fin dalla prima motivazione profonda della nostra azione che nasce, non con naturalezza, ma per perseguire scopi, guadagni e interessi dell’ego.
Ma se riusciamo a purificare la nostra mente, l’azione non sarà di ostacolo, ma aiuterà la pace a concretizzarsi.


Primo Percorso:

Oh, quante volte siamo amati senza merito e senza un perché.
E quante volte così ricambiamo, e a volte proprio per questa assenza di cause, ci pentiamo d'aver amato.

Ma la pace è non pentirsi di amare...


Secondo Percorso:

Grazie amici; è vero che si ama senza un perché, poi si frena con la ragione quello slancio che si crede pericoloso.
Un conflitto genera disarmonia e la pace di nasconde al nostro cuore.

Perché quel saper lasciare andare ogni giudizio ed essere capaci di amare trova poi in noi tanto turbamento?
Temiamo di soffrire; di sbagliare nel manifestare, semplicemente, quel che s'affaccia in noi.

Tra Cuore e Ragione spesso è la mente a scindere, analizzare, bloccare ogni manifestazione. Troppo irrazionale, disarmato e generoso appare l'amore che nulla di sé conserva e che condivide per moltiplicare.


Terzo Percorso:

Penso che il lasciar andare e il non giudicare siano due cose difficilissime per la nostra mente che vive, dico VIVE, di attaccamento e giudizi.

L’attaccamento è l’espressione di una funzione elementare, ma necessaria alla sopravvivenza, che troviamo in ogni ordine e grado del regno animale, al quale anche gli esseri umani appartengono.

Il giudizio è anche una funzione attiva indispensabile per orientarsi nella giungla delle infinite opzioni che la vita ci sottopone. Senza giudizio e attaccamento non ci saremmo probabilmente mai evoluti.

Allora perché essere così attaccati al non attaccamento e giudicare così severamente il giudicare?
Trovo, insomma, una contraddizione che forse è anche doppia…


Quarto Percorso:

E' un gioco di specchi, riflesso di attaccamento e d'illusione credere di non poter avere attaccamento e affermare di non averne?
Eppure per allontanare le causa del dolore si deve cogliere da dove esso origini:

Il Dhammacakkappavattana Sutta, considerato il primo sermone del Buddha attraverso il quale insegnò proprio a coloro i quali avevano perso la fiducia il Lui.
Questa volta, invece di dire ‘Io sono l’Illuminato’ disse ‘C’è la sofferenza, c’è l’origine della sofferenza, c’è la cessazione della sofferenza, c’è il sentiero che conduce fuori dalla sofferenza’ :

Le quattro nobili verità

La dottrina buddhista si fonda sulle Quattro Nobili Verità, che Buddha comprese sotto l'albero della Bodhi (illuminazione), e sugli strumenti pratici attraverso i quali ogni discepolo può realizzare la liberazione dal dolore-esistenza, cioè l'Ottuplice Sentiero che porta alla meta salvifica.

Per realizzare le quattro Verità il discepolo deve passare dalla sua condizione di ignoranza a quella di conoscenza liberatrice attraverso una via lunga e difficile.

La verità sul dolore fa emergere il carattere negativo dell'esistenza nella sua condizione fluttuante dalla nascita alla malattia, alla vecchiaia e alla morte. Distruggere il dolore, l'esistenza, il samsara (che è il circolo della vita: sam-sar = girare intorno; nascita-morte-rinascita) è pervenire alla consapevolezza delle quattro Verità.

La prima Verità (dukka) fa prendere coscienza che la nascita è dolore, la malattia è dolore, la vecchiaia è dolore, la morte è dolore, la separazione da ciò che si ama è dolore, l'impossibilità di soddisfare i propri desideri è dolore.

La seconda Verità (samudaya) insegna che il dolore ha origine nella sete del piacere, nella sete dell'esistenza, nell'attaccamento agli esseri e alle cose.

La terza Verità (nirvana) insegna che la sete dell'esistenza può essere soppressa distruggendo totalmente ( trasformandoci) il desiderio, rinunciandovi: si raggiunge così il Nirvana.

La quarta Verità (marga) spiega in che modo si può spegnere la sete dell'esistenza. "Ma che cosa , o monaci, è la nobile verità della via per ottenere la Cessazione della Sofferenza? E' il nobile ottuplice sentiero che conduce alla cessazione della sofferenza :

1. Giusta Visione
2. Giusto Pensiero
3. Giusto Discorso
4. Giusta Azione
5. Giusto Modo di Vita
6. Giusto Sforzo
7. Giusta Attenzione
8. Giusta Concentrazione

Come vedi quanto si potrebbe fare è semplice consapevolezza dell'esistenza dei nostri attaccamenti che prendono origine dalla mente istintuale, non significa fare qualcosa "contro natura", anzi si troverebbe armonia con essa, non significa negare l'ego, ma trasformarsi e saper offrire a noi stessi e agli altri uno strumento per non soffrire.

Come sai gli attaccamenti e le aspettative sono azioni e reazioni che possiamo osservare per cogliere l'origine del nostro agire; per portare in luce la nostra ignoranza e per cogliere la forza dell'amore.
Un po’ tutte le spiritualità vanno a quest'essenzialità : Amare per Essere.

Punto importante è che non si metta in atto il giudizio (come dito che accusa o autoflagellazione); non esiste un concetto di " peccato", si cerca invece di innestare la com-passione per se stessi e per gli altri, perché quando con consapevolezza vediamo gli attaccamenti della mente, sappiamo anche essere capaci di tenerezza per quella piccolezza che siamo e per gli atteggiamenti degli altri. Camminare accanto è cogliere e accompagnare chi, come noi, cerca di mettere in pratica il Nobile Ottuplice Sentiero.

Se cogliamo che gli altri, come noi soffrono, come noi provano attaccamento, come noi hanno aspettative, che senso avrebbe il giudizio? Nell’ inter- essere noi siamo gli altri e gli altri sono noi.
Qualcosa che somiglia a: “Non fare ad altri quello che non vuoi sia fatto a te o fai ad altri quello che vuoi sia fatto a te”
Noi siamo specchio e al contempo percezione della realtà che possiamo trasformare in capacità di amare.
Sono dell'infante l'attaccamento e l'istinto e della maturità interiore il saper cogliere che si può donare e mettere da parte l'attaccamento.


Quinto Percorso:

Ti ringrazio della tua risposta. Io sono molto ignorante in fatto di scritture sacre, anche buddhiste.
So solo che la natura ha, deve, avere un ruolo anche nella religione e mi sembrava che il Buddhismo fosse molto sensibile a questo fatto.

Le Verità, nobili o no, sarebbero più convincenti se ci ricordassero anche che la nostra mente non può abbandonare, lasciar andare i desideri senza un alto rischio di depressione.
Forse per un monaco è diverso, lui ha una vocazione e tutto sommato è proprio a quella a cui si attacca, no?
Anche qui vedo una contraddizione…

Come è vero che un attaccamento può diventare un’ossessione, è anche vero che tutto ciò che ci circonda è nato da giudizi e attaccamenti, cioè dalla volontà di perseguire la scelta di un obiettivo. Questo è vero sia nell’economia che nella cultura o nella vita comune di ognuno di noi. Siamo laici e dovremmo trovare una dimensione laica del nostro buddhismo, senza imitare i monaci o i santi.

Non so se sono riuscito a chiarirmi.
Grazie, comunque, della vostra buona volontà nel leggermi.


Sesto Percorso:

Nei tuoi interventi scorgo almeno due temi molto importanti, sui quali la riflessione è necessaria.

Il primo è l’importanza naturale dell’io psicologico.
Il secondo tema è l’importanza della questione laica nel buddhismo.

Mi permetto solo di proporre un indirizzo di massima alle nostre riflessioni che mi auguro continuino su questi temi.

Per quanto riguarda il primo tema, bisogna essere cauti e non psicoanalizzare il Dharma, facendo l’errore di scambiare l’io psicologico con l’ego-avidya (ignoranza, non conoscenza profonda di sé e del mondo). Non è che l’illuminato non abbia un senso dell’io, non è uno schizofrenico. Ma ha superato quella forza oscura (tamas – inerzia, abitudine) che costringe la mente a piegarsi su di una sorta di magnetismo egoico e che scambia forma, sensazioni, percezioni, formazioni mentali e coscienza per una realtà assoluta. Chi pratica in profondità prende coscienza dell’impermanenza e dell’interconnessione dei fenomeni, ego compreso.

Per quanto riguarda il secondo tema, mi terrei lontano da posizioni estreme, quali l’assoluta ascetizzazione della pratica, nella quale il laico ha un ruolo marginale, di puro conforto economico nei confronti dei monaci, allo scopo di guadagnarsi un miglior karma; e all’opposto eviterei pure una radicale laicizzazione del buddhismo, perché il merito (funzione?) del Sangha monastico è stata quella di assicurare continuità all’insegnamento attraverso la trasmissione della mente illuminata da Maestro a discepolo(i) per più di 2500 anni.

Il Sangha laico, che rappresenta decisamente la maggioranza di coloro che praticano la meditazione, rappresenta una forza che deve operare in unione armonica con il Sangha monastico. Sono due grandi aspetti di un’unica grande energia spirituale vivente. Per noi laici, si pone il problema di trovare modi per praticare nel mondo, in armonia con gli impegni e le responsabilità propri della condizione di vita laicale. Questa ricerca dei modi è anch’essa pratica.
Se il Buddha pose la base per 84.000 porte del Dharma, è nostro compito trovarne molte altre e viverle. Personalmente non apprezzo quando i laici giocano a fare i monaci. Penso che il laico debba praticare la meditazione formale, ed anche il karma yoga, la meditazione del retto agire, nel lavoro, nella famiglia, vivendo gli impegni che si è scelto.


Settimo Percorso:

Siamo noi tutti, monaci o laici, a non dover dimenticare queste parole:

Semina un pensiero

Semina un pensiero
e nascerà un' azione.
Semina un' abitudine
e nascerà un carattere.
Semina un carattere
e nascerà un destino...
Poiché la mente precede
i modi d'essere
originati dalla mente,
creati dalla mente.
Nella mente
ha origine la sofferenza.
Nella mente ha origine
la cessazione della sofferenza.

Siamo noi tutti a seminare o raccogliere, amplificare o farci catturare dalle reazioni. Chi osserva e non si fa trascinare, chi con rettitudine si sforza a migliorare, a non separare, a non avere pregiudizio è capace di seminare sopratutto Amore.


 


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per favore togliete il mio intervento

 

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