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Sofferenza e impermanenza
CAROL WILSON
Discorso tenuto a Barza d'Ispra nell'agosto 2000.
Uno dei temi più ricorrenti, affiorati più volte nella
pratica di oggi, è quello della difficoltà di coesistere
con esperienze spiacevoli e dolorose, siano queste di natura emotiva
o fisica, o aspetti della nostra personalità che noi non
gradiamo. Lo so che spesso fantastichiamo, immaginando di poter
evitare tutto questo, per mirare direttamente alla liberazione.
È paradossale il fatto che il Buddha usasse definire il suo
insegnamento come il sentiero che conduce alla fine della sofferenza,
e che ciò nonostante, si debba esplorare la nostra sofferenza,
in quanto è l'errata percezione che ne abbiamo a tormentarci
e a tenerci legati.
La libertà del cuore, la libertà della mente, affiorano
spontaneamente quando noi vediamo chiaramente la natura delle cose
così come sono. Il cuore della nostra pratica, l'essenza
del vedere nelle cose con chiarezza è osservare ciò
che chiamiamo sofferenza, perché è lì che noi
scopriamo la vastità del cuore, è lì che noi
troviamo la libertà.
Il Buddha ha detto: "Ho scoperto lo stato supremo di pace,
che è la liberazione attraverso il non attaccamento".
Che cosa significa, liberazione attraverso il non attaccamento?
Significa che, come il Buddha ha detto altrove, a nulla al mondo,
qualsiasi cosa essa sia, ci si deve attaccare come 'mia', o come
'me'. A nulla. Come vedete, si tratta di un'affermazione radicale.
E come possiamo raggiungere il cuore di questo non attaccamento?
Non si tratta, infatti, di una sorta di stato creativo dell'insieme
cuore-mente raggiungibile attraverso l'uso della volontà,
o per mezzo di una forzatura. Il non attaccamento è uno stato
naturale e inevitabile, una risposta del cuore, nel momento in cui
le cose vengono viste per quello che veramente sono.
Quindi cos'è che dovete riconoscere correttamente? La scorsa
notte, Guy ha parlato dei tormenti della mente: ingordigia, odio
e confusione. Questi sorgono nelle nostre menti e nei nostri cuori,
proprio perché percepiamo noi stessi in modo non corretto.
E siccome ci percepiamo erroneamente, cerchiamo la pace e la felicità
nei luoghi sbagliati e nel modo errato. Quando dico sbagliato, non
intendo cattivo, ma sbagliato in quanto non funziona e in quanto
accresce la nostra sofferenza.
Tra tanti, l'aspetto del Buddha che più amo è che
egli sembra essere assolutamente pratico. Perciò, quello
che ci insegna, e ciò di cui ci stiamo occupando questa sera,
non è utile in alcun modo per migliorare la nostra conoscenza
intellettuale, bensì per chiamarci all'osservazione profonda
delle nostre esperienze, per scorgere ciò che è vero
per noi. Parliamo, per esempio, delle esperienze difficili.
Quando pensate a ciò che secondo voi è il risveglio,
o la pace, il sentirvi meglio, o l'essere illuminati, scorgete in
voi, come accade a me, la convinzione quasi inconscia che ciò
significhi mai più cose negative e spiacevoli nelle vostre
vite? Può sembrare stupido, ma in realtà, esploratevi
e vedrete che, nel tempo, si è consolidata la tendenza della
mente a associare ciò che ci piace, ciò che è
piacevole con la libertà. Per me è stato molto interessante,
alla luce di questa riflessione, osservare gli eventi della vita
del Buddha, dopo che diventò un Buddha, dopo la sua illuminazione.
Egli stesso si proclamò un essere felice, pacifico. Per molti
anni, pur conoscendo quegli eventi, non mi è mai venuto in
mente di osservarli così attentamente. Allora, il 'felice',
il 'pacifico', aveva mal di testa, provava dolori, in alcune occasioni
sembra che abbia detto ad Ananda, il suo assistente: "Occupati
tu del discorso, io devo riposarmi perché mi duole la schiena".
Durante la vita del Buddha, scoppiarono spesso delle guerre e dure
dispute tra i sostenitori del clan materno e paterno e clans opposti,
e ci furono molte vittime. Il Buddha venne spesso chiamato in veste
di mediatore, e tutto questo dev'essere stato per lui molto doloroso.
Anche tra il Sangha delle monache e quello dei monaci si
verificavano attriti e polemiche.
E sono molte le storie e i discorsi dove troviamo monaci correre
da altri a riferire: "Quel tale ha fatto questo, quel tizio
ha fatto quest'altro, cosa farai a tal proposito?". Spesso
capita che Ananda abbia un ruolo centrale in questi discorsi poiché
era un personaggio molto umano, ad esempio dicevano: "Ananda
passa troppo tempo con le monache, sai, non è bene".
Come vedete, si tratta di cose che succedono anche oggi. Mi chiedo
se il cugino del Buddha, che era monaco, e era molto geloso del
Buddha, non cercasse di mettere gli altri monaci e monache contro
il Buddha. A un certo punto cercò persino d'ucciderlo!
I due discepoli più vicini al Buddha, ai quali era molto
affezionato e che stimava molto, morirono prima di lui. C'è
un passo nei Sutta in cui il Buddha, per esprimere il dolore causato
dalla perdita dei suoi amati discepoli, dice che è come se
il sole e la luna fossero scomparsi dal cielo.
Vedete, il Buddha è passato attraverso lo stesso tipo di
esperienze che viviamo noi e, ovviamente, alla fine, morì.
Quindi, in che cosa era diverso da noi per essere chiamato il pacifico?
La differenza è che, avendo visto e compreso la realtà
delle cose così come esse sono, poté vivere in profonda
armonia, attraverso tutte le esperienze; e anche nel dolore della
perdita dei suoi discepoli più amati, l'essenza della sua
pace interiore non venne intaccata.
Possiamo osservare, da tutto ciò, che il risveglio, l'illuminazione
non cambia il mondo, bensì, avendolo riconosciuto, percepito
correttamente e con accuratezza, ci risvegliamo totalmente in esso
così com'è, vivendo in armonia e in pace. Quando il
Buddha cominciò a insegnare e dovette scegliere tra tutte
le cose che aveva osservato e compreso, distillandone l'essenza
in una sintesi da poter condividere, egli scelse quattro cose: le
Quattro Nobili Verità. Di che cosa si tratta?
È interessante notare che la prima cosa che il Buddha volle
insegnarci è la constatazione dell'esistenza di dukkha, ovvero,
che nella vita accadono eventi difficili; ci dice che c'è
la nascita, la perdita, la malattia, la separazione, la morte, che
le cose che più ci sono care cambieranno e scompariranno.
La seconda verità che ci insegnò è che la causa
reale della nostra angoscia, del nostro dolore non è l'esistenza
di questi eventi difficili, bensì il nostro atteggiamento,
l'attaccamento e il rifuggire da essi. La terza verità è
che non appena riconosciamo con accuratezza le cose per quello che
sono, anche se solo per un momento, allora, quell'attaccamento e
quel fuggire non avranno più senso. Questa rivelazione può
accadere in un attimo, non significa che dobbiamo mantenerla per
tutto il tempo, un attimo, e in quel momento non c'è attaccamento,
c'è libertà. La quarta verità è relativa
al cammino della pratica, alla purificazione dei nostri cuori e
delle nostre menti, al nutrire la pienezza mentale.
Questa sera vorrei parlare principalmente della prima verità.
Leggendola per la prima volta ci si potrebbe chiedere, perché
mai il Buddha debba insegnarci questo, non è certo un segreto!
Sappiamo che ci ammaliamo, che moriamo, che andremo via; ma se guardiamo
più in profondità, se decidiamo di scoprire questa
dimensione da soli, da noi stessi, troviamo una negazione, a volte
molto profonda, un nascondersi da questa semplice verità.
Se siamo veramente malati, se soffriamo per una grave perdita, o
non abbiamo più lavoro e le cose non vanno come vorremmo,
quante volte ci diciamo: "Be', del resto le cose spiacevoli
accadono, è così che vanno le cose"? Forse qualche
volta, ma più in generale, abbiamo la sensazione d'aver sbagliato
qualcosa, che se, per esempio, fossimo stati più accorti,
questa cosa non sarebbe accaduta.
Altre volte possiamo persino provare vergogna, se ci accade qualcosa
di difficile o di spiacevole. Prendiamo il semplice invecchiare,
generazione dopo generazione: ad esempio ora io sto per compiere
cinquant'anni, naturalmente anche le persone attorno a me invecchiano,
molti dei miei amici hanno la stessa età, eppure, quando
ci ritroviamo insieme in un ritiro e chiacchierando ci diciamo che
stiamo invecchiando, lo facciamo con un'enfasi, che è come
se questo non fosse mai accaduto prima a nessun altro essere.
Penso anche al condizionamento culturale del paese in cui vivo,
in cui ci si sforza molto per evitare esperienze spiacevoli. Negli
Stati Uniti c'è un modo convenzionale di salutarsi, quando
si incontra qualcuno, si chiede: "Come stai?". La risposta
che ci si attende è: "Bene, grazie". Ma se cominciamo
con il dire: "A dire il vero ho dei problemi alla schiena e
mi fanno male i reni", allora, nella stragrande maggioranza
dei casi si avvertirà una chiusura, come se non si volesse
stare lì a sapere che qualcosa non va come dovrebbe.
Quello che sto per dirvi è assolutamente vero. In America
c'è un centro di bellezza per ricchi dove si lavora sodo
per rimuovere le rughe profonde del viso, anche quando queste non
sono visibili. Si tratta di rughe che si formano quando si corruga
la fronte. Nella nostra cultura, sorridere va bene ma corrugare
la fronte fa sentire le persone a disagio. Questo trattamento consiste
nell'iniettare nei muscoli facciali una tossina assai potente che
li paralizza.
Di questi tempi, in America è diventato comune, per banchieri
e avvocati di rilievo, sottoporsi a questo trattamento, cosicché,
quando hanno riunioni di lavoro particolarmente impegnative, possono
simulare uno stato d'animo imperturbabile, nascondendo le reazioni
reali agli ordini del giorno in discussione.
Se noi, da qualche parte, anche inconsciamente, siamo convinti che
la perdita, la malattia, il dolore siano sbagliati, allora, non
appena qualcosa di simile ci accadrà, sentiremo d'essere
in torto, nell'errore, nella colpa. Nei fatti, molto del giudicarci
deriva da un senso di vergogna, dal sentirci in errore perché
stiamo esperendo del dolore. Se prestate attenzione, quando siete
addolorati, o tristi, o vi sentite soli e scorgete un senso di vergogna
per ciò che vi sta accadendo, allora noterete che quella
sofferenza sarà più isolante, più alienante.
Tutto ciò è molto triste, perché la verità
è che questo è dukkha, e che il fatto che dukkha possa
accadere in qualsiasi momento è una forza che ci accomuna
tutti come esseri umani. In realtà, quando siamo capaci di
aprirci alle nostre esperienze difficili, noi ci apriamo alla condivisibilità
della vita umana. Ajahn Sumedho, che è americano ma monaco
di tradizione Thai, in un'occasione disse che, in Thailandia, quando
i monaci cominciano un discorso rivolgendosi a un pubblico laico,
spesso usano la seguente espressione: "Care sorelle, cari fratelli
nella vecchiaia, nella malattia, nella morte". Questo fa sì
che il nostro senso di differenza si annulli, non è vero?
E, inoltre, in modo molto naturale, quando ci sentiamo parte dell'umanità,
in contatto con la condivisibilità della vita, vediamo affiorare
l'essenza della compassione.
Compassione, semplicemente, significa essere in contatto con noi
stessi e con gli altri, nella sofferenza. Voi, forse, non ricordate
che in America, nella città di Oklaoma, circa cinque anni
fa, la sede di un grande ufficio pubblico venne fatta saltare in
aria con una bomba. Ci furono numerose vittime, molti morirono,
molti altri sopravvissero all'esplosione. Più tardi, un paio
d'anni fa, in Kenya, ci fu un nuovo attentato terroristico, questa
volta all'ambasciata americana, e, come nell'altra esplosione, ci
furono parecchi morti e, fortunatamente parecchi sopravvissuti.
Recentemente, un'organizzazione ha fatto sì che i sopravvissuti
dell'attentato di Oklaoma City, incontrassero i sopravvissuti dell'ambasciata
americana in Kenya.
Dalle interviste agli americani - ovviamente i superstiti in Kenya
sono africani - ho potuto capire che si tratta di quella tipica
classe sociale squisitamente definibile come "Middle Americans",
persone il cui paesaggio culturale si identifica con quello americano:
non certamente definibile come cultura del mondo. Il loro pensiero
suonava più o meno così: "Cosa avremo mai in
comune con questi africani?". Non appena ebbero la possibilità
di condividere le esperienze, e di ascoltare le altre testimonianze,
si resero conto che erano esattamente uguali, che americani e africani
stavano, nei fatti, vivendo le stesse esperienze. E ciò che
sembrava essere l'impossibile incontro tra due mondi completamente
diversi, in realtà si trasformò in una comunanza di
esperienze.
Questo è ciò che veramente cominciamo a vedere quando
riusciamo a essere in contatto gentile con le nostre difficoltà:
scopriamo l'unione con tutte le forme di vita e la resistenza che
costantemente avvertiamo verso tutto ciò che è spiacevole
può cominciare a sciogliersi. È questa resistenza
che ci impedisce di percepire la realtà correttamente e ci
fa percepire noi stessi come qualcosa di separato dal resto.
Prendo a prestito da Pema Chodron, una monaca-maestra tibetana:
"Quando l'ispirazione si è occultata e sentiamo che
siamo pronti ad arrenderci, questo è il momento in cui la
guarigione può essere trovata, nella tenerezza del dolore
stesso. Questo è il momento per toccare il cuore genuino
di bodhicitta, nel bel mezzo della solitudine, nel mezzo della paura,
proprio quando ci si sente incompresi e rifiutati; questo è
il battito del cuore della vita tutta". Noi pensiamo che proteggendoci
dalla sofferenza siamo gentili con noi stessi, la verità
è che così facendo, diventiamo più ansiosi
e più alienati. Più cerchiamo di proteggerci dalle
difficoltà e più soffriamo; quando, invece, non ci
isoliamo, quando lasciamo che i nostri cuori si spezzino, allora
scopriamo come siamo uniti a tutti gli esseri.
Uno degli aspetti cruciali della Prima Nobile Verità di dukkha,
è quello dell'impermanenza, in páli anicca. La comprensione
dell'impermanenza, non mentalmente, ma nella realtà, risulta
essere così potente, che è stata definita la porta
d'accesso alla liberazione.
Ancora una volta possiamo pensare che non ci sia nulla di nuovo
da scoprire, che non ci si trovi di fronte alla rivelazione di un
gran segreto, che il fatto che tutto cambia, i nostri corpi, le
nostre menti, le emozioni, i rapporti, le condizioni in cui viviamo,
le persone che amiamo, sia abbastanza ovvio. Eppure, non solo tutto
cambia, ma tutto accade senza che noi possiamo esercitare il pur
minimo controllo. Quindi il punto centrale dell'impermanenza è
che, essenzialmente, in questo mondo, non c'è nulla di affidabile
su cui poter costruire una forma di sicurezza, nulla. Siamo capaci
di vivere in questo modo? Mi pongo questa domanda, l'ho osservato
nella mia pratica mille e mille volte, ogni aspetto del mio essere,
della mia esperienza è in continuo mutamento.
Se sapessimo questo nel profondo, senza eccezioni, allora ci apriremmo
all'essenza del vivere senza attaccamento. Uno degli inni che cantiamo
assieme alla sera, quello che inizia con "anicca watha saýkhara",
si traduce in questo modo: "Tutte le cose condizionate sono
impermanenti, la loro natura è quella di sorgere e scomparire.
Vivere in armonia con questa verità genera la più
alta tra le felicità".
Per me questa è un'area di ricerca molto ricca: "Dov'è
che il mio comportamento non è in accordo con questa verità?".
Posso vederlo, ovviamente, nei grandi eventi della mia vita. Per
esempio, mio padre che ha ottantatre anni è affetto dal morbo
di Parkinson. All'inizio, quando ci stavamo rendendo conto di cosa
stesse accadendo, egli cominciò a essere un po' più
lento nelle sue attività mentali e fisiche.
Questo, per me, fu profondamente traumatizzante e frustrante. È
naturale che ci si senta tristi, che si esperisca quel senso di
perdita che il Buddha descrive alla morte dei suoi discepoli prediletti.
Ma, qui, sto parlando di una cosa leggermente diversa, per esempio,
di quando ci diciamo: "Questo non può accadere, dobbiamo
trovare il modo per far sì che questo venga fermato".
Che significa, quando si manifesta il panico, non essere in grado
di accettarlo, di sentircisi dentro senza resistenza. Io non ero
capace di dire: "Le condizioni che mantenevano il corpo in
salute sono cambiate e, ora, si sta ammalando". Il pensiero
si esprime subito in: "Devo aver fatto qualcosa di sbagliato,
devo risistemare subito le cose com'erano in precedenza".
È molto interessante osservare, nel tempo, quanto le nostre
reazioni siano, di fondo, radicate nella convinzione illusoria che
le cose dureranno per sempre, o di come, a volte, diventiamo ossessionati
in forsennate ricerche di sicurezza, di stabilità, di qualche
forma duratura d'esperienza. Sorprenderà, ma nei nostri centri
di meditazione, non è raro imbattersi in persone che si scoprono
confuse dopo aver visto scomparire dalle loro vite situazioni difficili.
Nonostante fossero situazioni dolorose, davano l'impressione d'essere
stabili e familiari; poi, improvvisamente, tutto è cambiato
e ciò che non si conosce, spesso, non è così
facile da accettare. Aprendoci sempre più in profondità
all'impermanenza, nella pratica e nella vita di tutti giorni, accade
che si manifesti la comprensione dell'inaffidabilità della
natura delle esperienze, e la verifica del fatto che non esiste
un luogo dove fermarsi. Inizialmente è una dimensione intensamente
disturbante, in realtà non ci piace affatto.
Vi è mai capitato di vivere l'esperienza di un terremoto?
Quando, dopo la scossa principale, ci sono le scosse di assestamento
per giorni e giorni? Insegnavamo in un ritiro in California, più
precisamente, mi trovavo proprio nel bel mezzo di un discorso quando
arrivò la scossa.
Non ci furono danni, non fu un forte terremoto, ma l'aspetto interessante
fu che nei tre giorni successivi, ogni cinque-dieci minuti si avvertiva
un tremore, erano le scosse di assestamento. Fu molto importante,
per me, osservare quanto, nel modo più irragionevole, avessi
dato per scontato che la terra fosse ferma e solida e che lo sarebbe
sempre stata. A ogni nuova scossa si formulava la domanda: "Sarà
questa quella forte, dobbiamo scappare fuori o possiamo rimanere
qui dentro?". E la mente era assolutamente a disagio in quella
situazione. Io credo che quando cominciamo ad aprirci a anicca,
possiamo cominciare a provare qualcosa di molto simile.
La nostra tipica risposta è quella di cercare un qualcosa
a cui aggrapparci; può trattarsi della famiglia, di un rapporto,
di un lavoro, può essere il nostro cuscino nella sala di
meditazione, può essere la tazza di cappuccino all'ora che
più ci conviene.
È proprio questo meccanismo che ci fa sentire in salvo. Se
non osserviamo con attenzione, allora rimarremo intrappolati in
questo ciclo: le cose cambiano, e noi cerchiamo qualcosa da afferrare,
le cose cambiano e noi cerchiamo di resistere. Se lasciamo andare
questo meccanismo e osserviamo in profondità, ci rendiamo
conto che la paura non potrà mai darci stabilità;
e ancor più, che tutto ciò non ci preoccupa, perché
noi stessi non siamo un'entità stabile e immutevole. Può
suonare strano e spaventoso, ma in realtà, questa comprensione
è totalmente liberante.
Il passo che segue è del Buddha: "La ricerca di un luogo
ove restare brucia, non aver bisogno di un luogo alleggerisce e
pacifica". Così, procedendo nell'esplorare l'impermanenza,
questa non ci appare più come qualcosa da temere, impariamo
a viverci con più facilità, senza continuare a cercare
un luogo sicuro dove risiedere e, anzi, impariamo a radicarci nel
momento presente. Proprio perché abbiamo smesso di cercare
un luogo al riparo, lo troviamo qui, dove siamo. E se non cerchiamo
di mantenere questa sensazione di pace, proiettandola nel futuro,
o cercando di evocarla dal passato, essa continua.
Questo momento va bene così com'è, poi cambia, e va
bene com'è, non c'è bisogno di protrarre nel tempo
lo stesso momento. Esplorate, di nuovo, cercate dentro voi stessi
il modo in cui la vita potrebbe trasformarsi veramente in una continua
comprensione di anicca. Osservate qui, in questi giorni, quando
negate l'impermanenza, guardate cosa accade, notiamo come resistiamo
al più piccolo cambiamento nella pratica; dopo tutti questi
giorni, finalmente una seduta profondamente tranquilla, e da qualche
parte l'idea che ci sia qualcosa di immutevole, poi, all'improvviso
esplode un dolore insopportabile alla schiena e la mente comincia
a ribellarsi e pensate: "Che cosa ho fatto di sbagliato, devo
assolutamente rimediare!".
Stiamo presumendo la permanenza, stiamo negando la verità
di dukkha: che le cose cambiano, che il picevole è seguito
dallo spiacevole, e che su questo noi non abbiamo alcun controllo.
Noi odiamo questo particolare. Ho un amico molto saggio che una
volta mi ha detto: "L'anno scorso è stato così
felice per me, mi chiedo come cambierà". Vedete, sapeva
già che sarebbe cambiato, e così accadde, in realtà,
l'anno che seguì fu difficile, per poi cambiare nuovamente.
Dobbiamo comprendere che il cambiamento non va affrontato come qualcosa
di personale, è nella natura delle cose. Ogni volta che vi
giudicate, che andate alla ricerca di perfezione, come se esistesse
una meta perfetta, state presumendo il permanere dei fenomeni; così
come quando comparate questo ritiro con il precedente e cercate
di fare in modo che sia uguale, o ogni volta che pensate: "Tre
anni fa ho avuto un insight notevole e ora mi tocca lottare",
state facendo la stessa cosa. Anche quando pensiamo che ciò
che sta accadendo in questo minuto continuerà nel successivo,
stiamo negando l'impermanenza. Nella realtà, non sappiamo
mai cosa accadrà nel prossimo istante.
Un paio d'anni fa ho letto un libro intitolato Lo scafandro e la
farfalla, scritto da un francese che nel pieno del vigore dei suoi
quarant'anni ebbe un ictus che lo paralizzò completamente.
L'unica parte del corpo che poteva muovere era una palpebra, ma
la sua mente dopo un po' tornò a essere completamente efficiente
E ciò gli capitò da un momento all'altro. Sappiamo
di questa esperienza perché quest'uomo era uno scrittore,
prima dell'incidente, e con l'aiuto di una donna, una volta riacquistato
l'uso delle facoltà cerebrali, riuscì a scrivere un
libro.
La donna indicava le lettere dell'alfabeto, lui avrebbe mosso la
palpebra alla lettera che desiderava, così facendo, riuscì
a descriverci cosa provava nel vivere bloccato in quello stato di
completa paralisi. Ecco, questo è un esempio di come noi
diamo per scontato che la nostra vita proceda secondo i nostri piani.
L'altro aspetto del libro che ricordo e che mi ha veramente colpito
è la grandissima capacità di apprezzare il momento,
qualsiasi cosa stia accadendo.
Ho ritenuto opportuno riferire questo fatto perché questo
è ciò che accade quando ci si apre veramente all'impermanenza.
Quando non cerchiamo di controllare le cose, quando non speculiamo
sul futuro, quando non presumiamo l'immutabilità, nella bellezza
dello schiuderci all'impermanenza noi ci risvegliamo al momento
presente con una sensazione di grande apprezzamento, qualsiasi cosa
sia contenuta in quell'attimo.
Anicca viene definita la porta d'accesso al non attaccamento.
Quando vediamo con chiarezza che non c'e nulla di affidabile e lasciamo
andare l'impazienza, il nostro volere a tutti i costi, allora ci
scopriamo con una capacità molto maggiore di vivere nell'apprezzamento,
nell'amore e in comunione; allo stesso tempo, i nostri cuori vengono
liberati dalla paura. Quando saremo capaci di vivere comprendendo
che siamo realmente impermanenti, allora non ci sarà più
nulla da temere in questa vita.
Mi piacerebbe concludere con un altro esempio, di un dottore singalese,
un laico buddhista che per molti anni è stato attivo come
volontario in villaggi poveri e nelle scuole. Si tratta di un episodio
accadutogli realmente. Stava lavorando in una scuola di un villaggio
cercando di aiutare dei bambini, era evidente che quello che faceva
doveva essere di disturbo per qualche potente politico locale.
Venne a sapere che la sua vita era in pericolo, e che era stato
pagato un criminale per eliminarlo. A quel punto il dottore decise
che in nessun modo avrebbe permesso di essere ucciso lì tra
i bambini. Così andò dal sicario e l'affrontò
direttamente: "Se devi ammazzarmi - disse - fallo subito, adesso,
ma non voglio sconvolgere i bambini". Egli racconta d'aver
avvertito una forte motivazione spirituale nel compiere quel gesto.
Quando noi comprendiamo che nasciamo ogni momento e moriamo ogni
momento, quando sappiamo questo in profondità, allora siamo
sostenuti dal coraggio di non attaccarci a nulla, dal coraggio di
lasciare andare. Quel dottore ebbe il coraggio di andare dall'assassino
e di dirgli: "Adesso, fallo adesso".
Il malvivente fu così toccato che replicò dicendogli
d'aver ricevuto l'ordine di uccidere un uomo malvagio, e che ora,
vedendolo, gli sembrava ovviamente impossibile che si trattasse
di lui. Il medico ci dice che quell'uomo, da quel giorno in poi
cambiò. Quest'apertura all'impermanenza ci può terrorizzare
e questo è uno dei motivi per cui la fuggiamo, ma se vogliamo
veramente continuare a ricercare non dobbiamo temere la paura. Solo
allora i nostri cuori e le nostre menti si schiuderanno alla pace
del non attaccamento.
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