Indietro

 


 

Sofferenza e impermanenza
CAROL WILSON


Discorso tenuto a Barza d'Ispra nell'agosto 2000.


Uno dei temi più ricorrenti, affiorati più volte nella pratica di oggi, è quello della difficoltà di coesistere con esperienze spiacevoli e dolorose, siano queste di natura emotiva o fisica, o aspetti della nostra personalità che noi non gradiamo. Lo so che spesso fantastichiamo, immaginando di poter evitare tutto questo, per mirare direttamente alla liberazione. È paradossale il fatto che il Buddha usasse definire il suo insegnamento come il sentiero che conduce alla fine della sofferenza, e che ciò nonostante, si debba esplorare la nostra sofferenza, in quanto è l'errata percezione che ne abbiamo a tormentarci e a tenerci legati.
La libertà del cuore, la libertà della mente, affiorano spontaneamente quando noi vediamo chiaramente la natura delle cose così come sono. Il cuore della nostra pratica, l'essenza del vedere nelle cose con chiarezza è osservare ciò che chiamiamo sofferenza, perché è lì che noi scopriamo la vastità del cuore, è lì che noi troviamo la libertà.

Il Buddha ha detto: "Ho scoperto lo stato supremo di pace, che è la liberazione attraverso il non attaccamento".
Che cosa significa, liberazione attraverso il non attaccamento? Significa che, come il Buddha ha detto altrove, a nulla al mondo, qualsiasi cosa essa sia, ci si deve attaccare come 'mia', o come 'me'. A nulla. Come vedete, si tratta di un'affermazione radicale. E come possiamo raggiungere il cuore di questo non attaccamento? Non si tratta, infatti, di una sorta di stato creativo dell'insieme cuore-mente raggiungibile attraverso l'uso della volontà, o per mezzo di una forzatura. Il non attaccamento è uno stato naturale e inevitabile, una risposta del cuore, nel momento in cui le cose vengono viste per quello che veramente sono.
Quindi cos'è che dovete riconoscere correttamente? La scorsa notte, Guy ha parlato dei tormenti della mente: ingordigia, odio e confusione. Questi sorgono nelle nostre menti e nei nostri cuori, proprio perché percepiamo noi stessi in modo non corretto. E siccome ci percepiamo erroneamente, cerchiamo la pace e la felicità nei luoghi sbagliati e nel modo errato. Quando dico sbagliato, non intendo cattivo, ma sbagliato in quanto non funziona e in quanto accresce la nostra sofferenza.

Tra tanti, l'aspetto del Buddha che più amo è che egli sembra essere assolutamente pratico. Perciò, quello che ci insegna, e ciò di cui ci stiamo occupando questa sera, non è utile in alcun modo per migliorare la nostra conoscenza intellettuale, bensì per chiamarci all'osservazione profonda delle nostre esperienze, per scorgere ciò che è vero per noi. Parliamo, per esempio, delle esperienze difficili.
Quando pensate a ciò che secondo voi è il risveglio, o la pace, il sentirvi meglio, o l'essere illuminati, scorgete in voi, come accade a me, la convinzione quasi inconscia che ciò significhi mai più cose negative e spiacevoli nelle vostre vite? Può sembrare stupido, ma in realtà, esploratevi e vedrete che, nel tempo, si è consolidata la tendenza della mente a associare ciò che ci piace, ciò che è piacevole con la libertà. Per me è stato molto interessante, alla luce di questa riflessione, osservare gli eventi della vita del Buddha, dopo che diventò un Buddha, dopo la sua illuminazione.

Egli stesso si proclamò un essere felice, pacifico. Per molti anni, pur conoscendo quegli eventi, non mi è mai venuto in mente di osservarli così attentamente. Allora, il 'felice', il 'pacifico', aveva mal di testa, provava dolori, in alcune occasioni sembra che abbia detto ad Ananda, il suo assistente: "Occupati tu del discorso, io devo riposarmi perché mi duole la schiena". Durante la vita del Buddha, scoppiarono spesso delle guerre e dure dispute tra i sostenitori del clan materno e paterno e clans opposti, e ci furono molte vittime. Il Buddha venne spesso chiamato in veste di mediatore, e tutto questo dev'essere stato per lui molto doloroso. Anche tra il Sangha delle monache e quello dei monaci si verificavano attriti e polemiche.
E sono molte le storie e i discorsi dove troviamo monaci correre da altri a riferire: "Quel tale ha fatto questo, quel tizio ha fatto quest'altro, cosa farai a tal proposito?". Spesso capita che Ananda abbia un ruolo centrale in questi discorsi poiché era un personaggio molto umano, ad esempio dicevano: "Ananda passa troppo tempo con le monache, sai, non è bene". Come vedete, si tratta di cose che succedono anche oggi. Mi chiedo se il cugino del Buddha, che era monaco, e era molto geloso del Buddha, non cercasse di mettere gli altri monaci e monache contro il Buddha. A un certo punto cercò persino d'ucciderlo!
I due discepoli più vicini al Buddha, ai quali era molto affezionato e che stimava molto, morirono prima di lui. C'è un passo nei Sutta in cui il Buddha, per esprimere il dolore causato dalla perdita dei suoi amati discepoli, dice che è come se il sole e la luna fossero scomparsi dal cielo.

Vedete, il Buddha è passato attraverso lo stesso tipo di esperienze che viviamo noi e, ovviamente, alla fine, morì. Quindi, in che cosa era diverso da noi per essere chiamato il pacifico? La differenza è che, avendo visto e compreso la realtà delle cose così come esse sono, poté vivere in profonda armonia, attraverso tutte le esperienze; e anche nel dolore della perdita dei suoi discepoli più amati, l'essenza della sua pace interiore non venne intaccata.
Possiamo osservare, da tutto ciò, che il risveglio, l'illuminazione non cambia il mondo, bensì, avendolo riconosciuto, percepito correttamente e con accuratezza, ci risvegliamo totalmente in esso così com'è, vivendo in armonia e in pace. Quando il Buddha cominciò a insegnare e dovette scegliere tra tutte le cose che aveva osservato e compreso, distillandone l'essenza in una sintesi da poter condividere, egli scelse quattro cose: le Quattro Nobili Verità. Di che cosa si tratta?
È interessante notare che la prima cosa che il Buddha volle insegnarci è la constatazione dell'esistenza di dukkha, ovvero, che nella vita accadono eventi difficili; ci dice che c'è la nascita, la perdita, la malattia, la separazione, la morte, che le cose che più ci sono care cambieranno e scompariranno.
La seconda verità che ci insegnò è che la causa reale della nostra angoscia, del nostro dolore non è l'esistenza di questi eventi difficili, bensì il nostro atteggiamento, l'attaccamento e il rifuggire da essi. La terza verità è che non appena riconosciamo con accuratezza le cose per quello che sono, anche se solo per un momento, allora, quell'attaccamento e quel fuggire non avranno più senso. Questa rivelazione può accadere in un attimo, non significa che dobbiamo mantenerla per tutto il tempo, un attimo, e in quel momento non c'è attaccamento, c'è libertà. La quarta verità è relativa al cammino della pratica, alla purificazione dei nostri cuori e delle nostre menti, al nutrire la pienezza mentale.

Questa sera vorrei parlare principalmente della prima verità. Leggendola per la prima volta ci si potrebbe chiedere, perché mai il Buddha debba insegnarci questo, non è certo un segreto!
Sappiamo che ci ammaliamo, che moriamo, che andremo via; ma se guardiamo più in profondità, se decidiamo di scoprire questa dimensione da soli, da noi stessi, troviamo una negazione, a volte molto profonda, un nascondersi da questa semplice verità. Se siamo veramente malati, se soffriamo per una grave perdita, o non abbiamo più lavoro e le cose non vanno come vorremmo, quante volte ci diciamo: "Be', del resto le cose spiacevoli accadono, è così che vanno le cose"? Forse qualche volta, ma più in generale, abbiamo la sensazione d'aver sbagliato qualcosa, che se, per esempio, fossimo stati più accorti, questa cosa non sarebbe accaduta.
Altre volte possiamo persino provare vergogna, se ci accade qualcosa di difficile o di spiacevole. Prendiamo il semplice invecchiare, generazione dopo generazione: ad esempio ora io sto per compiere cinquant'anni, naturalmente anche le persone attorno a me invecchiano, molti dei miei amici hanno la stessa età, eppure, quando ci ritroviamo insieme in un ritiro e chiacchierando ci diciamo che stiamo invecchiando, lo facciamo con un'enfasi, che è come se questo non fosse mai accaduto prima a nessun altro essere.

Penso anche al condizionamento culturale del paese in cui vivo, in cui ci si sforza molto per evitare esperienze spiacevoli. Negli Stati Uniti c'è un modo convenzionale di salutarsi, quando si incontra qualcuno, si chiede: "Come stai?". La risposta che ci si attende è: "Bene, grazie". Ma se cominciamo con il dire: "A dire il vero ho dei problemi alla schiena e mi fanno male i reni", allora, nella stragrande maggioranza dei casi si avvertirà una chiusura, come se non si volesse stare lì a sapere che qualcosa non va come dovrebbe.
Quello che sto per dirvi è assolutamente vero. In America c'è un centro di bellezza per ricchi dove si lavora sodo per rimuovere le rughe profonde del viso, anche quando queste non sono visibili. Si tratta di rughe che si formano quando si corruga la fronte. Nella nostra cultura, sorridere va bene ma corrugare la fronte fa sentire le persone a disagio. Questo trattamento consiste nell'iniettare nei muscoli facciali una tossina assai potente che li paralizza.
Di questi tempi, in America è diventato comune, per banchieri e avvocati di rilievo, sottoporsi a questo trattamento, cosicché, quando hanno riunioni di lavoro particolarmente impegnative, possono simulare uno stato d'animo imperturbabile, nascondendo le reazioni reali agli ordini del giorno in discussione.

Se noi, da qualche parte, anche inconsciamente, siamo convinti che la perdita, la malattia, il dolore siano sbagliati, allora, non appena qualcosa di simile ci accadrà, sentiremo d'essere in torto, nell'errore, nella colpa. Nei fatti, molto del giudicarci deriva da un senso di vergogna, dal sentirci in errore perché stiamo esperendo del dolore. Se prestate attenzione, quando siete addolorati, o tristi, o vi sentite soli e scorgete un senso di vergogna per ciò che vi sta accadendo, allora noterete che quella sofferenza sarà più isolante, più alienante.

Tutto ciò è molto triste, perché la verità è che questo è dukkha, e che il fatto che dukkha possa accadere in qualsiasi momento è una forza che ci accomuna tutti come esseri umani. In realtà, quando siamo capaci di aprirci alle nostre esperienze difficili, noi ci apriamo alla condivisibilità della vita umana. Ajahn Sumedho, che è americano ma monaco di tradizione Thai, in un'occasione disse che, in Thailandia, quando i monaci cominciano un discorso rivolgendosi a un pubblico laico, spesso usano la seguente espressione: "Care sorelle, cari fratelli nella vecchiaia, nella malattia, nella morte". Questo fa sì che il nostro senso di differenza si annulli, non è vero? E, inoltre, in modo molto naturale, quando ci sentiamo parte dell'umanità, in contatto con la condivisibilità della vita, vediamo affiorare l'essenza della compassione.

Compassione, semplicemente, significa essere in contatto con noi stessi e con gli altri, nella sofferenza. Voi, forse, non ricordate che in America, nella città di Oklaoma, circa cinque anni fa, la sede di un grande ufficio pubblico venne fatta saltare in aria con una bomba. Ci furono numerose vittime, molti morirono, molti altri sopravvissero all'esplosione. Più tardi, un paio d'anni fa, in Kenya, ci fu un nuovo attentato terroristico, questa volta all'ambasciata americana, e, come nell'altra esplosione, ci furono parecchi morti e, fortunatamente parecchi sopravvissuti. Recentemente, un'organizzazione ha fatto sì che i sopravvissuti dell'attentato di Oklaoma City, incontrassero i sopravvissuti dell'ambasciata americana in Kenya.

Dalle interviste agli americani - ovviamente i superstiti in Kenya sono africani - ho potuto capire che si tratta di quella tipica classe sociale squisitamente definibile come "Middle Americans", persone il cui paesaggio culturale si identifica con quello americano: non certamente definibile come cultura del mondo. Il loro pensiero suonava più o meno così: "Cosa avremo mai in comune con questi africani?". Non appena ebbero la possibilità di condividere le esperienze, e di ascoltare le altre testimonianze, si resero conto che erano esattamente uguali, che americani e africani stavano, nei fatti, vivendo le stesse esperienze. E ciò che sembrava essere l'impossibile incontro tra due mondi completamente diversi, in realtà si trasformò in una comunanza di esperienze.

Questo è ciò che veramente cominciamo a vedere quando riusciamo a essere in contatto gentile con le nostre difficoltà: scopriamo l'unione con tutte le forme di vita e la resistenza che costantemente avvertiamo verso tutto ciò che è spiacevole può cominciare a sciogliersi. È questa resistenza che ci impedisce di percepire la realtà correttamente e ci fa percepire noi stessi come qualcosa di separato dal resto.
Prendo a prestito da Pema Chodron, una monaca-maestra tibetana: "Quando l'ispirazione si è occultata e sentiamo che siamo pronti ad arrenderci, questo è il momento in cui la guarigione può essere trovata, nella tenerezza del dolore stesso. Questo è il momento per toccare il cuore genuino di bodhicitta, nel bel mezzo della solitudine, nel mezzo della paura, proprio quando ci si sente incompresi e rifiutati; questo è il battito del cuore della vita tutta". Noi pensiamo che proteggendoci dalla sofferenza siamo gentili con noi stessi, la verità è che così facendo, diventiamo più ansiosi e più alienati. Più cerchiamo di proteggerci dalle difficoltà e più soffriamo; quando, invece, non ci isoliamo, quando lasciamo che i nostri cuori si spezzino, allora scopriamo come siamo uniti a tutti gli esseri.

Uno degli aspetti cruciali della Prima Nobile Verità di dukkha, è quello dell'impermanenza, in páli anicca. La comprensione dell'impermanenza, non mentalmente, ma nella realtà, risulta essere così potente, che è stata definita la porta d'accesso alla liberazione.
Ancora una volta possiamo pensare che non ci sia nulla di nuovo da scoprire, che non ci si trovi di fronte alla rivelazione di un gran segreto, che il fatto che tutto cambia, i nostri corpi, le nostre menti, le emozioni, i rapporti, le condizioni in cui viviamo, le persone che amiamo, sia abbastanza ovvio. Eppure, non solo tutto cambia, ma tutto accade senza che noi possiamo esercitare il pur minimo controllo. Quindi il punto centrale dell'impermanenza è che, essenzialmente, in questo mondo, non c'è nulla di affidabile su cui poter costruire una forma di sicurezza, nulla. Siamo capaci di vivere in questo modo? Mi pongo questa domanda, l'ho osservato nella mia pratica mille e mille volte, ogni aspetto del mio essere, della mia esperienza è in continuo mutamento.
Se sapessimo questo nel profondo, senza eccezioni, allora ci apriremmo all'essenza del vivere senza attaccamento. Uno degli inni che cantiamo assieme alla sera, quello che inizia con "anicca watha saýkhara", si traduce in questo modo: "Tutte le cose condizionate sono impermanenti, la loro natura è quella di sorgere e scomparire. Vivere in armonia con questa verità genera la più alta tra le felicità".

Per me questa è un'area di ricerca molto ricca: "Dov'è che il mio comportamento non è in accordo con questa verità?". Posso vederlo, ovviamente, nei grandi eventi della mia vita. Per esempio, mio padre che ha ottantatre anni è affetto dal morbo di Parkinson. All'inizio, quando ci stavamo rendendo conto di cosa stesse accadendo, egli cominciò a essere un po' più lento nelle sue attività mentali e fisiche.
Questo, per me, fu profondamente traumatizzante e frustrante. È naturale che ci si senta tristi, che si esperisca quel senso di perdita che il Buddha descrive alla morte dei suoi discepoli prediletti. Ma, qui, sto parlando di una cosa leggermente diversa, per esempio, di quando ci diciamo: "Questo non può accadere, dobbiamo trovare il modo per far sì che questo venga fermato". Che significa, quando si manifesta il panico, non essere in grado di accettarlo, di sentircisi dentro senza resistenza. Io non ero capace di dire: "Le condizioni che mantenevano il corpo in salute sono cambiate e, ora, si sta ammalando". Il pensiero si esprime subito in: "Devo aver fatto qualcosa di sbagliato, devo risistemare subito le cose com'erano in precedenza".

È molto interessante osservare, nel tempo, quanto le nostre reazioni siano, di fondo, radicate nella convinzione illusoria che le cose dureranno per sempre, o di come, a volte, diventiamo ossessionati in forsennate ricerche di sicurezza, di stabilità, di qualche forma duratura d'esperienza. Sorprenderà, ma nei nostri centri di meditazione, non è raro imbattersi in persone che si scoprono confuse dopo aver visto scomparire dalle loro vite situazioni difficili.
Nonostante fossero situazioni dolorose, davano l'impressione d'essere stabili e familiari; poi, improvvisamente, tutto è cambiato e ciò che non si conosce, spesso, non è così facile da accettare. Aprendoci sempre più in profondità all'impermanenza, nella pratica e nella vita di tutti giorni, accade che si manifesti la comprensione dell'inaffidabilità della natura delle esperienze, e la verifica del fatto che non esiste un luogo dove fermarsi. Inizialmente è una dimensione intensamente disturbante, in realtà non ci piace affatto.

Vi è mai capitato di vivere l'esperienza di un terremoto? Quando, dopo la scossa principale, ci sono le scosse di assestamento per giorni e giorni? Insegnavamo in un ritiro in California, più precisamente, mi trovavo proprio nel bel mezzo di un discorso quando arrivò la scossa.
Non ci furono danni, non fu un forte terremoto, ma l'aspetto interessante fu che nei tre giorni successivi, ogni cinque-dieci minuti si avvertiva un tremore, erano le scosse di assestamento. Fu molto importante, per me, osservare quanto, nel modo più irragionevole, avessi dato per scontato che la terra fosse ferma e solida e che lo sarebbe sempre stata. A ogni nuova scossa si formulava la domanda: "Sarà questa quella forte, dobbiamo scappare fuori o possiamo rimanere qui dentro?". E la mente era assolutamente a disagio in quella situazione. Io credo che quando cominciamo ad aprirci a anicca, possiamo cominciare a provare qualcosa di molto simile.

La nostra tipica risposta è quella di cercare un qualcosa a cui aggrapparci; può trattarsi della famiglia, di un rapporto, di un lavoro, può essere il nostro cuscino nella sala di meditazione, può essere la tazza di cappuccino all'ora che più ci conviene.
È proprio questo meccanismo che ci fa sentire in salvo. Se non osserviamo con attenzione, allora rimarremo intrappolati in questo ciclo: le cose cambiano, e noi cerchiamo qualcosa da afferrare, le cose cambiano e noi cerchiamo di resistere. Se lasciamo andare questo meccanismo e osserviamo in profondità, ci rendiamo conto che la paura non potrà mai darci stabilità; e ancor più, che tutto ciò non ci preoccupa, perché noi stessi non siamo un'entità stabile e immutevole. Può suonare strano e spaventoso, ma in realtà, questa comprensione è totalmente liberante.

Il passo che segue è del Buddha: "La ricerca di un luogo ove restare brucia, non aver bisogno di un luogo alleggerisce e pacifica". Così, procedendo nell'esplorare l'impermanenza, questa non ci appare più come qualcosa da temere, impariamo a viverci con più facilità, senza continuare a cercare un luogo sicuro dove risiedere e, anzi, impariamo a radicarci nel momento presente. Proprio perché abbiamo smesso di cercare un luogo al riparo, lo troviamo qui, dove siamo. E se non cerchiamo di mantenere questa sensazione di pace, proiettandola nel futuro, o cercando di evocarla dal passato, essa continua.
Questo momento va bene così com'è, poi cambia, e va bene com'è, non c'è bisogno di protrarre nel tempo lo stesso momento. Esplorate, di nuovo, cercate dentro voi stessi il modo in cui la vita potrebbe trasformarsi veramente in una continua comprensione di anicca. Osservate qui, in questi giorni, quando negate l'impermanenza, guardate cosa accade, notiamo come resistiamo al più piccolo cambiamento nella pratica; dopo tutti questi giorni, finalmente una seduta profondamente tranquilla, e da qualche parte l'idea che ci sia qualcosa di immutevole, poi, all'improvviso esplode un dolore insopportabile alla schiena e la mente comincia a ribellarsi e pensate: "Che cosa ho fatto di sbagliato, devo assolutamente rimediare!".

Stiamo presumendo la permanenza, stiamo negando la verità di dukkha: che le cose cambiano, che il picevole è seguito dallo spiacevole, e che su questo noi non abbiamo alcun controllo. Noi odiamo questo particolare. Ho un amico molto saggio che una volta mi ha detto: "L'anno scorso è stato così felice per me, mi chiedo come cambierà". Vedete, sapeva già che sarebbe cambiato, e così accadde, in realtà, l'anno che seguì fu difficile, per poi cambiare nuovamente.
Dobbiamo comprendere che il cambiamento non va affrontato come qualcosa di personale, è nella natura delle cose. Ogni volta che vi giudicate, che andate alla ricerca di perfezione, come se esistesse una meta perfetta, state presumendo il permanere dei fenomeni; così come quando comparate questo ritiro con il precedente e cercate di fare in modo che sia uguale, o ogni volta che pensate: "Tre anni fa ho avuto un insight notevole e ora mi tocca lottare", state facendo la stessa cosa. Anche quando pensiamo che ciò che sta accadendo in questo minuto continuerà nel successivo, stiamo negando l'impermanenza. Nella realtà, non sappiamo mai cosa accadrà nel prossimo istante.

Un paio d'anni fa ho letto un libro intitolato Lo scafandro e la farfalla, scritto da un francese che nel pieno del vigore dei suoi quarant'anni ebbe un ictus che lo paralizzò completamente. L'unica parte del corpo che poteva muovere era una palpebra, ma la sua mente dopo un po' tornò a essere completamente efficiente E ciò gli capitò da un momento all'altro. Sappiamo di questa esperienza perché quest'uomo era uno scrittore, prima dell'incidente, e con l'aiuto di una donna, una volta riacquistato l'uso delle facoltà cerebrali, riuscì a scrivere un libro.
La donna indicava le lettere dell'alfabeto, lui avrebbe mosso la palpebra alla lettera che desiderava, così facendo, riuscì a descriverci cosa provava nel vivere bloccato in quello stato di completa paralisi. Ecco, questo è un esempio di come noi diamo per scontato che la nostra vita proceda secondo i nostri piani. L'altro aspetto del libro che ricordo e che mi ha veramente colpito è la grandissima capacità di apprezzare il momento, qualsiasi cosa stia accadendo.

Ho ritenuto opportuno riferire questo fatto perché questo è ciò che accade quando ci si apre veramente all'impermanenza. Quando non cerchiamo di controllare le cose, quando non speculiamo sul futuro, quando non presumiamo l'immutabilità, nella bellezza dello schiuderci all'impermanenza noi ci risvegliamo al momento presente con una sensazione di grande apprezzamento, qualsiasi cosa sia contenuta in quell'attimo.
Anicca viene definita la porta d'accesso al non attaccamento.
Quando vediamo con chiarezza che non c'e nulla di affidabile e lasciamo andare l'impazienza, il nostro volere a tutti i costi, allora ci scopriamo con una capacità molto maggiore di vivere nell'apprezzamento, nell'amore e in comunione; allo stesso tempo, i nostri cuori vengono liberati dalla paura. Quando saremo capaci di vivere comprendendo che siamo realmente impermanenti, allora non ci sarà più nulla da temere in questa vita.

Mi piacerebbe concludere con un altro esempio, di un dottore singalese, un laico buddhista che per molti anni è stato attivo come volontario in villaggi poveri e nelle scuole. Si tratta di un episodio accadutogli realmente. Stava lavorando in una scuola di un villaggio cercando di aiutare dei bambini, era evidente che quello che faceva doveva essere di disturbo per qualche potente politico locale.
Venne a sapere che la sua vita era in pericolo, e che era stato pagato un criminale per eliminarlo. A quel punto il dottore decise che in nessun modo avrebbe permesso di essere ucciso lì tra i bambini. Così andò dal sicario e l'affrontò direttamente: "Se devi ammazzarmi - disse - fallo subito, adesso, ma non voglio sconvolgere i bambini". Egli racconta d'aver avvertito una forte motivazione spirituale nel compiere quel gesto. Quando noi comprendiamo che nasciamo ogni momento e moriamo ogni momento, quando sappiamo questo in profondità, allora siamo sostenuti dal coraggio di non attaccarci a nulla, dal coraggio di lasciare andare. Quel dottore ebbe il coraggio di andare dall'assassino e di dirgli: "Adesso, fallo adesso".
Il malvivente fu così toccato che replicò dicendogli d'aver ricevuto l'ordine di uccidere un uomo malvagio, e che ora, vedendolo, gli sembrava ovviamente impossibile che si trattasse di lui. Il medico ci dice che quell'uomo, da quel giorno in poi cambiò. Quest'apertura all'impermanenza ci può terrorizzare e questo è uno dei motivi per cui la fuggiamo, ma se vogliamo veramente continuare a ricercare non dobbiamo temere la paura. Solo allora i nostri cuori e le nostre menti si schiuderanno alla pace del non attaccamento.

 

Indietro