Tratto dal libro “Noveccippiù 9 C+ “ :

[Parla Armando Onorati]
 (...) Erano gli anni in cui ancora non si capiva bene chi fossero questi pazzi scatenati che “scalavano le rocce con i rampini e gli agganci dentro le spaccature”. In questa zona fino ad allora, tranne sporadiche tracce di “Homo Harrampicantus” (vedi “Lazio Verticale” o chiedi a Parisi, Mblaten, Mallucci, ecc.) Non c’erano persone che si arrampicavano né persone che avessero veramente voglia di farlo, era il principio. Io (24 anni appena compiuti) venni assunto come operaio in una fabbrica della zona e finalmente riuscii a rendere concreto quello che da sempre era stato il mio sogno nel cassetto: misurarmi con me stesso e con la natura, proprio come faceva quel francese biondo di cui tanto avevo setito parlare. Fu proprio il lavoro in fabrica a far si che tutto si avverasse e con l’arrivo dei primi stipendi acquistai tutto ciò di cui avevo bisogno, compresa l’attrezzatura per un paio di amici. Mi lanciai in quell’avventura fantastica che per sempre segnerà la mia vita. (...)
Avevo una predisposizione naturale per l’Arrampicata, basti pensare che senza aver mai arrampicato , senza conoscerei sistemi di assicurazione e con le scarpe da tennis salii, come prima via, un 6a+ di placca (”Sadomasosexi” al Monte Leano). A differenza di molti però , oltre ad innamorarmi della gestualità di questo sport, m’innamorai anche di quell’impercettibile attrazione, che pochi riescono ad avvertire con l’aumentare del battito cardiaco, cioè l’interpretazione di nuove linee che una parete rocciosa cela dietro un alone di mistero. Che bello fare l’interprete della roccia! Peccato che per comunicare con lei bisogna anche piantare qualche “spit”, il che vuol dire interi periodi senza arrampicare; giornate intere sospesi nel vuoto rischiando la castrazione; fatica; fame; voglia di pisciarsi addosso. Gli amici? Gli amici invece di aiutare, almeno a trasportare il materiale per la chiodatura, si limitavano ad esclamare: “Tu sei pazzo, ma chi te lo fa fare!”
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Due amici, Pino Orelli e Luigi Cirilli, impietositi dalle mie imprese scavezzacollo accesero due ceri al Santo patrono, recitando le dovute preghiere e fatti gli scongiuri, decisero di seguirmi. Che bello avere due portatori indigeni disposti a dividere con te il “peso” della gloria! Era il 1990. Finalmente arrivò il fatidico momento del si, siiiii!!! Avevo i soldi per il trapano. Era la fine della tranquillità delle montagne, della quiete dopo la tempesta, ora c’era solo il rumore del mio trapano che avidamente, dopo anni di forzata astinenza, finalmente esaudiva le mie recondite voglie. In breve, soldi per gli spit permettendo, chiodai un centinaio di vie tutte concentrate per lo più nelle falesie di Norma e Sezze fino ad arrivare al mitico 1992, anno in cui conobbi Stefano Milani.

[Parla Stefano Milani]
 Ero alle prime armi, appena uscito da un corso di roccia, ero entusiasta ed allo stesso tempo stupefatto di come Armando mi accolse nel suo gruppo; avevo tanto sentito parlare e letto delle sue gesta da incutermi quasi timore, ma fu solo per un attimo essendo Armando una persona disponibilissima ed umile. Iniziai a seguirlo in in tutte le sue imprese cercando di far tesoro dei suoi insegnamenti sulla chiodature delle falesie. In breve tempo e con non pochi sacrifici (anche economici) riuscii a chiodare timidamente le prime vie, anzi, precisamente la prima via che chiodai è stata “Spigolo del Congedo” alle “Placche Rosse”nel 1993 (Norma). Anch’io ho cominciato dalla gavetta: prima portavo le corde. Poi Armando mi insegnò a mettere le soste, poi gli spit, i Fix e poi i fittoni resinati. Le prime vie le ho chiodate con il pianta spita mano e con l’acquisto di un trapano aumentai enormemente le nostre possibilità, ora avevamo due trapani a batteria.
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A questo punto fu solo una questione di tempo e denaro , perché il problema attrezzatura era ormai superato, riprendemmo tutti i vecchi progetti di Armando e nel giro di qualche anno abbiamo interamente chiodato tutte le falesie sopracitate arrivando al cospicuo numero di circa 430 itinerari (agosto 2000) , richiodando inoltre tutte le vecchie vie attrezzate da Armando con l’autoperforante (un centinaio circa).
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Per sapere come finisce e conoscere meglio la storia delle falesie Pontine vi consigliamo leggere il libro “NOVECCIPPIU’ 9c+”.

Per informazioni sulla guida “Noveccippiù 9C+, Guida Alle Falesie Pontine” contattare Stefano Milani all’indirizzo e-mail smilani@iol.it