Introduzione

tre bisce

pallone

forgia

toriolo

  LE QUATTRO ETÀ DELLA VITA

Il pallone Ciccio

 Gianni, tutte le mattine dei giorni di scuola con la cartella già a tracolla si chinava sotto il letto, agguantava Ciccio e di corsa attraversava il corridoio palleggiandoselo con la mano contro il pavimento. Poi, sulla porta, un ciao mamma!, un calcio a Ciccio che sbattendo due o tre volte contro il muro finiva in fondo al corridoio. La mamma, ancora in sottoveste brontolava contro Gianni: "Una volta o l'altra romperai la specchiera." Chiudeva la porta lasciata spalancata, si avviava al fondo del corridoio, raccoglieva Ciccio e lo depositava con un piccolo calcio sotto il letto in camera di Gianni. Là infatti era il posto di Ciccio.

Tutti ormai in casa lo chiamavano così. Era un bel pallone a scacchi bianchi e neri, come si usano anche in competizione. Il nome glielo aveva dato Gianni. Ciccio, era un nome indovinato per un pallone, perché era bello rotondo e gonfio come la faccia di un maialino.

Lui, Ciccio, in quella casa ci stava bene. Se ne stava tranquillo tutta la notte a dormire sotto il letto. Alla mattina quella sveglia improvvisa a palleggiare per il corridoio, poi di nuovo a dormire tutta la mattina sotto il letto. Nessuno lo disturbava là sotto. Clelia, la donna a ore, certo non spingeva la scopa sotto il letto, specialmente nella camera di Gianni. E a dormire accanto a lui c'erano tante altre cose: una vecchia scarpa spaiata e dimenticata, delle boccette di legno colorate, qualche album di Topolino, una automobilina ormai con la pila scarica e rovesciata con le ruote all'aria. Il gatto Michele veniva ogni tanto in esplorazione, ma se la prendeva con le boccette. Ciccio era troppo grosso per interessarlo.

Così dormiva tranquillo tutta la mattina. Quel sonno era importante per ricuperare le forze per il pomeriggio. Il pomeriggio: ragazzi! (anzi, palloni!) quella sì che è vita! Gianni dopo aver mangiato e dopo aver risposto alla mamma incredula che sì, i compiti li aveva fatti tutti, che geografia doveva solo ripassarla e che lo avrebbe fatto dopo la merenda, si stendeva sotto il letto. Imprecava se la sua mano non trovava subito Ciccio. Poi lo agguantava, anzi gli mollava un pugno perché uscisse fuori di là. Se lo stringeva sotto il braccio e via di corsa verso il campetto.

Gli altri erano già tutti là. Ed ora si comincia! Bel tiro! urlava qualcuno quando un calcio ben assestato lo mandava dritto in porta. Per Ciccio, quella era vita! Saltare da un piede all'altro, salire in alto, tanto in alto, guardare da lassù il gruppo di ragazzi che intanto correvano precorrendo la sua traiettoria di caduta.

In silenzio (Ciccio non aveva organi vocali), faceva anche lui il tifo. Per Gianni in particolare, il suo padroncino. Soprattutto gli piaceva quando scendeva verso terra trovare una bella testa pronta ad accoglierlo. Forza Pino, urlava dentro di se mentre quello correva verso il punto dove sarebbe sceso il pallone. Pino era, del gruppo, quello che più ci dava dentro di testa.

E dopo ore passate a correre, saltare, dare calci, volare in alto e ripiombare in terra, i ragazzi erano stanchi e sudati e lui, Ciccio un pò sporco e con qualche rigatura in più. Ma era felice.

Poi dopo la tempesta della partita, la calma. Anche quella era piacevole: qualche palleggio ancora prima di andare a casa, poi via un pò palleggiando, un pò sotto il braccio di Gianni verso il meritato riposo, là sotto il letto, fino alla mattina dopo, fino al pomeriggio seguente.

Ed i giorni di pioggia? Gianni mai si dimenticava di lui. Ogni tanto si alzava dal suo scrittoio, raccoglieva Ciccio e si esercitava con la testa a palleggiare contro il muro. Era meno eccitante che correre per il campetto, sentire le urla ed i litigi dei ragazzi, volare da un piede all'altro, da una testa all'altra. Ma era tutto più intimo. In quei pomeriggi di pioggia, Ciccio sentiva tutto l'affetto che lo legava a Gianni, e quello di Gianni per lui.

Così passavano i giorni felici e spensierati. Ma un giorno...

Quel giorno, il pomeriggio era cominciato come al solito. C'era un pò più di vento del solito, il che non guastava. Anzi. Ciccio si divertiva ad "andare di traverso" a fare, grazie al vento, degli scherzi anche a Pino che si ritrovava uno o due metri spostato rispetto a dove cadeva la traiettoria di Ciccio grazie all'improvvisa folata di vento che la deviava.

Ma ecco un calcio di Gianni, più forte del solito e su più in alto del solito. E poi un forte colpo di vento, ancora più in su e di fianco. Ma dove diavolo vado a finire? Infatti guardando giù Ciccio vede avvicinarsi la parte al di là del limite del campetto. Una zona incolta, piena di detriti e "mal frequentata", specie di notte. Così infatti Ciccio aveva sentito dire dai ragazzi. E lo percepiva anche dalle raccomandazioni della mamma a Gianni: "Attento a non andare dove ci sono i rifiuti. Stai attento Gianni alle siringhe."Ma dove diavolo sta andando a finire? Che cosa è quella cosa bianca, piccola, cilindrica? Mamma mia, proprio una siringa!

E così, finì malamente quella traiettoria di Ciccio. Il suo testone ben gonfio e tondo proprio su quell'ago che puntava da terra verso l'alto, proprio su quell'ago va a finire! Psciii...sciii..sciss... Un sibilo. Dalla panciona gonfia di Ciccio esce l'aria che vi era compressa. E per reazione il pallone ha un guizzo, sale a zig-zag. Psciii..sciii..sciiiss... L'aria continua ad uscire.

Ciccio sente una sensazione strana: tutto gli viene improvvisamente in mente, i suoi momenti più belli, un'euforia che non aveva mai sentito. Psciii..scsii..scii..ss... Che eccitazione, che immagini, che colori... poi lo zig-zag finisce. Ciccio è a terra, ancora un piccolo scii..sci.. Poi più niente. Stordimento. sonnolenza, testa vuota... Quell'eccitazione è stata grande, ma è durata un attimo. Ed ora?

Intanto Gianni sta frugando tra i rifiuti: "Ma dove diavolo si sarà cacciato?" E prova a chiamarlo: "Ciccio, Ciccio, dove sei finito? Ah, eccoti qua. L'ho trovato!", urla agli amici. E afferra Ciccio. Ma s'è sgonfiato! Tornato sul campetto Gianni gli dà un calcio.
"S'è bucato, s'è bucato! Accidenti. Ragazzi per oggi è finita. Pino domani portalo tu il pallone. Tanto ormai questo era diventato vecchio."
Un calcio a Ciccio. Addio. E Ciccio va a rotolare tra i rifiuti, sotto una siepe.

Viene la sera, poi la notte. Ciccio continua a sentirsi la testa vuota. Una malinconia lo ha preso. Più nessuno che lui conosca attorno. Non più la automobilina rovesciata, non più le boccette, non più Michele il gatto che lo guarda con le sue pupille, grandi e misteriose. E' solo, solo come un cane...

Ha un bel dirsi che non è colpa sua, che lui non voleva finire sulla siringa, che quell'attimo di strana estasi, di stordimento non è lui che se lo è voluto procurare. Perché allora Gianni lo ha abbandonato, come uno straccio vecchio, che ormai non serve più? Ma allora, tutta l'amicizia deve finire così? Ciccio non può neanche piangere.

Ciccio non ha occhi. Ma è triste, tanto triste e solo, cosìmezzo sciancato, con una bozza rientrante che è l'ultimo segno lasciatogli dal piede di Gianni. L'ultimo calcio. Ma non vi è stato come le altre volte quel bel rimbombo interno a Ciccio mentre vola lontano dal piede. No, questa volta solo un misero ploff, ploff. E non è riuscito a spostarsi più di due, tre metri. Abbastanza comunque per essere ora là, da solo, sotto una siepe, a meditare sulle sue sventure.

E i giorni passano. Ciccio si sente sempre più triste e solo, a meditare sulla ingratitudine degli uomini. Da Gianni questo non se lo sarebbe aspettato.

"Bleki! qua Bleki!" Ciccio viene distolto dal suo sopore da una voce di donna,una voce un pò stridula, che cercainutilmente di diventare imperativa. "Vieni qua, Bleki! "

Ma ecco che Bleki - un bastardello, un cane da pagliaio, né lupo, né spinone, forse un pò dell'uno e dell'altro, o chissà di che altro - ecco che Bleki annusa, a destra e a sinistra, incurante della voce della padrona. Ed ecco che il suo muso si avvicina a Ciccio. Si sente il suo fiato. Poi un morso, proprio là dove Ciccio ha una piega per il bozzo lasciato dal piede di Gianni. E via con Bleki!.
"Bleki! Bleki! Lascia quella stupida palla: chissà chi l'ha toccata prima, buttala!" Ma niente da fare: Bleki, con la sua preda corre via, corre verso casa. La padrona dietro di corsa. Poi si stanca. "Stupido di un cane."

Bleki entra nel giardino, va nel suo angolo preferito, nascosto sotto la siepe di biancospino. Là lascia Ciccio. Ci si sdraia lui stesso, prende Ciccio tra le zampe. Soddisfatto e con aria di sfida, guarda verso la padrona, che rassegnata entra in casa.

Ciccio sente con piacere quel calore delle zampe di Bleki. Gli ritorna qualche speranza. Forse la vita non è poi finita. Forse ha trovato un nuovo amico. Bleki, sembra quasi sentire i pensieri di Ciccio e gli stringe le zampe ancora più vicine.

D'ora in poi saranno inseparabili.



Il nonno ha finito la storia e guarda Carletto, che non sembra molto convinto: "Ma nonno, il povero Ciccio che colpa ne ha se è caduto su un ago?"
"E' vero, forse lui non ha colpa, ma il suo padroncino sì. Gioca troppo, mentre dovrebbe di più pensare a studiare. Ricordati che parliamo dell'età della giovinezza. E' finita la spensieratezza completa dell'infanzia. Vi sono responsabilità, ci si deve preparare per il futuro, per la maturità, quando si dovrà portare avanti la vita tutti da soli, con il lavoro, e poi si dovrà pensare anche ad una propria famiglia. E poi il ragazzo quando gioca è uno scalmanato. Ha tirato un calcio al pallone troppo in alto, troppo forte, senza pensare che poteva andare a finire dove c'era pericolo d'incontrare qualcosa che poteva bucare il pallone, un vetro, un ago, un vecchio pezzo di filo spinato arrugginito. E sì che sua mamma lo aveva avvertito di stare lontano da quella parte del terreno pieno di rifiuti. Comunque, anche Ciccio collabora. E' ben contento di salire in alto. E' tutto eccitato dell'impresa, sembra quasi che spinga il ragazzo a tirare sempre più forte sempre, più in alto."
"Ma il bambino non viene punito, anche se la colpa è sua, ma il povero Ciccio sì."
"Non sarei così sicuro. Credo che anche il bambino - anzi il ragazzo, perchè è ormai è un ragazzo visto che parliamo dell'età della giovinezza - venga punito. Intanto ha perso il suo pallone. Forse la mamma non gliene compererà un altro, come castigo perchè perde troppo tempo a giocare. Inoltre, quando pensiamo ai risultati del nostro comportamento dobbiamo pensare non solo al male che può venire a noi stessi, ma anche a quello che possiamo indirettamente causare ad altri."

"Così per colpa del ragazzo è il povero Ciccio che ci è andato di mezzo."
"Proprio così", disse il nonno. " Ma la storia ti insegna anche che se la vita può portare brutte sorprese si può sempre trovare qualche amico che ti aiuta."
"Vuoi dire che Bleki è il nuovo amico di Ciccio?"
"Sì. Quindi anche quando si sbaglia, quando non si tiene conto dei pericoli, vi è sempre possibilità di rifarsi, se uno terrà conto dell'insegnamento che porta la sua azione. Forse la mamma compererà un altro pallone al ragazzo se mostrerà di dedicare più tempo allo studio, di giocare in modo più assennato, di riflettere bene prima di compiere un'azione."

Il nonno si fermò un pò. Poi disse: "Ma ora è tempo di passare ad un'altra storia che spero ti faccia capire l'importanza della terza età della vita, quella della maturità."
"Racconta, nonno."
"Ormai è tardi. è ora di andare a letto. Domani sera, domani sera."