Vita dei santi

Santa Chiara d'Assisi

(1193 - 1253)

 

Tratto da: Il quarto libro dei RITRATTI DI SANTI di Antonio Sicari ed. Jaca Book

 

 

«Io, Chiara, pianticella del nostro Santo Padre Francesco... .», così amava definirsi la nostra Santa di Assisi.

 

L’immagine risale forse al fatto che la madre di lei portava il nome di Ortolana e perciò si diceva che Chiara era stata da lei coltivata «come una piantina fruttifera nel giardino della Chiesa».

Certo fu Francesco a farla crescere e maturare, quando ella, diciottenne, si rifugiò da lui per chiedergli di consacrarla al Signore; ma è indubbio che Chiara assorbì la prima linfa dalla madre, donna di eccezionale forza e dolcezza.

In quegli anni di ferro, quando anche un breve viaggio era assai rischioso, ella aveva avuto il coraggio di attraversare il mare, per recarsi pellegrina in Terra Santa. E già era stata a Roma, a venerare la tomba degli Apostoli, e al Santuario di san Michele, sul Gargano.

E i racconti della madre dovettero essere il primo nutrimento di quella bambina.

Messer Ranieri di Bernardo che, in qualità di parente, conobbe da vicino Chiara fanciulla, testimonierà al processo di canonizzazione che la bambina, «quando stava a sedere con quelli di casa, voleva sempre parlare delle cose di Dio».

 

Il primo biografo, Tommaso da Celano, scrive con delicatezza che la grazia divina dovette prima impregnare a fondo le radici (cioè, la madre) «acciocché poi nella ramicella seguitasse copia di santità».

E madre e figlia furono così unitamente abbracciate dalla grazia di Dio, che Ortolana finirà la sua vita nel monastero di Chiara, lasciandosi condurre a Dio, nella sua vecchiaia, dalla figlia divenutale spiritualmente Madre.

Allora la vecchia Ortolana racconterà sottovoce alle consorelle d’avere sempre conosciuto il destino di quella bambina:

da quando aveva pregato dinanzi a un Crocifisso, nell’imminenza del parto, per chiedere protezione, e s’era sentita dentro una voce che le diceva: «tu partorirai una luce che riempirà il mondo!». Per questo l’aveva chiamata Chiara!

L’antico biografo avverte che quello era un secolo buio, in cui «il mondo appariva oppresso dalla sua incombente vecchiezza, e l’occhio della fede s’era offuscato, e sulle scorie del tempo s’erano accumulate le scorie dei peccati».

Ma Dio aveva mandato Francesco, il Sole splendente di Assisi, e poi Chiara «lampada luminosissima per tutte le donne».

All’infanzia di lei non mancarono né la dolcezza, né la sofferenza.

La dolcezza, perché i ricordi di quegli anni sono già tutti impregnati di tenerezza francescana: una soccorrevole compassione per i diseredati, un amore precoce per il Crocifisso, una spontanea felicità durante le sue preghiere di fanciulla.

Dicevano che, dopo la preghiera, la bambina avesse «un buon odore di cielo».

Ma ci fu anche tanta sofferenza perché la famiglia di lei, quando la piccola aveva solo sei anni, dovette subire un lungo esilio, a Perugia, assieme ad altre famiglie nobili che avevano inutilmente osteggiato la nascita del governo comunale di Assisi. Non erano mancati incendi, saccheggi, rivolte.

Fu solo nel 1203, quando Chiara aveva quasi dodici anni, che poterono tornare in patria.

Con i fuoriusciti rientrarono ad Assisi anche i prigionieri di guerra, tra cui un giovane borghese, brillante e scapestrato, che sembrava essere impazzito in carcere: Francesco di Pietro Bernardone.

La cittadina venne subito messa a rumore dalle sue stranezze: dapprima s’era messo a riparare la vecchia chiesa diroccata di San Damiano, dove passava lunghe ore in preghiera; poi sulla pubblica piazza - chiamato in giudizio davanti al vescovo Guido - s’era spogliato di tutto, rinunciando ad ogni eredità e scegliendo di vivere come un pezzente.

Aveva gridato di non voler aver altro Padre se non quello dei cieli.

E i balconi del palazzo di Chiara, a fianco della cattedrale, s’affacciavano proprio sulla piazza di San Rufino.

La Leggenda dei tre compagni racconta che, mentre restaurava San Damiano, Francesco cantava, com’era solito fare un tempo, alla maniera dei giullari:

 

«Venite, aiutatemi in questa fatica!

Sorgerà qui un monastero di madonne, e per la fama di loro santa vita

sarà glorificato in tutta la Chiesa

il nostro Padre celeste».

 

Certo pensava alle fanciulle d’Assisi: l’avevano ammirato quando si atteggiava a cavaliere intrepido e cortese, ora l’avrebbero seguito nella sua avventura di «mendicante» del divino Amore.

Chiara intanto cresceva «benigna et gratiosa», come dicono i testimoni del tempo; buona al punto che una sua amica d’infanzia dirà - al processo di canonizzazione - che «credeva fermamente che lei fosse stata santificata nel ventre di sua madre».

E, ripensando ai buoni consigli da lei ricevuti al tempo della comune adolescenza, insisterà su queste espressioni dal sapore «mariano»: «Madonna Chiara era piena di grazia, e voleva che anche le altre ne fossero piene!».

S’avvicinava però il tempo di darle un buon partito: «la volsero mandare secondo la nobiltà sua magnificamente ad uomini grandi e illustri, ma essa in nessun modo poté essere indotta perché volse permanere in virginità e vivere in povertà», dice l’antico cronista.

La verità era che Chiara s’era già innamorata.

Aveva seguito da lontano l’avventura di Francesco e dei giovani d’Assisi che l’avevano seguito. Tra essi c’era Rufino, un cugino di Chiara. Vivevano alla Porziuncola, vicino a una cappelletta dedicata a Santa Maria degli Angeli. Lavoravano con le loro mani, vivevano di elemosina e si diceva che si prendessero cura dei lebbrosi, presso Rivotorto.

Da due anni ormai Chiara ascoltava, col cuore ferito, Francesco predicare la quaresima. L’ anno precedente era accaduto nella chiesa di San Giorgio, e quell’ anno - il 1210 -  addirittura in Cattedrale. Così aveva voluto il vescovo Guido, benché Francesco non fosse neppure prete.

Cominciarono così gli incontri segreti tra Chiara e Francesco. Incontri voluti da ambedue - dice il primo biografo - perché lei era «desiderosa di vedere e di ascoltare quell’uomo nuovo», e lui «colpito dalla vasta fama di una fanciulla così ricca di grazie, non meno desiderava di vederla e di parlarle.., per strappare al mondo quella nobile preda».

Ma aggiunge saggiamente: «entrambi regolano la frequenza dei loro incontri così che l’ardore divino non sia manifesto agli uomini e non ci sia pretesto alle insinuazioni».

Di nascosto, accompagnata dalla più cara amica (quella Bona di Guelfuccio che la giudicava «piena di grazia»), Chiara si recava da Francesco.

Le domande di lei non è difficile immaginarie: la ragazza voleva che le parole predicate indistintamente a tutti, Francesco le applicasse proprio a lei, alla sua vita, al suo incontenibile desiderio di Dio.

Le risposte, tramandate da Tommaso da Celano, sono piene di intimo fuoco.

Francesco «sussurra nelle sue orecchie le dolci nozze con Cristo» e Chiara «accetta con cuore ardente ciò che egli le manifesta del buon Gesù».

Quando la quaresima si avvicinò alla settimana santa, Francesco decise che era giunto il momento di rompere ogni indugio:

 

«Era prossima la festa solenne delle palme, quando la fanciulla con cuore ardente si reca dall’uomo di Dio per chiedergli che cosa debba fare e come, ora che vuol cambiare la sua vita. Il padre Francesco le ordina di accostarsi alle palme nel giorno festivo, in mezzo al popolo, ben vestita e adorna, e che la notte seguente, ‘uscendo dall’accampamento’ ‘converta la gioia del mondo nel lutto’ della passione del Signore. Così la domenica, nella folla delle donne, la fanciulla radiosa di splendore festivo entra in chiesa con le altre».

 

In cattedrale accadde quel giorno un presagio.

Quando giunse il momento in cui le fanciulle nobili dovevano salire all’altare, per ricevere dalle mani del vescovo la palma benedetta, prima della solenne processione, Chiara restò assorta al suo posto, probabilmente perduta dietro quel sogno divino che le riempiva il cuore.

Si vide allora il vescovo discendere i gradini dell’altare, per venire a portare la palma alla fanciulla: agli occhi di tutti, era un atto di paterna affettuosa condiscendenza; ma Chiara capì che Cristo veniva, per mezzo del suo ministro, a sceglierla come Sposa.

Cominciava la sua «settimana santa» di passione e di gloria. La notte seguente fuggì di casa, da un uscio secondario, per non esser vista, anche se dovette rimuovere prima un mucchio di legna e una pesante colonna di marmo che ne impediva l’apertura. Al mattino, tutti si chiedevano, come ella avesse potuto trovare tanta forza.

Ed eccola sola nel buio, scendere in fretta la collina d’Assisi verso Santa Maria degli Angeli, dove l’attendono Francesco e i suoi frati, con le torce accese.

Dopo aver cantato Mattutino, Francesco le taglia i lunghi capelli biondi, li copre con un velo nero, e ricopre le sue bianche vesti di fanciulla con un saio povero e scuro.

Intanto i frati cantano un Salmo di guerra con cui invocano Dio perché scenda con tutta la sua forza e la sua divina armatura, ad annientare gli avversari e combattere i nemici, per schierarsi a protezione dell’anima fedele che lo ha seguito «senza opporre resistenza alcuna».

Anche se a noi sembra strano, quel Salmo lo ha scelto proprio Francesco. Il fatto è che noi tendiamo a immaginarci quella fuga notturna come un episodio romantico e dolce, mentre Chiara e Francesco ben sapevano d’avere dichiarato guerra a una intera città. Se era stata traumatica e contestata la prima decisione di Francesco di «uscire dal mondo» (come egli scriverà nel suo Testamento), e se ancor più lo era stata quella dei tanti giovani che avevano preso a seguirlo, che cosa sarebbe accaduto ora che perfino una fanciulla nobile e ammirata si lasciava travolgere da quella follia, aprendo un varco che nessuno avrebbe potuto più chiudere?

Siamo nel 1212. A costo di anticipare troppo la nostra storia, possiamo già annunciare che nell’agosto del 1228 - quando Chiara domanderà al papa Gregorio IV il celebre «privilegio della povertà» - saranno già stati fondati in Italia almeno venticinque monasteri di clarisse. E alla morte di Chiara, i monasteri sparsi in tutto il mondo saranno almeno centotrenta.

Ma quella notte Chiara è sola; in fretta i frati la conducono in un monastero di benedettine tra Assisi e Perugia.

Avevano una sola arma per resistere all’imminente attacco: 

quel diritto di asilo inviolabile che la Chiesa riconosceva ad ogni monastero, pena la scomunica. Davanti a quelle porte perfino gli imperatori dovevano arrestarsi.

Al loro arrivo i parenti trovarono Chiara inginocchiata ai piedi dell’altare, avvolta in quella veste indecorosa che li faceva fremere di sdegno.

«Trame avvelenate e promesse lusinghiere», così l’antico cronista definisce i tentativi messi in atto per distoglierla da quella «condizione umiliata, che non è all’altezza della famiglia e non ha precedenti nella contrada».

Ma quando i parenti (soprattutto un terribile zio che agisce come capo-famiglia) stanno per passare alle maniere spicce e violente - in fondo, per loro, Chiara non è una monaca, ma solo una ragazza capricciosa e infatuata - , ella compie quel gesto magnifico e irreparabile che nella società medievale era immediatamente compreso. Si toglie il velo e la testa malamente rasata dice a tutti che ella ha «ripudiato il mondo»; e intanto stende l’altra mano per afferrarsi alle tovaglie dell’altare, come un umile aggrapparsi alle vesti di Gesù, figlio di Dio.

Ora tutti sanno che la Chiesa-Madre difenderà gelosamente quella creatura, come intangibile proprietà di Cristo. E nessuno osa più stendere su di lei la sua mano.

Ma i parenti hanno visto giusto. Il varco aperto da Chiara è una porta attraverso la quale passeranno tante giovani donne. La prima a seguire Chiara è Agnese, sua sorella di sangue, quindicenne.

Anch’ella fuggì di casa, la successiva domenica in Albis, perché - dice il cronista - «le venne il mondo in disgusto e Iddio in desiderio», e a ciò non furono estranee le preghiere di Chiara che sognava d’averla con sé.

Questa volta i parenti non erano disposti a fermarsi: il solito zio, ancor più violento, giunse con i suoi armati; la ragazza venne strappata via dal monastero, malmenata, schiaffeggiata e trascinata via a forza.

La poverina tendeva le mani a Chiara, come se la sorella potesse difenderla da tanta violenza, diceva che «non voleva essere tolta a Cristo».

Non si sa bene quello che accadde. Lo stesso zio racconterà che l’avevano afferrata in quattro, ma erano riusciti a trascinarla, giù per il declivio del monte, solo per poche centinaia di metri. Poi quel corpicino da niente s’era fatto pesante, sempre più pesante. «Sembrava - dirà nel suo rozzo linguaggio - che avesse mangiato piombo tutta la notte».

La ragazzina era diventata irremovibile nel senso letterale del termine: non si riusciva più a smuoverla! Anzi, era lui, lo zio, che da quando l’aveva percossa con uno schiaffo, non riusciva più a muovere bene la mano, come se colto da paralisi.

Quando Francesco la consacrò a Cristo, recidendole con le sue mani i capelli, come aveva fatto con Chiara, le disse con dolcezza che aveva fatto onore al suo nome, Agnese: era stata davvero un agnellino che aveva trovato forza e robustezza combattendo per Gesù, Agnello innocente di Dio, immolato per nostro amore.

È giusto ricordare subito che anche Agnese è onorata dalla Chiesa come santa. E sarà lei a fondare in Italia il secondo monastero di clarisse.

Dopo Agnese, vennero tutte le amiche di Chiara, con quei loro nomi che sembravano augurio e presagio: Pacifica, Benvenuta, Amata, Angeluccia, Cecilia, Cristiana, Francesca, Lucia, Cristina, Benedetta... E poi altre fanciulle della contrada. Giungerà perfino la terza sorella di Chiara, Beatrice, e poi la mamma Ortolana, rimasta vedova, che si dedicherà davvero a coltivare il povero orticello del monastero.

 

 


S. Damiano - Il Chiostro

Iniziò così la storia delle «povere Donne di san Damiano». Francesco ottenne che quella prima chiesetta ch’egli aveva riedificato (dove il grande Crocifisso bizantino gli aveva parlato) venisse adattata a monastero e posta sotto la protezione del vescovo Guido. Ed egli stesso scrisse, per loro, la prima «Formula vitae». Più che una regola, era una sorta di documento di alleanza tra i frati di Francesco e le suore di Chiara: «Poiché per divina ispirazione vi siete fatte figlie e ancelle dell’Altissimo sommo Re, il Padre celeste, e vi siete sposate allo Spirito Santo, scegliendo di vivere secondo la perfezione del Santo Vangelo, voglio e prometto da parte mia e dei miei frati di avere sempre di voi, come di loro, cura diligente e sollecitudine speciale.

 

È un testo di particolare valore, perché Francesco si esprime in maniera inusuale: non le chiama «Spose di Cristo» - come era ed è tradizione - ma «Spose dello Spirito Santo». Il motivo è che egli sta ricostruendo nella sua mente la vicenda dell’Annunciazione, quando Maria si era proclamata «Serva del Signore» e aveva «concepito di Spirito Santo» per dare alla luce il Figlio Santo di Dio.

Così le monache di San Damiano impararono subito non solo la «mistica sponsale» (la scelta appassionata di Cristo Sposo), ma anche la «mistica materna». Dovevano vivere quotidianamente il mistero dell’Incarnazione, abituandosi a essere «una culla vivente», un grembo, per il Figlio di Dio che chiede sempre di venire al mondo.

E Chiara lo mostrava quasi fisicamente.

Ecco la testimonianza che una monaca rese al Processo di canonizzazione:

 

«Suor Francesca di Messer Capitano di Col di Mezzo disse con giuramento... che una volta, nel primo giorno di maggio, vide nel grembo di madonna Chiara, avanti al suo petto, un mammolo bellissimo («mammolo» è il tenero nome medievale dato ai bambini che hanno ancora bisogno della mamma) tanto che la sua bellezza non si potrebbe esprimere; e la testimone, per il vedere quel mammolo, sentiva una indicibile soavità di dolcezza. E senza dubitare lei credeva che quel mammolo fosse il Figlio di Dio...».

 

Ma per disporsi a un tale mistero, condizione indispensabile era la povertà: «Non voler aver nulla, se non Nostro Signore».

Per questo ella le esortava «a conformarsi, nel piccolo nido della povertà, a Cristo povero che la madre poverella depose piccolino in un povero presepio».

Dice Tommaso da Celano che Chiara si portava addosso questo ricordo come una donna si appunta al petto un fermaglio d’oro. Celebre restò la questione del «privilegio della povertà».

Chiara ricorse più volte al Santo Padre perché voleva per iscritto, confermato dalla suprema autorità, il privilegio che le sue comunità restassero sempre assolutamente povere: che nessuno avesse mai potere di costringerle a possedere qualcosa, o di consigliarle in tal senso.

Se lo fece accordare la prima volta nel 1213 da papa Innocenzo III, lo richiese per iscritto nel 1228 a Gregorio IX che, quand’era ancora cardinale, le aveva scritto tante lettere affettuose, e l’aveva chiamata «sorella amatissima in Cristo, madre di salvezza dell’ anima mia».

Le aveva perfino detto: «Tu sarai responsabile di me nel giorno del Giudizio, se non ti prenderai cura della mia salvezza».

Ora era diventato papa e le chiedeva con affettuosa insistenza di ripensare alla questione della Povertà. Le ricordava che le circostanze della vita erano tante e tanti erano i pericoli del mondo. Un qualche possesso - anche se limitato - avrebbe meglio garantito i suoi monasteri, se non altro perché ne avrebbe assicurato la sopravvivenza e la libertà.

Ma Chiara non aveva voluto cedere. E il papa che si recò ad Assisi, per la canonizzazione di Francesco, si fermò apposta a San Damiano, per cercare di convincerla.

«Se hai paura per il voto che hai fatto - le disse a tu per tu - Noi te ne dispensiamo». La risposta che ne ebbe non fu priva di umorismo: «Santità - ribatté Chiara - , io non desidero in alcun modo di essere dispensata dal seguire Gesù Cristo».

E così Gregorio IX scrisse di suo pugno, sulla povera tavola del refettorio di San Damiano, il testo di quello strano privilegio («proposito di altissima povertà»); e lo fece - annota il cronista - «cum magna hilaritate»: con grande gioia; ma l’espressione insinua anche che il papa percepì l’ironia della situazione: tutti lo tormentavano per avere privilegi e benefici o dispense; quella donna lo aveva tormentato per ottenere da lui «il privilegio della povertà».

Prima di ripartire per Roma volle condividere il semplicissimo pasto delle monache.

Un cesto di pani era tutto ciò che esse potevano offrire e il papa costrinse Chiara a benedire la mensa.

Ed ecco che, al gesto di lei, proprio sotto gli occhi del Pontefice, la crosta dei pani si aprì leggermente, formando una croce ben delineata.

Così Gregorio IX poté mangiare pani davvero «benedetti» e capì che con quel miracolo gentile Gesù mostrava di approvare la povertà crocifissa e benedetta che Chiara aveva implorata come un dono.

Abbiamo un po’ anticipato il nostro racconto, toccandone, per così dire, i punti culminanti, perché dall’alto è più facile vedere l’insieme.

La vita della nostra Santa e delle sue sorelle fu tutta un’anticipata obbedienza (e poi una difesa di questa eredità) a quelle «ultime volontà per le suore di Chiara» che Francesco dettò nel 1226, prima di morire:

«Io piccolo frate Francesco voglio seguire la vita e la poverdell’altissimo Signor Nostro Gesù Cristo e della sua Santissima Madre e perseverare in essa fino alla fine. E prego voi, mie Signore, e vi consiglio che viviate sempre in questa santissima vita e povertà. E guardatevi attentamente dall’allontanarvi mai da essa in nessuna maniera, per l’insegnamento o il consiglio di qualcuno».

 

La vita nel monastero era tutta impregnata di questa passione. In un’epoca in cui i movimenti pauperistici cadevano sistematicamente in uno spiritualismo eretico, Francesco e Chiara mostrarono che il problema era soltanto quello di amare veramente e personalmente Cristo povero.

Il problema non era di avere persone o comunità povere (questo erano in tanti a volerlo), ma di avere comunità e persone «ricche di povertà»: e questo è possibile solo a chi «corre dietro a Cristo», come a uno Sposo per il quale si è disposti a lasciar cadere ogni cosa.

Perciò chiunque oggi parla di «voto di povertà» come di una scelta vagamente «religiosa», tesa a contestare gli abusi sociali, la riduce a un’ideologia propria di intellettuali sofisticati, e per di più priva di reale incidenza storica: una ideologia ignota a tutta la spiritualità cristiana, e sconosciuta ai santi. E questo vale anche se ci si richiama a Cristo, trattandolo benignamente come esempio da imitare!

Chi non comprende questo, esalta volentieri la povertà di Francesco e di Chiara, ma si mostra poi molto imbarazzato e infastidito a descrivere gli altri aspetti della loro scelta.

Le penitenze di Chiara, ad esempio: aspre, incredibili.

I suoi digiuni prolungati («si alternavano - dice il cronista - giorni di insufficiente nutrimento a giorni di completa astinenza», tanto che Francesco dovette intervenire dandole l’obbedienza di mangiare «almeno un’oncia e mezzo di pane al giorno»); i suoi cilici insopportabili, fatti di setole di porco, portati sulla nuda carne; le lunghe notti passate in preghiera, prostrata in terra per ore e ore; il poco sonno preso giacendo su dei sarmenti («e aveva al capo una pietra del fiume»); il riservare a se stessa le incombenze più umili e disgustose (sosteneva che toccava proprio a lei «lavare i sedili delle inferme») e voleva lavare e baciare i piedi infangati delle suore che tornavano dalla questua.

Da tutto ciò la contestazione sociale è lontana, come lo è l’astrazione dall’amore. Vicinissimo a Chiara era invece il volto di Gesù Crocifisso, per cui si struggeva, e le lacrime le inondavano gli occhi, al punto che le sorelle temevano che perdesse la vista: «sembrava - scrive il primo biografo - che avesse sempre tra le braccia Cristo, bagnato da quelle lacrime, ricoperto da quei baci».

E ogni giorno, verso le tre del pomeriggio, ricordando la morte di Gesù, si flagellava duramente, perché «nell’ora della Sua passione non si poteva piangere tanto che bastasse».

Dell’educazione che ella impartiva alle novizie, si dice soltanto: «Insegnava alle novizie a piangere Cristo Crocifisso... e spesso, mentre le esortava singolarmente a questo, il pianto preveniva le parole».

Ma nessuno la vide mai triste. «Se è vero - osserva il cronista - che una dura penitenza fisica genera di solito depressione spirituale, l’effetto risplendeva in Chiara ben diversamente: in ogni sua mortificazione manteneva una sembianza gioiosa».

A ventun anni - per imposizione di Francesco - ricevette il titolo e l’autorità di Badessa, carica che ricoprì per quarant’anni.

«Comandava - raccontano le suore - con molto timore e umiltà».

Dire che guidava la comunità con l’esempio, è troppo poco. La conduceva mostrando in sé «lo splendore della verità».

«Quando tornava dall’orazione - racconta una di esse - le suore si rallegravano, come se fosse venuta dal cielo». «Pareva che tutti i beni fossero in lei» - insiste un’altra.

Tanto era severa con se stessa, tanto era «benigna e amorevole» con le sue monache. Diceva che una superiora deve sapere «consolare le afflitte ed essere l’ultimo rifugio delle tribolate». E non mancava di saggezza pedagogica: «Quando la santissima Madre mandava le suore serventi fuori dal monastero - rammentava una di esse - le esortava che, quando vedessero gli alberi belli, fioriti e fronduti, laudassero Iddio; e similmente quando vedessero gli uomini e le altre creature, sempre di tutte e in tutte le cose laudassero Iddio».

Bona di Guelfuccio, l’amica che l’aveva accompagnata fanciulla nei segreti appuntamenti con Francesco, e l’aveva poi seguita in monastero, restando con lei per tutta la vita, quando fu interrogata come testimone per la canonizzazione di Chiara, raccontò alcuni episodi della giovinezza. Ma poi quando dovette parlare dei lunghi anni della loro convivenza monastica, non riuscì a parlare: «della santità di Chiara, disse che fu tanta, che lei nel cuore ne serbava infinite cose, che con la lingua non sapeva dire, perché il parlare della madre santa Chiara era tutto un ammaestramento».

Dobbiamo tralasciare di raccontare i miracoli che accadevano di solito quando Chiara tracciava quel segno di Croce con cui pareva trasmettere sui malati e sulle cose il suo appassionato amore per Cristo. E Gesù le rispondeva coi prodigi. Tutti li consideravano quasi normali, perché capivano «che il Crocifisso Amato ricambiava l’Amante».

Dobbiamo tralasciare anche le visioni. Queste non le aveva solitamente Chiara, che sembrava sempre personalmente immersa nel divino. Erano le sue suore che a volte percepivano visibilmente la sua familiarità col Figlio di Dio.

Tuttavia è giusto almeno rievocare il celebre episodio dell’assalto dei mercenari Saraceni al monastero. Li aveva scagliati contro Assisi, per far dispetto al papa, Federico II che era stato il prediletto di Innocenzo III (che gli aveva fatto da tutore), ed era stato battezzato - come Chiara e Francesco - allo stesso fonte battesimale, nella cattedrale di Assisi. Molti lo consideravano ormai l’incarnazione dell’Anticristo.

La città si è preparata all’assedio, ma San Damiano è fuori dalle mura, e non c’è nessuno a difendere quelle «povere Donne».

Non ci sono neppure i frati. Francesco - che aveva avuto il coraggio di affrontare disarmato perfino il terribile Sultano Melek-el-Kamel -  è morto.

Chiara è da tempo malata, immobilizzata nel suo povero lettuccio di paglia, che ha dovuto accettare per obbedienza.

Si fa condurre davanti alla porta del monastero e davanti a sé fa mettere il cofanetto d’argento che custodisce l’Eucaristia. A fatica si prostra a terra. Quando già i crudeli Saraceni hanno scavalcato il muro di cinta del monastero, Chiara sfiora con le mani il prezioso cofanetto. Prega: «Signore, guarda tu queste tue serve, perché io non le posso guardare». E le due sorelle che sostengono Chiara odono - e ne daranno testimonianza giurata al processo di canonizzazione - la voce dolcissima di un bambino, proveniente dal tabernacolo, che dice: «Io ti difenderò sempre».

Nessuno sa quel che accadde. Improvvisamente però i Saraceni si ritirarono, senza osare avvicinarsi alla porta dove Chiara pregava. Alla sera di quel giorno, ella chiamò le due sorelle e fece loro giurare che, lei viva, non avrebbero mai raccontato a nessuno quel che avevano udito.

Non mancarono poi, anche nella vita di Chiara, quei tipici fioretti francescani nei quali la santità si manifesta come ritorno alla condizione paradisiaca; come capacità di farsi comprendere e amare perfino dagli animali.

Ecco il racconto di Suor Francesca durante il processo per la canonizzazione:

«Una volta madonna Chiara non si poteva levare dal letto per la sua infermità, e domandando che le fosse portata una certa tovagliola, e non essendo chi gliela portasse, ecco che una gattuccia, la quale era nel monastero, incominciò a tirare e strascicare quella tovagliola per portargliela. E allora madonna Chiara disse a quella gatta: ‘Cattiva, tu non la sai portare: perché la strascichi per terra?’. Allora quella gatta, come se avesse intesa quella parola, incominciò a ravvolgere quella tovagliola perché non toccasse terra».

 Interrogata come sapesse le cose dette, rispose che madonna Chiara glielo aveva raccontato ella stessa.

Erano delle tovaglie «di delicatissimo tessuto» che Chiara, ormai anziana, immobilizzata sul suo pagliericcio da lunga malattia, continuava a filare, per farne corporali per la celebrazione della Santa Messa.

Li inviava alle chiese povere della provincia di Assisi - ne tessé più di cinquanta - perché il suo Gesù Eucaristia potesse esservi appoggiato in modo dignitoso.

E per ciascun corporale ella aveva fatto con le sue mani una custodia di cartone, foderata di seta: una invenzione che poi entrò nell’uso.

Finora il nostro racconto ha volutamente sorvolato sui rapporti tra Chiara e Francesco.

Sappiamo che Francesco si mostrò sempre estremamente riservato. Evitava perfino di fissare il volto delle donne che incontrava. Diceva che egli poteva riconoscere in faccia soltanto Chiara e Madonna Giacomina di Settesoli. E aveva per loro un’affezione particolare perché una gli ricordava Maria, quella che voleva sempre stare ad ascoltare Gesù, e l’altra Marta, che si dava tanto da fare per Lui.

Ma le visitava molto di rado. Il fatto è che doveva educare i suoi frati - in un’epoca difficile - a non eccedere in confidenza con quelle fanciulle che appartenevano a Cristo. Dicono che un giorno, davanti a certa eccessiva confidenza di qualche fraticello, abbia sospirato: «Il Signore ci ha tolto le mogli, e il diavolo ci procura delle sorelle!».

Da parte sua evitava perfino di pronunciare il nome di Chiara. Quando si riferiva a lei, la chiamava «Cristiana» per riconoscere che lei era tutta e soltanto di Cristo.

A chi lo rimprovera di troppa freddezza, Francesco rispondeva: «Non crediate che io non le ami pienamente... Non averne cura dopo averle chiamate sarebbe vera crudeltà. Ma io vi do esempio, perché facciate come ho fatto io».

Un giorno però accettò di recarsi a San Damiano dove Chiara e le sorelle desideravano ascoltare, per una volta, una sua predica.

Francesco entrò nel monastero, radunò la comunità, stette in mezzo a quelle sue figlie, pregando intensamente in silenzio. Poi chiese che gli portassero della cenere: la sparse a cerchio attorno a sé, come per collocarsi al suo giusto posto di povera creatura, e se ne cosparse il capo. Infine recitò lentamente il Salmo «Miserere», e uscì dal monastero lasciandole tutte in lacrime. Aveva predicato senza dire nemmeno una parola.

Questo significava per Francesco lasciarsi amare come segno di un Altro, essere padre come segno di un’altra infinita e misericordiosa Paternità. Qualcosa di ben diverso da tutte le scipite romanticherie che sono entrate nell’immaginazione di tanti che parlano troppo volentieri della vita affettiva dei santi.

In un’altra occasione si convinse a fare un’eccezione. Ascoltiamo il bel racconto dei Fioretti, perché è una pagina inarrivabile e intraducibile nella sua mistica bellezza:

 

«Santo Francesco, quando stava ad Ascesi, spesse volte visitava santa Chiara dandole santi ammaestramenti.

Ed avendo ella grandissimo desiderio di mangiare una volta con lui e di ciò pregandolo molte volte, egli non le voleva mai fare quella consolazione.

Onde vedendo i suoi compagni il desiderio di santa Chiara, dissero a santo Francesco: ‘Padre, a noi pare che questa rigidinon sia secondo la carità divina; che suora Chiara vergine così santa, a Dio diletta, tu non esaudisca in così piccola cosa, come è mangiare teco, ed ispecialmente considerando che ella, per la tua predicazione, abbandonò le ricchezze e le pompe del mondo. E, di vero, se ella ti domandasse maggiore grazia che questa non è, sì la dovresti fare alla tua pianta ispirituale’.

Allora santo Francesco rispose:

‘Pare a voi ch’io la debba esaudire?’.

E i compagni: ‘Padre, sì, degna cosa è che tu le facci questa consolazione’.

Disse allora santo Francesco: ‘Dappoi che pare a voi, pare ancora a me. Ma acciò ch’ella sia più consolata, io voglio che questo mangiare si faccia a Santa Maria degli Angeli; imperò ch’ella è stata lungo tempo rinchiusa in Santo Damiano, sicché le gioverà di vedere un poco il luogo di Santa Maria, ove ella fu tonduta e fatta isposa di Gesù Cristo; ed ivi mangeremo insieme al nome di Dio’.

Venendo adunque il dì ordinato a ciò, santa Chiara esce dallo monistero con una compagna, et accompagnata da’ compagni di santo Francesco viene a Santa Maria degli Angeli, e saluta divotamente la vergine Maria dinanzi allo suo altare, ov’ella era stata tonduta e velata, sì la menarono vedendo il luogo infino a tanto che fu ora di desinare.

Et in questo mezzo, santo Francesco fece apparecchiare la mensa in sulla piana terra, siccome era usato di fare.

E fatta l’ora di desinare si pongono a sedere assieme santo Francesco e santa Chiara, et uno delli compagni di santo Francesco colla compagna di santa Chiara, e poi tutti gli altri compagni si acconciarono alla mensa umilmente.

E per la prima vivanda santo Francesco cominciò a parlare di Dio sì soavemente e sì altamente e sì meravigliosamente che, discendendo sopra loro l’abbondanza della divina grazia, tutti furono in Dio ratti.

Et istando così ratti con gli occhi e con le mani levate in cielo, gli uomini di Ascesi e quelli della contrada d’intorno vedevano che Santa Maria degli Angeli e tutto il luogo e la selva... ardevano fortemente e parea che fosse un fuoco grande che occupava la chiesa e lo luogo e la selva insieme.

Per la qual cosa gli Ascesani con grande fretta corsero laggiù per ispegnere il fuoco, credendo fermamente ch’ogni cosa ardesse.

Ma giungendo allo luogo e non trovando ardere nulla, entrarono dentro e trovarono santo Francesco e santa Chiara e con tutta la loro compagnia ratti in Dio per contemplazione, sedere in quella mensa umile.

Di che essi certamente compresero che quello era stato fuoco divino e non materiale, il quale Iddio aveva fatto apparire miracolosamente a dimostrare e significare il fuoco dello divino amore dello quale ardevano le anime di quelli santi frati e sante monache; ond’essi tornarono con grande consolazione ne’ cuori loro, e con santa edificazione.

Poi, dopo grande ispazio, ritornando in sé santo Francesco e santa Chiara insieme con gli altri, e sentendosi bene confortati dallo cibo ispirituale, poco si curarono dello cibo corporale.

E così, compiuto quello benedetto desinare, santa Chiara bene accompagnata si ritornò a Santo Damiano... A laude di Cristo. Amen» (cap. xv).

 

Non c’è nella storia della santità cristiana un episodio che, meglio di questo, illustri e commenti l’insegnamento biblico che «l’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».

In quale conto però Francesco tenesse Chiara è dimostrato dal fatto che ricorreva a lei per rassicurare il suo spirito. Così aveva fatto nei primi anni della sua avventura, quando s era a lungo dibattuto nella «grande dubitazione»: se egli doveva dedicarsi soltanto alla preghiera (a cui il suo spirito anelava) o se doveva anche impegnarsi nella predicazione, anch’essa così necessaria.

Aveva detto a frate Masseo: «Va’ a suora Chiara, e dille da mia parte, ch’ella con alcuna delle più spirituali compagne, divotamente preghino Iddio che gli piaccia dimostrarmi quale sia il meglio».

La stessa cosa fece chiedere a frate Silvestro, quello dei suoi frati che considerava più santo.

Quando frate Masseo tornò con la risposta, Francesco prima volle lavargli i piedi e preparargli il desinare (voleva infatti accogliere come si conviene il messaggero di Dio), poi gli si inginocchiò davanti, si mise con le braccia in croce e chiese:

«Che domanda ch’io faccia il mio Signore Gesù Cristo?».

La risposta concorde fu che egli doveva anche andare predicando per il mondo, «però ch’egli non t’ha eletto per te solamente, ma eziandio per la salute degli altri».

E Francesco si rialzò «con grandissimo fervore» dicendo:

«Andiamo, nel nome di Dio». Raccontano i Fioretti che egli obbedì con tanto entusiasmo che per via si mise a predicare anche agli uccelli i quali «cominciarono ad aprire i becchi, a stendere i colli, ad aprire l’ali, e riverentemente chinare i capi sino in terra, e con atti e con canti dimostrare che le parole del padre santo davano a loro grandissimo diletto».

Dobbiamo ancora ricordare che il celebre Cantico delle Creature Francesco lo cantò per la prima volta davanti a Chiara.

Cieco e febbricitante, col corpo ormai stigmatizzato, s’era eccezionalmente rifugiato in una celletta di stuoie, che i suoi frati gli avevano costruito nell’orto del monastero. Vi restò due mesi e Chiara gli tessé dei morbidi guanti per coprire quelle sante mani ferite; gli aveva preparato anche un unguento di aromi, per curare le piaghe sanguinanti.

E un giorno le suore lo sentirono cantare quella sua dolcissima poesia.

A Chiara Francesco confidò che l’aveva composta per l’intima gioia di una rivelazione notturna. Dio l’aveva misericordiosamente rassicurato d’avergli perdonato tutti i peccati, e che poteva esser certo della salvezza. Per questo egli si era sentito in pace e in ringraziamento verso tutte le creature!

Qualcuno disse che egli aveva pensato spontaneamente a Chiara, quando compose il verso:

 

«Laudato si’, mi Signore, per sora luna e le stelle

in celu l’hai formate chiarite

et pretiose et belle».

 

Si raccontava, a questo proposito, quel che Francesco aveva confidato a frate Leone (quello della «perfetta letizia») durante un viaggio da Siena a Perugia. Era quasi notte e i due si erano fermati a riposare vicino a un pozzo. Francesco s’era chinato a guardare lo specchio d’acqua sul fondo, su cui si rifletteva argentata la luna piena, ed era rimasto lì a lungo, incantato.

«Frate Leone, pecorella di Dio - aveva detto Francesco -  sai tu che cosa vedo nello specchio dell’acqua?».

«La luna nascente» - rispose frate Leone che conosceva la passione del santo per la bellezza del creato.

«No, frate Leone» - ribatté Francesco - «vedo il viso di sorella Chiara, puro e splendente come di chi vive nella grazia del Signore».

Ma anche se la portava sempre in cuore, egli si teneva lontano da San Damiano, perché - spiega l’antico biografo - sentiva la responsabilità di «privarle della sua presenza corporale, per unire più intimamente a Dio le sue figlie». Chiara invece non sentiva questo bisogno.

C’è a questo proposito una antica leggenda ricca di poesia. Accadde quel giorno che Francesco decise di partire per un lungo viaggio, e si recò a salutare le sorelle di San Damiano. Era inverno, e c’era la neve.

«Padre, quando ci rivedremo?» - domandò Chiara, nascondendo in cuore la sua pena.

«Forse, quando fioriranno le rose» - rispose Francesco, indicandole i rami nudi e spinosi di un rosaio.

«Sia fatta la volontà di Dio» - assentì Chiara umilmente.

Ed ecco che, mentre Francesco si allontanava, delle rose cominciarono a spuntare su quei gelidi rami. Chiara lo rincorse e gliele offrì con un sorriso. Le leggende popolari sanno trasmettere i loro segreti insegnamenti.

Storica è invece la pena che Chiara provò quel giorno che le annunciarono che Francesco era gravemente malato.

 

«Faceva amarissimo pianto, né poteva prender consolazione, temendo di non rivedere avanti la sua morte l’unico suo Padre dopo Dio, il beato Francesco, che era suo consolatore e maestro... il quale timore, per mezzo di un frate, significò al beato Francesco».

 

«Va’ a dire alla sorella Chiara - rispose Francesco al messaggero - che deponga ogni dolore e tristezza, perché ora non mi può vedere, ma sappia in verità che sì essa che le sue figlie mi vedranno e ne prenderanno grande consolazione».

 

E così avvenne. Il corteo funebre che accompagnava il suo beato corpo si mosse da santa Maria degli Angeli verso la chiesa di San Giorgio ad Assisi; giunti davanti al monastero San Damiano, esso si arrestò.

 

«E rimossa la grata di ferro per la quale erano solite comunicarsi e udire la parola del Signore, i frati tolsero quel santo corpo dal cataletto e lo sostennero sulle braccia, avanti la finestra per lungo spazio di tempo, sino a che madonna Chiara e le altre sorelle ne furono consolate».

Chiara sopravvisse a Francesco di ben ventisette anni, tutti passati a difenderne l’eredità e la memoria. La sua vecchiaia fu costellata di quella tenerezza che ella aveva imparato da lui, tenerezza che andava anzitutto e sempre al Santo Bambino del Presepio, a Cristo povero Crocifisso e all’Eucaristia.

Solo nell’ultimo Natale della sua vita Chiara si sentì un po’ triste:

 

«In quel momento del Natale, quando il mondo esulta per il Bambino appena nato, tutte le suore si avviano per il Mattutino al luogo della preghiera, lasciando sola la madre gravata dalle infermità. E, avendo cominciato a pensare a Gesù piccolino e a dolersi molto di non poter partecipare al canto delle sue lodi, sospirando gli dice: ‘Signore Iddio, eccomi lasciata qui sola per Te!’. Ed ecco, all’improvviso cominciò a risuonare alle sue orecchie il meraviglioso concerto che si faceva nella chiesa di Santo Francesco. Udiva i frati salmodiare nel giubilo, seguiva le armonie dei cantori, percepiva perfino il suono degli organi... E - prodigio ancora più grande - ella fu degna di vedere il presepio del Signore. Quando al mattino le figlie andarono da lei, la Beata Chiara disse: ‘Benedetto il Signore Gesù Cristo che quando voi mi avete abbandonata, non mi ha abbandonata. Ho udito per grazia di Dio tutte le cerimonie che sono state celebrate questa notte, nella chiesa di Santo Francesco ».

 

L’antico cronista si premura di osservare che il luogo lontano «non consentiva la percezione di quei suoni» e che «quella solennità era stata resa sensibile a lei per forza divina, oppure il suo udito era stato rafforzato oltre ogni possibilità umana».

Giuste osservazioni «tecniche»! E la Chiesa - persuasa che questi antichi racconti parlino davvero dell’opera della grazia di Dio, e che i moderni prodigi della tecnica siano solo una lontanissima imitazione dei miracoli - ne ha approfittato, nel 1938, per proclamare Chiara «patrona di tutti coloro che lavorano alla televisione».

Ma il miracolo maggiore di Chiara - assolutamente realistico e documentabile - fu quell’influsso materno che si irrradiava anche in lontanissime nazioni e travolgeva chi neppure la conosceva e tuttavia la considerava Madre.

Furono così attratte da lei, vivente in un piccolo e lontano comune d’Italia, perfino principesse e regine come Isabella di Francia, Agnese di Praga, Elisabetta di Ungheria, Margherita vedova di re Ludovico, Bianca di Filippo v di Francia, Eufemia d’Asburgo, Elena di Portogallo, Salomè e Jolanda di Cracovia, Cunegonda regina di Polonia, Ermentrude di Bruges.

Basta accennare a una sola tra esse: Agnese, figlia di Ottokar I , re di Boemia, che rifiutò di sposare il figlio del grande imperatore Federico II per seguire quella lontana e sconosciuta madre, di cui le avevano parlato certi pellegrini venuti da Roma.

«Come ti amavano le viscere di tua madre, così io ti amo...» le scrisse Chiara, descrivendole amorosamente Gesù come «lo specchio della vita» che ella deve ormai usare per adornarsi in maniera davvero regale.

«Aggrappati povera a Cristo povero» è l’invito che Chiara non teme di rivolgere perfino a schiere di principesse e di regine.

Era ormai divenuta vecchia, ma non voleva morire; non prima che il papa le avesse definitivamente confermato, con tanto di sigillo pontificio, la Regola che lei stessa aveva scritto, al termine della sua esperienza.

Era il primo caso, nella storia della Chiesa, di una donna che scriveva una regola per altre donne.

E diceva che aspettava solo di poter baciare quel sigillo, e il giorno dopo morire.

E Innocenzo IV venne. Tornava dal Concilio di Lione, ed era stato assente dall’Italia per anni.

Entrò commosso nella povera celletta.

«Padre Santo», - disse Chiara morente - «ho bisogno di essere perdonata da tutti i miei peccati».

«Figlia mia» - le rispose il papa - «volesse il cielo che io avessi bisogno di perdono tanto quanto ne hai tu!».

Quando l’indomani giunse un cardinale a consegnarle la implorata Bolla pontificia, la baciò come aveva desiderato. Il giorno dopo morì.

Negli ultimi istanti l’avevano udita mormorare: «Vai sicura, perché hai una buona scorta. Vai sicura, perché Colui che ti ha creata ti ha santificata, e proteggendoti sempre, come una madre protegge suo figlio, ti amò con tenero amore».

Le chiesero a chi ella rivolgesse quelle parole. Rispose: «Io parlo alla mia anima benedetta».

E aggiunse: «Sii benedetto, Tu o Signore, che mi hai creata!».

 

 

*- la festa di S. Chiara si celebra l'11 agosto

«Io, Chiara, pianticella del nostro Santo Padre Francesco... .», così amava definirsi la nostra Santa di Assisi.

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CENNI BIOGRAFICI DI

 

SANTA AGNESE D’ASSISI

(sorella di S. Chiara)

LA   «  PRUDENTISSIMA VERGINE SORELLA NOSTRA  »

        

 

Da “Santa Chiara d’Assisi”, di Chiara augusta Lainati - clarissa,

Protomonastero S. Chiara - Assisi

 

Sorella di Chiara ((per nascita e purezza » (Leggenda di S. Chiara, 24), Agnese di Favarone non è una figura che si possa tratteggiare con facilità, qualora non si ceda al facile impulso di riempire i pochi dati storici scabri e avari nell’informazione - con riflessioni verisimiglianti, ma non provate, suggerite più che altro dalla sua posizione all’ombra di santa Chiara. E’ una figura dai contorni sfumati, che si intuisce forse più e meglio proprio quanto meno si cerca di fissarla entro una linea marcata e precisa.

Secondogenita di Favarone e di Ortolana, nacque nella nobile famiglia assisiate circa nel 1197: la « Vita »di lei, inserita nella trecentesca Cronaca dei 24 Generali dell’Ordine dei Frati Minori, afferma, infatti, che alla data della sua morte, avvenuta poco dopo la morte dì Chiara nel 1253, aveva circa cinquantasei anni.

Il nome di Agnese non le fu assegnato al fonte battesimale: lo ebbe più tardi, dopo la conversione, e fu san Francesco ad imporglielo dopo che « per l’innocente Agnello, e cioè per Gesù Cristo, immolatosi per la nostra salvezza, ella fortemente resistette e virilmente combatté » (Cronaca cit.), sostenendo l’attacco dei parenti, decisi a strapparla dal chiostro di Sant’Angelo di Panzo, in cui si era rifugiata con Chiara.

Con tutta probabilità il suo nome al fonte battesimale fu quello di Caterina: secondo la cinquecentesca « Vita di S. Chiara » di Ugolino Venino, infatti, come per prima ha segnalato Fausta Casolini, lo zio Monaldo, rivolgendosi ad Agnese, nel tentativo di ricondurla a casa, la apostrofa col nome di

« Caterina..., ché così era chiamata al secolo Agnese... (cfr. AFH 13, 1920, 175). È il nome della intrepida vergine di Alessandria, le cui ossa, nella chiesa eretta sul Sinai, erano meta di devoto pellegrinaggio per quanti, in viaggio verso la Terrasanta, sbarcavano nel porto egiziano di Damiata e di qui pro-seguivano, appunto passando per il Sinai e Gaza, alla volta di Gerusalemme. Anche la madre di Chiara e Agnese, Ortolana, compì, come si è visto, un pellegrinaggio ai luoghi santificati dalla presenza del Messia: forse la devozione verso la martire di Alessandria, rinvigoritasi durante il pellegrinaggio, suggerì più tardi il nome della secondogenita: come la stessa devozione, sicuramente viva presso le figlie di Ortolana, ispirò il nome di molti tra i piccoli monasteri di Sorelle Povere, appunto intitolati a santa Caterina del monte Sinai.

L’infanzia e la giovinezza di Agnese corrono parallele a quelle della sorella Chiara, di tre o quattro anni maggiore : uguali i sentimenti, intenso l’affetto che le unisce reciprocamente. Diverso l’orientamento iniziale: se Chiara, infatti, seguendo la voce interiore che la chiama a una vita completamente dedicata al Signore, non vuol neppure sentir parlare di nozze, forse invece alla più piccola, Agnese, la serena vita familiare, che la madre conduce accanto al marito e alle tre figlie, fa balenare la strada di un’analoga vita illuminata dall’intima gioia di una sponsalità e di una maternità benedette da Dio.

Scrive infatti il leggendista, riferendo la chiamata di Agnese alla vita religiosa come uno dei primi effetti della potente preghiera di Chiara nel silenzio del chiostro: « Tra le primizie delle preghiere che offriva a Dio con tutto l’ardore della sua anima, questo domandava con maggiore intensità, che quella concordia e affinità d’animo che aveva avuta nel mondo con la sorella, divenisse ormai unione di volontà tra di loro nel servizio di Dio. Prega dunque con insistenza il Padre della misericordia che agli occhi della sorella Agnese, lasciata a casa, il mondo perda ogni attrattiva, le divenga dolce Dio e la converta talmente dal proposito delle nozze carnali al suo amore, che insieme con lei si sposi allo Sposo di gloria in perpetua verginità. Era radicato in entrambe, infatti, un meraviglioso mutuo affetto, che aveva reso l’una all’altra doloroso, benché per sentimenti diversi, l’insolito distacco (Leggenda di S. Chiara, 24).

È facile intuire l’interminabile lunghezza dei giorni che seguono la fuga di Chiara, per Agnese. Ha solo quattordici o quindici anni, e non trova certo nella più piccola Beatrice l’affettuoso sostegno che le proveniva dalla presenza di Chiara. La settimana di Passione trascorre, schiudendo una Pasqua più che mai velata di nostalgia nel ricordo dell’assente, che né l’affettuosa pressione della famiglia, né la violenza sono riuscite a riportare a casa. Trascorre anche la settimana di Pasqua: e ogni giorno che passa, mentre la memoria ripercorre la solita nostalgica serie di dolci ricordi legati a Chiara, mente e cuore si fissano sempre più frequentemente sulla strada da lei scelta, scoprendone la profonda, nascosta ricchezza. E l’esuberanza giovanile di Caterina comincia ad ardere dello stesso fuoco di Chiara, acceso dallo Spirito, e sospira di potersi donare completamente, come lei, al Signore Gesù e al suo Regno.

Sedici giorni dopo la fuga di Chiara dalla casa paterna, il 14 aprile 1211, quindi, o il giorno dopo, Agnese raggiunge infine la sorella nel monastero benedettino di Sant’Angelo di Panzo, dove è temporaneamente rifugiata, e le manifesta con fermezza il proposito di dedicarsi tutta, come lei, al servizio di Dio.

L’abbraccio gioioso di Chiara, che vede esaudita la sua preghiera, è insieme accettazione della prima novizia nel nuovo Ordine fondato da Francesco.

Si è già detto altrove (cfr. p. 36 ss.) come la scomparsa di Agnese, rimasta presso la sorella, procurò nuova e più violenta reazione da parte del casato, non disposto a tollerare una seconda volta un’iniziativa che suonava come un affronto alla ricchezza e alla potenza della nobile famiglia. Ecco quindi un drappello di dodici cavalieri piombare sulle due sorelle nella serena quiete monastica di Sant’Angelo, dove Chiara « che più sapeva del Signore, ammaestrava la sua novizia e sorella » (Leg­genda di S. Chiara, 25). Non ripetiamo qui lo svolgersi dell’episodio già riportato : aggiungeremo solamente che, alla sua conclusione, Agnese può rispondere a Chiara che la interroga ansiosa per tante percosse ricevute, mentre gli armati la trascinavano a forza per la china del monte che per la grazia di Dio e per le sue preghiere poco o nulla ha sofferto.

Dopo questo episodio di violenza, « il beato Francesco di propria mano le tagliò i capelli e le impose il nome di Agnese, giacché per l’innocente Agnello.., fortemente resistette e virilmente combatté » (Cronaca dei 24 Generali).

In seguito, guidata dal Santo insieme a Chiara nella via della perfezione intrapresa (Leggenda diS. Chiara, 26), Agnese tanto rapidamente progredì nella via della santità che la sua vita appariva alle sue compagne di un tenore straordinario e sovrumano. La sua penitenza e la sua mortificazione, come quelle di Chiara stessa, destavano meraviglia in chi considerava la sua giovanissima età: un aspro cilicio di crine di cavallo, all’insaputa di tutti, le cinse i fianchi dall’inizio della sua vita religiosa fino alla morte e il suo digiuno era così stretto che quasi sempre si nutriva di solo pane ed acqua.

Caritatevole e dolcissima, si piegava maternamente su chi soffriva, piena di pietosa sollecitudine verso tutti.

Scrivendo di lei alla beata Agnese di Praga, santa Chiara chiamerà la sorella « prudentissima vergine » : ed è il giudizio di una Santa, di chi, cioè, sa misurare persone e cose con la misura stessa di Dio.

Non sappiamo in quale tempo se negli anni precedenti o seguenti la partenza di Agnese per Monticelli sia da collocarsi un episodio, che certamente servì a corroborare in Chiara la convinzione della santità della giovane sorella. Lo riportiamo dalla Vita inserita nella Cronaca.

« Mentre una volta, in disparte dalle altre, nel silenzio della notte perseverava assai devotamente in orazione, la beata Chiara, rimasta a pregare non lontano, la vide nell’orazione tutta sollevata da terra e, così sospesa nell’aria, incoronata con tre corone da un Angelo ad intervalli di tempo. Il giorno seguente, interrogata dalla beata Chiara che cosa avesse chiesto nell’orazione o quale visione avesse avuto quella notte, si schermi dal rispondere. Infine, costretta con precetto di obbedienza dalla beata Chiara, riferì quanto segue: Per primo, nel ripensare devotamente alla bontà e pazienza di Dio, come e quanto ogni giorno si lascia offendere dai peccatori, molto meditai dolendomi e compatendo; in secondo luogo meditai sull’ineffabile amore che porta ai peccatori e come per la loro salvezza sostenne morte ed acerbissima passione; per terzo, sulle anime del purgatorio e sulle loro pene, e come per se stesse non possono in alcun modo procurarsi sollievo » (Cronaca dei 24 Gene­rali). Il Dio-uomo crocifisso, nella meditazione di Agnese e in concordanza con tutta la spiritualità serafica, distende la sua vasta ombra, pregna di salvezza, sul dramma dei peccatori e dei redenti impegnati nell’ultima purificazione.

 

UN NOSTALGICO ADDIO

 

 

« In seguito fu mandata dal beato Francesco, come abbadessa, a Firenze, ove portò a Dio molte anime, tanto con l’esempio di santità della sua vita, quanto con la sua parola dolce e suadente, piena di amore di Dio. Fervente nel disprezzo del mondo, piantò in quel monastero come bramava santa Chiara l’osservanza della povertà evangelica » (Cronaca dei 24 Generali).

Non è facile rischiarare gli avvenimenti che stanno sotto una simile fonte, avara di informazione : solo la linea generale dei fatti è chiara, ed è questa.

Il passaggio di san Francesco a Firenze non suscitò entusiasmo solamente tra i Fiorentini, alcuni dei quali abbracciarono subito la sua stessa vita evangelica: ma accese anche il fervore di alcune giovani e matrone di nobile famiglia che, ad imitazione di quanto da poco aveva fatto Chiara, desideravano lasciare tutto per dedicarsi esclusivamente al servizio di Dio. Non tardarono molto a dare effetto al loro desiderio e, non avendo ancora un monastero, si ritirarono in casa di qualcuna di loro, in attesa che la provvidenza fornisse un luogo più adatto. È ignota la data del costituirsi di tale comunità di donne fiorentine, che si poneva a modello San Damiano ; forse più facile è identificare il luogo in cui la comunità prese avvio. Sappiamo, infatti, che madonna Avegnente di Albizzo, che appare abbadessa del monastero nel 1219, possedeva un fondo nella contrada di Santa Maria del Sepolcro a Monticelli : il fondo fu donato alla Chiesa romana, perché vi fosse eretto un monastero, e la proprietà fu accettata dal cardinale Ugolino, in nome appunto della Chiesa, nel 1218. Con tale atto le nobili fiorentine, raccolte intorno ad Avegnente, si ponevano sotto la dipendenza della Santa Sede.

Madonna Avegnente appare nel 1219 come si è detto abbadessa della costituita comunità, che fin dai primi anni è in rapporto con San Damiano: insieme alla Regola del cardinale Ugolino, del 1218—19, osserva infatti le stesse Observantiae regulares, cioè quella specie di « costituzioni », che erano allora in vigore a San Damiano, basate sugli scritti e le parole di san Francesco.

La cessione gratuita di un terreno attiguo da parte di Forese Bellicuzi, permise l’erezione di un monastero: lil fabbricato precedentemente abitato, forse una semplice casa, non poteva far fronte al numero crescente delle monache.

È in questa comunità che viene inviata la giovane Agnese, con il compito di trasferire in Firenze il genuino spirito di Chiara. A lei sarà affidato il governo della nuova schiera di Sorelle Povere.

Un documento prezioso, cioè una lettera che santa Agnese invia alla sorella dopo il suo arrivo a destinazione, ci illumina sul profondo dolore causatole dal distacco da San Damiano e sullo stato della nuova comunità, fiorente, in un’atmosfera di pace e di unione. La stessa lettera, non datata, ci dà anche delle indicazioni che possono essere valide come riferimento cronologico.

«.. .Sappiate, madre mia  scrive tra l’altro Agnese che il mio spirito è in grandissima tribolazione e tristezza immensa e sono oltremodo oppressa e addolorata e quasi non posso parlare, perché corporalmente da voi e da l’altre mie sorelle sono separata, con le quali in questo secolo credevo di vivere e morire... O dolcissima madre e madonna mia, che farò, che dirò che più non spero di vedere corporalmente le mie sorelle?...

Da un’altra parte sono molto consolata e voi potete rallegrarvi meco, perché ho trovato una grande concordia e non divisione, più che dire non posso, e tutte con grandissima giocondità e gaudio mi hanno ricevuta e con reverenza devotissimamente mi hanno promesso obbedienza... Vi prego che di me e di loro come proprie sorelle e figliole vogliate avere sollecita cura, sapendo che io e loro in ogni tempo della vita vostra inviolabilmente vogliamo le vostre ammonizioni e comandamenti. Sappiate inoltre che la santità del nostro signor Papa mi ha soddisfatto sì come io chiesi e come io volli in tutto e per tutto, secondo la vostra e mia intenzione, della causa che sapete, cioè del fatto del proprio. Vi prego che chiediate a frate Elia di venirmi più spesso a visitare e a consolarmi nel Signore... » (Cronaca dei 24 Generali).

Il   Privilegio della povertà, cui la lettera accenna, fu concesso alle monache di Monticelli da papa Gregorio IX il maggio 1230. Inoltre frate Elia non è chiamato nella lettera né " vicario ", "ministro generale " : l’accenno a frate Elia fa escludere volendo assegnare una data alla lettera la serie di anni 1217—1221, in cui si trovava, come ministro provinciale, in Oriente e sembra escludere anche gli anni 1221—1227, in cui fu vicario, e gli anni post 1232, perché nel capitolo di quell’anno fu eletto ministro generale.

È probabile, quindi, che la partenza di Agnese da Assisi per Monticelli, partenza voluta da san Francesco e causa di profondo dolore per la obbediente sorella di Chiara, non sia avvenuta nel 1221, come tradizionalmente si ripete, ma più tardi, intorno agli anni 1228— 1230 : a meno che si voglia ammettere che la lettera, che pur rispecchia il taglio inferto da una recente separazione, sia stata scritta molti anni dopo la partenza da San Damiano.

 

AL CAPEZZALE DI CHIARA MORENTE

 

 

L’ombra avvolge il soggiorno fiorentino di Agnese, come copre di mistero l’itinerario che la ricondusse ad Assisi: molti monasteri vantano di averla avuta come fondatrice, nella via del ritorno, e può essere che il dato tradizionale, non fissato da documenti, abbia avuto tuttavia una qualche rispondenza nella realtà. Storicamente, però, si ritrova Agnese, con un salto di decenni, nella clausura di San Damiano, mentre assiste Chiara nella sua lunga agonia.

Secondo Mariano da Firenze, che scrive nel ‘500, la partenza di Agnese da Monticelli fu appunto in concomitanza all’aggravarsi della malattia della Santa: avutane notizia, Agnese si sarebbe posta frettolosamente in viaggio con alcune delle sorelle esterne di Monticelli, destinate a raccogliere e a serbare le ultime parole della Madre dell’Ordine, per riportarne il ricordo nella fondazione fiorentina. A queste suore che accompagnano Agnese, sempre secondo il narratore cinquecentista, Chiara avrebbe donato il suo velo, che ancora si conserva come reliquia nel monastero delle Clarisse di Firenze—Castello.

In qualsiasi tempo sia da collocarsi il ritorno di Agnese a San Damiano, è innegabile la sua presenza accanto al capezzale di Chiara morente. Per lei che, oppressa dal dolore, non ha modo di trattenere le lacrime abbondanti ed amare e la supplica di non partire abbandonandola, Chiara ha parole di tenerezza infinita, che fanno fiorire meravigliosa la speranza nel cuore di Agnese:

« È volontà di Dio, sorella carissima la conforta che io m’allontani; ma tu cessa dal piangere, perché dopo di me rapidamente verrai al Signore e grande consolazione ti darà il Signore prima che io parta da te>, (Leggenda di S. Chiara, 43).

La sera dell’11 agosto 1253, nello strazio della separazione, Agnese avrà ricordato alla sorella, per sempre beata nell’abbraccio dello Sposo, la promessa di qualche giorno prima. E quando, il giorno dopo, nel tripudio universale, il corpo di Chiara già invocata come Santa, salì, benedetto dal Papa, per l’erta di Assisi, per essere deposto nello stesso sepolcro che un tempo accolse le spoglie di Francesco, certo Agnese avrà riconosciuto, in tale solenne preludio della canonizzazione, la grande consolazione predettale da Chiara.

Anche la promessa ha ben presto attuazione, perché « trascorsi pochi giorni, Agnese, chiamata alle nozze dell’Agnello, seguì la sorella Chiara alle eterne delizie: dove entrambe figlie di Sion, per natura, per grazia e per regno, sorelle, lodano Dio senza fine. E veramente ricevette quella consolazione che Chiara le promise prima di migrare. Infatti, come preceduta dalla sorella era passata dalle cose del mondo alla croce di una vita dedicata, così, mentre Chiara già cominciava a risplendere per segni e prodigi, Agnese, dopo di lei, dalla luce che presto finisce, si svegliò in Dio... (ivi, 48).

La notizia della morte di Agnese, diffusasi per Assisi, attirò come già quella di Chiara una moltitudine di folla, che nutrendo verso di lei grande devozione e sperando di vederne la salma e di esserne spiritualmente consolata, salì in numero stragrande la scala di legno che dava accesso al monastero di San Damiano. Ma le catene di ferro, che sostenevano tale scala mobile, improvvisamente cedettero sotto l’insolito peso, e con grande fragore la scala crollò sopra la folla sottostante, trascinando nella sua rovina quanti vi si accalcavano.

L’improvvisa catastrofe sembrò avere conseguenze disastrose, data la folla rimasta schiacciata sotto il peso enorme della scala stracarica. Ma si fece largo la speranza nel nome di Agnese. Invocati immediatamente il suo nome e i suoi meriti, feriti e contusi si rialzarono ridendo, come se nulla avessero subìto.

Fu questo il primo dei numerosissimi interventi di Agnese, che ormai raggiunta Chiara nella gloria, sarà per sempre, come la sorella stessa, molto prodiga nell’intercedere a favore di quanti, nel suo nome, chiederanno di essere liberati da malattie inguaribili, dalla cecità, da ossessione diabolica. La serie dei suoi interventi si protrae lungamente per tutto il trecento, fino a stabilizzarne il culto, ratificato dalla Chiesa. Il suo nome appare nel martirologio romano tra i Santi del giorno 16 novembre, e le sue spoglie riposano nella basilica assisiate che racchiude il corpo della sua « madre e madonna » Chiara.