Una cena nucleare

  5 marzo 1999

Ad iniziativa d’alcuni volonterosi, il popolo nucleare della Fiat si è riunito attorno ad una mensa imbandita. Eravamo più di cento. Non male per un’attività iniziata nel 1956 ed ormai chiusa da qualche anno, con molti che si sono dispersi strada facendo. L’età media dei commensali era piuttosto sull’elevato.

“Come va. E’ un bel pezzo che non ci vediamo.” “Mi riconosce?” “La faccia sì, ma il nome, il nome.. sa con gli anni la memoria… Comunque so con chi lavorava. Faceva parte dei metallurgisti. Ha smesso di sinterizzare le pastiglie d’ossido d’uranio?”
Interviene un vicino. “In quest’angolo della sala siamo tutti vecchi metallurgisti. Ne riconosce qualcuno?” “Be Martorana sì perché ci siamo visti anche dopo l’avventura nucleare.  Lei, aspetti, lei non aveva la barba. Lei invece aveva più capelli. Devo dire che un po’ mi sembrate sinterizzati anche voi.” “Non ci prenda in giro. In fondo non è vero che facevamo solo sinterizzati. Si ricorda del gadolinio per le barre di controllo?” “E i riporti superficiali duri? Sui gancetti per i meccanismi di comando delle barre di controllo li facevamo meglio degli americani. E a norme mills.”  “E ti ricordi la fatica per fare per elettro-formatura la testata delle barre di combustibile? Bel lavoro”.

“A proposito di meccanismi barre di controllo, c’è Parodi?” “No, non è potuto venire, Però c’è Ghia. Eccolo là”. “Allora Ghia, ne ha più disegnato di meccanismi che vanno su e giù?” Ghia sorride. Interviene Gerevini. “Ghia ha sempre parlato poco. In Westinghouse lo chiamavano il pump men. Erano rimasti esterrefatti perché in quattro e quattr’otto gli aveva disegnato le modifiche per l’enorme motore elettrico delle pompe primarie – quei bestioni alti come una casa - per adattarlo da 60 hertz a 50. E gli avevano anche offerto di restare là con loro. Un bello stipendio in dollari. Ma a Ghia se gli togli il grignolino… E li ha mandati a spigolare.”

A quei tempi bere un bicchiere di vino a tavola in America era un problema. Il vino lo si comperava solo negli state shops. Nei ristoranti non te lo davano se la zona era dry, secca. E L’albergo dove eravamo in pensione era in zona dry. A mezzogiorno alla mensa Westinghouse certo non c’era vino. In compenso c’era la pumkin pie a la mode  torta di zucca con gelato, la mia passione. Ed il povero ingegner Lerda? Visto che non si poteva avere vino, si faceva portare in tavola enormi cuccume di caffè. Ed era proprio il cuoco in persona che glielo portava. E guardandosi in giro con aria soddisfatta versava il caffè nelle enormi tazze made in USA.  E lo beveva black senza latte né zucchero. Solo che il colore del caffè era stranamente di un rosso cupo. Sembrava anche al profumo Bordeaux della California. Che si fosse messo d’accordo con il cuoco?”

"Ragazzi, facciamo uno scherzo a Poldo. Chiamalo un po'”. E’ Cappelli che parla. “Ing. Chinaglia a rapporto.” “Senti un po', ma dove ti sei cacciato. Ti cercano dall’Argentina e non ti trovano più. E’ arrivato a me un fax da Atucha. Te le ricordi le pompe per la centrale ad acqua pesante?” “Come no. Sono passati trent’annni, ma è stato uno dei più bei lavori che abbiamo fatto. Una bella fornitura. Abbiano avuto anche qualche patema d’animo quando le abbiamo provate. Se perdevano le tenute, erano guai.” “Non dirlo a me che ero là e che dovevo interpretare i tuoi lunghissimi fax. Ah, no, pardon. Telex, allora il fax non c’era. Senti Poldo, è arrivato a me l’altro giorno un fax che mi chiede dove possono rintracciarti. Pare che dopo trent’anni ora le pompe si sono decise a perdere. Piscia acqua pesante da quei maledetti o-ring. Ti cercano, perché dicono che la garanzia era per trent’anni. Chi ne risponde ora? ” Pacca sulle spalle. “Mandali a quel paese. Però era un bel lavoro quello delle pompe di Atucha.”

“Lei è Martini. Pierluigi?” “Nò, Franco.” “E lavorava con i metallurgisti.” “No, ero con Pizzi, tra i chimici.” “Però è un po' più in carne ora. Lo ricordo molto più magro.” “No, sono sempre stato sul robusto.”

Proviamo con un altro. “Si ricorda di me? Sono Stecazzini.” “Come no, e so anche che faceva il chimico. Sa perché lo so? Per via del nome. Stecazzini… stechiometria.. chimica.” Risate per la battutaccia.

“E di me si ricorda? Fu lei ad assumermi. Mi ricordo che mi chiese com’erano messi gli spin nel nucleo. Ma io ero un ingegnere meccanico e di spin non avevo mai sentito parlare. Comunque, mi assunse lo stesso.” “E non me lo avrà mai perdonato, scommetto.” “Al contrario, non ho mai rimpianto di essere entrato nel campo nucleare.”

 “Guglielmi! Di lei mi ricordo anche il nome. Lei era il più serio dei disegnatori. Mai una parola di troppo, sempre in piedi a tirare righe davanti al tavolo da disegno, una matita sopra l’orecchio. E non una riga sul disegno fuori posto. E cosa fa, è in pensione, immagino.” “Si ma lavoro sempre. Non ci sono più disegnatori, non ci sono più periti. E’ un disastro, le scuole professionali non ci sono più e quelle che ci sono non insegnano niente. Come faremo a disegnare, non dico le centrali nucleari, ma le automobili, me lo sa dire lei?” “Bravo Guglielmi, vedo che con l’età è diventato più loquace. E la sua faccia che era sempre un po' sul triste ora ha più ragione di esserlo.”
Previti è lì che ascolta. “Guglielmi ha ragione. Bisogna dirlo, dirlo a tutti, gridarlo, che la scuola l’hanno rovinata, non c’è più. Il caso della chiusura delle attività nucleari è solo un esempio dello sfacelo in cui il Paese è andato. Competenze specialistiche andate perdute, patrimonio di know how buttato alle ortiche. E lo stesso vale per tutti i prodotti che abbiano un contenuto tecnologico importante. Me lo dici di cosa vivranno in nostri nipoti? Della vendita delle chiacchiere al Costanzo show?”

“Ragazzi, non cominciamo con le tristezze. Siamo qui per festeggiare.”
“Ma cosa festeggiamo poi?  La sepoltura per sempre dell’energia nucleare?” “ Tornerà, tornerà, vedrete che tornerà. Era una buona idea. Vedi i francesi, 70% dell’energia elettrica prodotta è nucleare. E noi invece? Chiediamo al popolo sovrano se vuole fare la fine di quelli di Chernobil. Che ne sa lui della differenza tra le centrali russe e le nostre del tipo americano, PWR? Ha paura, e quindi dice no.”

“Gallina Pierflavio. Ormai lei è diventato un pittore famoso.” “Beh, non esageriamo. Me la cavo.” “Ho sempre il quadro delle sue viti antropomorfe in un casolare delle Langhe in bella vista a casa. Quello in cui si vede la centrale nucleare con un bel sole dietro, l’ha mio figlio nel suo ufficio.” “E’ stato il mio primo quadro, quello. Fino allora le centrali le avevo disegnato solo sul tecnigrafo.” “E dalle centrali è passato a farci vedere la vista delle sue Langhe, con tutte quelle viti attorcigliate ed un po' mostruose. E poi dicono che l’energia nucleare è stata inutile. Lei lo ha trasformato da tecnico disegnatore in pittore professionista. A proposito, a quanto li vende al cm2 i suoi quadri?” Gallina sorride. 

“Sono Battistini, si ricorda di me?” “Battistini… Battistini… come nò. La nave nucleare. Il nostro più bel sogno. Poldo, mi sai dire perchè poi la nave non l’abbiamo fatta?” “Me lo dovresti dire tu che ti davi alle strategie. Noi i pezzi li avevamo costruiti. Ti ricordi di quel grande circuito prova componenti primarie che abbiamo tirato su nel grande capannone di via Settembrini?” “Perché, perché… perché siamo in Italia.”

“Signora Calleri, che piacere rivederla. Dopo tanti anni. Se non fosse per il colore dei capelli, direi che non è cambiata per nulla.” “Vuole scherzare, ma lo sa quanti anni ho?”

 Ma Santandrea, dov’è Santandrea? “Non siamo riusciti a rintracciarlo.” Dovevate cercare a Roma. La fisica non è molto rappresentata qui. Ed il calcolo? C’è Pozzi?” “Nò, Pozzi non l’abbiamo rintracciato. E’ finito a Genova?” “Una bella sagoma quel Pozzi. Perché non ci racconta di quella volta in America al Lago Salato?”
“Eravamo andati per un convegno internazionale. Io e lui portavamo un lavoro sul metodo Montecarlo. No, non sul metodo per sbancare il Casinò. Era un metodo di calcolo statistico per calcolare la e. Chi di voi si ricorda cos’è la epsilon? Console, tu te la ricorderai.” “Dovrei ricordarmelo. Aspetta. Ecco, mi pare sia il calcolo del contributo dei neutroni veloci alla fissione. Quei veloci che usciti da una fissione incontrano un atomo d’uranio nella stessa barra di combustibile.” “Bravo, sempre taciturno, ma bravino il nostro Console. Dicevo che eravamo andati a Salt Lake City per presentare questo lavoro. Avevamo deciso di fare scalo con l’aereo a Denver e da lì affittammo una macchina per attraversare le famose Montagne Rocciose. Un giorno di viaggio, dal pomeriggio al pomeriggio successivo, con attraversamento del deserto, arrampicata oltre 4000 metri, visita al cimitero dei dinosauri… Un po' di turismo nucleare insomma. Arrivati verso le tre p.m. a Salt Lake, poiché l’inaugurazione del convegno era la sera, decidemmo di fare un giro in macchina per vedere il famoso lago salato. Faceva un bel caldo. Eravamo ai primi di settembre del.. del.. e chi si ricorda l’anno. Diciamo ‘67- 68.  Ci fermiamo sulla rive deserte del lago. Nessuno d’intorno. Pozzi decide che essere arrivato fin lì senza provare se Archimede aveva ragione, se la spinta verso l’alto… conoscete la faccenda. Si spogliò ed in mutande si gettò nel lago. Per quanti sforzi facesse non riusciva ad andare sott’acqua. Dopo un po' uscì. Nessuna doccia nei dintorni. Con suprema indifferenza il nostro si rimise pantaloni e tutto sopra le mutande ancora bagnate. I capelli anche erano bagnati. Ma si sarebbero asciugati strada facendo. Con quel caldo. Ed infatti si asciugarono. E diventarono dritti bianchi ed ispidi. Un po' come certe acconciature dei maschi canterini odierni, a treccioline sparate fuori. La faccia era bianca, sui peli della barba del giorno prima si erano formati brillanti e vistosi cristalli bianchi. Il fondo dei pantaloni era indurito e bianco. Sceso dalla macchina camminava a fatica, impiastrato di sale com’era. Io decisi di far finta di non conoscerlo. Lui con indifferenza si avviò dal portiere e chiese la chiave. La hall dell’albergo era piena. Lui attraversò a testa alta, verso l’ascensore.”

Attorno ai tavoli i gruppi tendono ad essere un po' disciplinari. In quest’angolo ci sono i calcolatori, i teorici. C’è Garro, sempre con il suo aplomb, c’è Console, con il timido sorriso, c’è Gabutti che è diventato professore universitario a Matematica. “Garro, si ricorda sempre dei calcoli difficili tridimensionali delle strutture del reattore? E i transitori che non convergevano? Certo che se ci fossero stati allora i computer di adesso… E cosa fa ora? E’ in pensione?” “Si ma lavoro sempre. Dinamica delle strutture delle carrozzerie.” “E già, anche lei come tanti altri qui, dal nucleare all’auto. Ma dica la verità, si divertiva di più a fare i conti sul reattore?” Garro sorride, non risponde, misterioso come sempre.

Dove sono gli elettronici? Il dr. Pelli, il capo indiscusso della banda ci ha lasciato pochi giorni fa. Lo sapevate? Ma ecco un po' di rappresentanti dei servomeccanismi, dei sistemi di controllo dei reattori. Selvaggi, Migliorati… “Si ricorda di me? Anch’io ero del gruppo degli elettronici.” “La faccia si, me la ricordo, ma il nome, il nome.. aspetti...”

Verso il termine della serata, qualcuno deve fare discorso di chiusura. Poche frasi.

“Perché poche frasi?. Qui c’è da rifare con ordine tutta la storia dell’energia nucleare in Fiat. Che è anche un bel po' di storia patria, di una patria…perduta. Bando alle tristezze. 

Partiamo da corso Bramante. Era l’aprile del 1957 quando vi sbarcai io da Milano. Giovane ed inesperto, ma che pensava di saperla lunga. Mi accolse l’ing. Cesoni, successivamente meglio noto come Eurogiulio, per lo sviluppo dei progetti con la Commissione Europea. A lui V. aveva affidato l’incarico di introdurre la Fiat in un campo di sicuro avvenire, quello nucleare. E Cesoni non si fece pregare.

Aveva bisogno di giovani ingegni. Qualcuno lo aveva trovato tra i brillanti ingegneri della Scuola Allievi che avevano finito l’anno di soggiorno forzato a girare tra i reparti della Fiat, ad imparare come si faceva ad usare la lima, il battilastra, come scottava il cubilotto alle Ferriere. Qualche altro brillante giovane lo aveva trovato fuori, per esempio, a Milano, un fisico, e sapete di chi parlo. Un altro lo trovò in America, l’ing. Vallauri, un ingegnere elettronico che era con una borsa fullbright al MIT.

Visto che ho fatto dei nomi devo portarvi i saluti dell’ing. Cesoni. Ha compiuto ottant’anni tre anni fa. Sarebbe venuto questa sera da Milano, ma aveva qualche problema famigliare. Maurizio Vallauri è all’estero.

Torniamo a corso Bramante. Eravamo alloggiati sopra la filiale Fiat, dove forse oggi ci sono gli uffici di un grosso supermercato. Quattro o cinque stanze. Assai bene equipaggiate per dei giovani pieni di speranze. Una scrivania a testa, un telefono ogni due stanze. Però nel muro di divisione tra le due vi era una finestrella quadrata dove sedeva il telefono. Un avveniristico braccio allungabile permetteva di afferrarlo ed estenderlo in una stanza o nell’altra. D’altra parte, non avevamo molto da telefonare. Anzi, no. C’era qualcuno che alla mezza, prima di uscire, afferrava il telefono: “Lusia, buta la pasta che ’rivu”. 

Dovevamo cominciare a studiare i reattori nucleari, a guardare la documentazione presentata dalle Nazioni Unite alla grande Conferenza dell’Atomo per la Pace a Ginevra. Ragazzi, io a quella conferenza c’ero stato. Weinberg il direttore dei laboratori di Oak Ridge, l’avevo conosciuto, anzi avevo fatto un lavoretto per lui sui prodotti di fissione. E’ forse da lì che derivava la mia sicurezza di sapere come fare i reattori nucleari. Non per niente ero un ragazzo sveglio…

Gli Atti della Conferenza di Ginevra erano una ventina di grossi libri blu. Hai voglia di passare la giornata a studiarli a capirli. Vi venivano descritti i primi reattori a grafite, ad acqua in pressione. La prima centrale, quella di Shippingport. Sui sommergibili nucleari.. top secret. Ma noi, la Sezione Energia Nucleare, eravamo inquadrati nella Divisione Mare, che lavorava molto per la Marina Militare. Vuoi che attraverso di loro non riusciremo anche a capire come sono fatti i sommergibili nucleari? Anzi, a farne qualcuno con o senza l’aiuto degli americani? Eravamo giovani e pieni di idee. E poi avevamo anche il NOS…

Oltre alle scrivanie ed ai libri in corso Bramante avevamo anche un laboratorio. Un laboratorio nucleare. Beh, l’inizio di un laboratorio nucleare. C’era un contatore geiger, un analizzatore di spettro energetico a quattro canali.  Qualcuno s’era fatto prestare del materiale radioattivo. Forse era del radio avuto dai medici. Ed il geiger sparava.. prack .. prack.

Con l’analizzatore a quattro canali non si poteva veder molto. Qualcuno diceva che ne esistevano anche a venti canali. Ma ci sarebbe voluto più spazio. Già allora ci volevano due grossi racks per tenere insieme il nostro. E pensare che adesso si fa l’analisi degli spettri con un semplici PC portatile… Dovevamo fare calcoli, avevamo le nostre brave calcolatrici elettromeccaniche. Delle Mercedes. Gragra.. gragra…graaaa. Erano altri tempi, altre tecnologie.

Anche la Fiat era diversa da ora. Era la Fiat dei Cavalieri, dei Direttur de Sessiun e dei Direttur de Divisiun.  Anche se avevano settant’anni, V. li chiamava i miei ragazzi. Almeno così si diceva in giro. Erano uomini potenti. Davanti a loro tremava tutta…. Torino. Nessuno di noi conosceva l’ambiente Fiat. Neanche Cesoni che veniva dal Tessile. E come aggirarsi in quel mondo sconosciuto, fatto di nomi potenti? Mica sempre potevamo andare dal nostro Direttore di Divisione, l’ing. Fogagnolo, anche per piccole cose. Per fortuna c’era la signora Calleri. La segretaria di Cesoni, anzi la segretaria di tutti noi perché era l’unica. La signora Calleri conosceva bene la Fiat, era stata nella segreteria di uno dei più potenti Direttori. Contornata da tutti quei giovani scienziati (o potenzialmente tali), si commosse, li prese a ben volere ed usò tutte le sue conoscenze per farci strada in Fiat. Volevamo fare delle prove di saldatura sull’acciaio inossidabile, telefonava alla segretaria del cav. Allia, grande capo della saldatura scocche. Avevamo bisogno di una vettura per prendere degli ospiti americani, telefonava alla rimessa di Mirafiori…  

Corso Bramante era una prima provvisoria sistemazione. Intanto dovevamo crescere di numero. Intervistavamo ed assumevamo giovani ingegneri, fisici, matematici. Ma oltre allo spazio, alle brillanti intelligenze, cosa ci voleva per sviluppare sul serio l’energia nucleare. Ci volevano i neutroni. Ci voleva un reattore sperimentale.

Era un impegno grosso anche per un’azienda come la Fiat. In America li avevano solo i laboratori nazionali. In Italia non potevamo aspettare che lo costruisse il CNEN. Campa cavallo. Così Cesoni convinse la M. a farne uno insieme. La M., come industria chimica, vedeva le brillanti implicazioni industriali legate alla lavorazione dei combustibili nucleari. La Fiat era complementare, perché era interessata alla meccanica. Strategia chiara e semplice. Detto, fatto, ecco formata una società fifty–fifty, la S.. Costruirà e gestirà un reattore di prova, un reattore a piscina che sarà a disposizione di Fiat e M. per i rispettivi esperimenti.

Ci affidiamo per la costruzione alla AMF americana, che n’aveva già costruiti altri. Ma non vogliamo fotocopie. Vogliamo progettarla assieme, definendo bene cosa ne vogliamo fare, quali speciali caratteristiche debba avere. Vi ricordate la famosa finestra che doveva guardare direttamente sul nocciolo del reattore? Un bel buco quadrato di un paio di metri di lato. I fiotti di neutroni che ne uscivano avrebbero irraggiato componenti dei reattori, pompe, valvole. Volevamo essere sicuri che avrebbero funzionato anche sotto irraggiamento. Che ne sapevamo noi di quello che sarebbe successo ai lubrificanti? Le nostre giovani menti si erano spremute per bene, e ne era uscita quell’idea. Una cosa del tutto nuova. E che diede parecchi grattacapi per le variazioni di progetto. Ma è così che s’impara..

Un gruppo di noi attraversa l’oceano e sbarca a Greenwhich, Connecticut. Posto famoso, più che per essere la sede della AMF, per le ricche multi-vedove di facoltosi mariti defunti che là trascorrevano le loro ultime primavere. L’albergo in cui ero io ne pullulava. Età sopra i settanta, ma tanta voglia di vivere. Vestite di voile e di chiffon, scarpette da tennis, cappello di paglia. Facevo ingelosire la giovane moglie che mi aspettava in Italia, descrivendo quella popolazione, trascurando tuttavia il dettaglio dell’età.

Mentre procedeva la costruzione del reattore di Saluggia, cui d’altra parte era preposta la S., noi alla Sezione Nucleare dovevamo pensare a come fare le centrali nucleari.

Intanto avevamo anche bisogno di uno spazio nostro. Ed ecco costruita una sede grande e dignitosa in corso Settembrini, la sede della Sezione Energia Nucleare. Là ci installammo. Là c’era posto per laboratori, capannone per prove di grandi componenti, officina. Insomma, per quei tempi, cose in grande. D’altra parte, eravamo cresciuti di numero, e le idee erano grandi.

Per quanto giovani incoscienti, tuttavia non potevamo pensare di fare da soli. Ci voleva una licenza con una ditta Usa coinvolta nel programma governativo americano. Westinghouse o General Electric? La Divisione Mare, dove eravamo inquadrati, aveva già una grossa collaborazione di licenza con la Westinghouse per le turbine a gas.

Fatto l’accordo, eccoci di nuovo in America, stavolta a Pittsburgh. E molti di voi qui se lo ricorderanno, molti ci sono stati. Eravamo là per imparare, e soprattutto, per raccogliere le informazioni che la Westinghouse era tenuta a darci per via della licenza. Noi eravamo famelici, volevamo tutto, rapporti, disegni, schemi di calcolo. La Westinghouse era un po' restia e ci aveva messo come scudo un signore dai capelli grigi. Lo ricordate? Ray Stoker. 

Quante discussioni, quante lotte. Rapporti scritti a casa, incontri con il simpatico dr. Shoup il direttore dell’Atomic Power Department della Westinghouse.  Per battere i pugni sul tavolo era importante la padronanza della lingua e noi … Io dicevo a Stoker: I will make a relation per dire che avrei scritto un rapporto in Fiat. La versione inglese del mio pensiero suonava vagamente sessuale. Ma ancor più diretta fu l’allusione sessuale quando scrissi, per dire durante l’incontro con il dr. Shoupp … During the intercourse Rise tuta la Westinghouse all’idea che tra me e Shoppy, nomignolo che gli avevano appioppato i suoi dipendenti, ci fosse stato un intercourse. Ora non farebbe più scandalo, dopo Monica.

 Malgrado qualche difficoltà con la lingua ce la siamo sempre cavata. Se la cavò anche l’ing. Lerda, quando sbarcò a Pittsburgh. Lui l’inglese lo leggeva benissimo. Non aveva mai provato a parlarlo, ma che differenza fa? Chiese a qualcuno informazioni. Ma dov’era sbarcato? In Cina? Oppure erano discendenti degl’indiani che parlavano la loro lingua? Nè lui capì una parola, né loro. Per fortuna vide un prete. Si avvicinò e l’apostrofò in latino: “Ego sum italianus. Scire ubi esse Westinghouse?” Capì benissimo. Si misero a chiacchierare in latino e finalmente Lerda fu messo sulla buona strada per venire da noi.

Io passai un anno a Pittsurgh. Stavolta con la moglie. Altri erano scapoli. Poldo addirittura si sposò per procura. Non poteva perdere tempo a tornare in Italia per sposarsi. Lo conoscete tutti bene. Trovammo un gruppo di appartamenti nella stessa casa. La padrona di casa, una vecchia signora sola, si convinse guardandomi che si poteva fidare: “You look reliable and substantial.”  Non ho mai capito se il substantial si riferiva alle mie sostanze od alla mia corporatura. Il posto si chiamava Squirrel Hill, una specie di ghetto per ebrei ricchi. La signora era gentile. Aveva però un difetto, che avendo affittato tutti gli appartamenti, incluso il suo, non aveva più un frigorifero. Così di nascosto usava quello di Dido, che viveva da solo. Nello scompartimento del freezer mise un giorno degli scampi che Dido non vide. Dovendosi lui assentare per qualche giorno, siccome a quanto ricordo era di origine genovese, spense il frigo. Per sicurezza naturalmente. Dopo una settimana un odore nauseabondo si sparse per la casa.

Per andare a lavorare in Westinghouse ci voleva una macchina. Così io comperai una Mercury del ’51 (eravamo nel ’58). Bella macchina, pagata 150 dollari. L’unico problema era che si poteva entrare solo dalla parte del guidatore. L’altra porta infatti aveva ricevuto un colpo e non si apriva. Con quel trabiccolo feci un giorno la traversata dell’America – 15 ore di viaggio senza fermarmi - fino nel Tennissee per andare a trovare Weinberg, il direttore del Laboratorio di Oak Ridge, quello che avevo conosciuto a Ginevra. Ho ancora una bella foto con lui, mentre guardiamo il nocciolo di un reattore dall’alto della piscina. Devo riconoscere che gli americani ti prendono sul serio anche se sei un ragazzino.         

Poi siamo tornati in Italia. Armati della licenza Westinghouse e di tanta buona voglia volevamo fare le centrali nucleari. Ma per farle bisognava venderle. Eccoci allora improvvisati venditori di centrali.  Fare un’offerta per una centrale da 1000 MW non è cosa facile. Bisogna leggere le specifiche, preparare disegni, adattare le informazioni che ci venivano dalla Westinghouse. Mesi di lavoro. Le prime offerte le abbiamo fatte assieme agli americani. Mi ricordo le convulse riunioni a Ginevra alla sede della W. International per preparare in tempo le copie dell’offerta. Potevate vedere presidente, vice presidente, direttore, dirigenti affannati un sabato ed una domenica a fare copie, a distribuirle su un tavolone, a fare collating, cioè a mettere assieme i vari fogli e disegni per fare i volumoni della proposta che dovevano essere presentati il lunedì. E già, anche di queste quisquilie è fatta la conquista faticosa dell’energia nucleare. Purtroppo allora non c’erano i potenti mezzi riproduttivi attuali.

Visto come si faceva a fare un’offerta, incominciammo a fare propaganda anche da soli per vendere in Europa le centrali. Il gigante buono, Giuliano Di Stefano il vice di Fogagnolo, organizzò una presentazione ad Atene. Ricordo vagamente quella specie di anfiteatro pieno di gente dove un gruppo di noi presentava le meraviglie nucleari. Ma ricordo meglio una cena sontuosa al club nautico al Pireneo. Non sono mai riuscito a sapere che verdura fosse quella che mi sembra si chiamasse mania, una via di mezzo tra lo zucchino ed il peperone.

A Madrid, c’era ancora Franco e noi abbiamo presentato, grazie al supporto di Fiat Hispania, all’università di Madrid le nostre capacità di fornitori di centrali. Mi ricordo ancora quando, in perfetto castigliano (avevo in fretta e furia letto le regole principali per la pronuncia), dicevo, dopo aver fatto vedere una diapositiva “Lux, por favor”. E la luce fu. Chissà perché, ma anche di quell’impresa ricordo soprattutto un cocktail così stiloso e pieno di roba buona da mangiare che mai ne ho visto di simili.

Poi è venuta l’occasione Enel. Abbiano avuto a Torino un gruppo di Architect Engineer americano per mesi a preparare con noi l’offerta. Poiché in via Settembrini non c’era posto, ci siamo messi con loro in un angolo della palazzina al Lingotto. Vedete la forza del nucleare. Ora quella palazzina è diventata la sede dello stato maggiore Fiat.
Ricordo che ricorreva il Thanks giving day. Poveri americani lontani da casa e senza tacchino. Così ci demmo da fare. Trovai un tacchino da 10 chili. Ingaggiammo tutte le mogli degli italiani del gruppo a preparare un piatto speciale. Ognuna di loro fece delle meraviglie. Rucci poi volle aggiungere un intero prosciutto di montagna. Avete mai provato a tagliare con un coltello un prosciutto intero? La riunione avvenne nella mia cantina. Serata memorabile. Qualcuno di voi se lo ricorderà. Per cuocere il tacchino ci vollero cinque ore. La stufa di mia moglie non si è più ripresa da quello sforzo.  

Fare le centrali era bene. Però il difficile era trovare il cliente. Comunque ci voleva tempo e pazienza. E poi era pur sempre costruire roba disegnata da altri. Volevamo fare qualcosa di nostro. E così il gigante buono mise di mezzo la nostra Marina. Qualche generale del Genio Navale picchiò un pugno sul tavolo. “Vogliamo dei sottomarini nucleari. Se per varie ragioni non si può cominciare da lì, facciamo allora una nave appoggio.” E così iniziò la nostra grande avventura, un reattore nucleare tutto nostro. Ragazzi, ci mettemmo d’impegno. Ma chi pagava? A fine anno nel fare il budget iscrivevamo una cifra a credito per memoria, da esigere nel futuro. Ed ogni anno la cifra cresceva, finché dopo qualche anno la cifra diventò così grossa ed il credito così poco esigibile che qualcuno se ne accorse e tutto si fermò. Peccato. Però ne abbiamo fatto di lavoro. E intrecciato con quello, abbiamo lavorato assieme alla grande Siemens per fare l’offerta della nave nucleare tedesca Otto Hahn. Peccato non aver vinto la gara. Anche per via di quelle grandi cene a base di enormi carpe fritte annaffiate di vino di Franconia ad Erlangen.

Devo fermarmi qui, perché io poi ho cambiato strada. Ma molti di voi hanno proseguito caparbiamente. Poi c’è stato Chernobil, poi c’è stato il referendum che ha dato pollice verso. Meno male, dirà qualcuno, non in questa sala, ma in giro. Meno male un c…. Scusate, ma quando ci vuole. Se volete posso usare un’espressione francese, visto che là le centrali nucleari continuano a generare chilowattora che poi noi importiamo. E’ stata una connerie. All’italiana appunto. Esperienze, capacità fatiche sogni, tutto gettato al vento.

Ragazzi, vorrei dire a conclusione. Non abbiamo alla fine combinato niente, ma l’abbiamo fatto molto seriamente.” 

Applausi.