Mi svegliai in preda a tremori incontrollabili,
brividi violenti. Era buio, faceva un freddo intensissimo, e
nella stanza c'erano solo i pochi riflessi dei neon della strada.
Faticavo a capire dov'ero, in che posizione ero messo. Sentivo
rimbombarmi nella testa il segnale di "occupato" del
telefono; in effetti, c'era la cornetta caduta per terra, eppure
anche dopo averla messa a posto continuavo a sentirne il suono
nell'aria: continuo, ossessivo, penetrante... sentivo la nausea,
il terrore della pazzia... sconvolto da un'angosciosa agitazione
elettrica tutt'intorno a me, gettai le mani a cercare l'interruttore
della mia lampada da letto ma, appena accesa, la lampadina si
fulminò scagliando ovunque un turbinare furibondo di fantasmi
fischianti, stridenti, spettri fatti di schegge velocissime di
pensiero... poi riuscii a calmarmi.
Chiamai il numero dell'orologio
telefonico. Capii d'un colpo che di lì a due ore avrei
dovuto prendere il treno per Parigi. Corsi alla valigia; il violoncello
era già pronto in custodia. Non so come, ma arrivai in
tempo alla stazione. Il mattino dopo ero alla Gare de Lyon,
dopo una notte di sonno profondo e ristoratore.
Ma angosciato da dubbi e domande...
andai all'appartamento che mi avevano riservato: quarto piano
del numero 10, in Avenue Ledru Rollin, a due passi dalla
"Gare"; lo raggiunsi camminando in un freddo
incredibile; era impossibile trovare un posto libero in albergo
a qualsiasi condizione e in qualsiasi parte di Parigi, e questo
mini appartamento molto grazioso, pieno di ninnoli e libri di
ogni tipo, era di proprietà di uno degli organizzatori
del mio concerto: l'ultimo concerto del millennio; avrei abitato
il suo pied à terre parigino, per le sue serate
mondane o le sue "festicciole", disponibile solo perché
lui avrebbe dormito da una sua nuova amica.
Disfai la valigia; il frac era in
uno stato indecente, e mi sentivo vergognoso del mio disordine:
probabilmente non sarei riuscito a trovare nessuno per farmelo
lavare e stirare in tempo per la mia serata. ...E le mie musiche
non c'erano! Le avevo dimenticate!!
Dio! gli orecchi mi esplodevano!
Com'era possibile? Dovevo suonare le prime tre Sonate di Alfredo
Piatti!... le eseguivo a memoria, è vero, ma dovevo rileggerle
prima, sapere che lo spartito era là a mia disposizione,
e la memoria è una cosa che bisogna poter ingannare con
delle sicurezze artificiose, altrimenti non funziona, non risponde
agli appelli, si nasconde, scompare, ti abbandona!
Aprii subito la busta che avevo
ritirato in portineria con le chiavi: il biglietto mi informava
che la prima prova era fissata per quel giorno, alle ore quindici,
in una casa privata. Chiamai immediatamente quel numero di telefono,
e rispose il mio pianista.
«Sì, è una cosa
antipatica, ma càpita... non ti basta il fatto che io
possa fotocopiarti la partitura del pianoforte?»
«Fallo subito, trovami della
carta da musica, molta, prendimi dieci, quindici quinterni di
fogli a quattordici pentagrammi, e io vengo adesso, immediatamente:
prendo un taxi!»
Arrivai dopo mezz'ora, e tutto era
lì, pronto; cominciai a copiare una parte separata del
violoncello, per potermela mettere sul leggio; alle tre del pomeriggio
ancora non avevo mangiato, ed ero verso la conclusione della
Prima Sonata. Misi nello stomaco una mela e cominciammo le prove.
Sforzavo la mia mente alla tranquillità,
per usare al meglio la mia memoria, e le note uscivano dalle
mie mani con serenità, danzando tutta la loro bellezza...
mi sembrava guarissero, togliessero ogni malattia dal mio corpo,
dalla mia anima, cancellassero ogni ricordo sgradito, mi raggiungessero
col perdono, con la pace, con la vittoria definitiva sul male.
Dopo un'ora, il pianista mi chiese
se "veramente" volevo provare ancora.
«Claudio, è tutto perfetto.
Perché dovremmo andare avanti a provare? Vuoi cambiare
qualche cosa? Rischiamo solo che ci venga a noia questa musica,
a furia di ripeterla e ripeterla... per adesso ha ancora una
sua freschezza, un non so che di inaspettato nelle sue frasi,
che la rende bellissima; ma se continuiamo a farla e rifarla...
diventerà un'ossessione insopportabile!»
«È un rischio da corrersi
sempre, in musica come in qualsiasi altro rituale... Mezz'ora
di pausa e poi ricominciamo, grazie.»
E tornai a copiare: per tre giorni
copiai e ricopiai e provai col quel povero pianista, che voleva
solo andare a spasso per la Parigi di fine millennio... quando
non copiavo o provavo, studiavo da solo al violoncello, e quando
non studiavo, dormivo, o mangiavo silenziosamente in un ristorante
lì sotto, oppure davanti alla Gare de Lyon; sempre le
stesse cose: sogliola al burro e insalata verde, bevendo una
bottiglia di acqua minerale e il caffé amaro alla fine.
La sera del trenta dicembre eseguii
le tre Sonate a memoria, con un discreto successo, di fronte
a un pubblico che pensava solo al divertimento sommo di quelle
ultime giornate del millenovecento. Finalmente, dopo le stupidaggini
del dopo-concerto, i saluti, i complimenti, la busta con i soldi,
gli abbracci commossi, i vari «ma cosa fai a Capodanno?»,
tornai all'appartamento, e mi preparai all'incontro con Ahasvero.
|