La Civiltà Contro l'Uomo
La nostra storia vista prendendo Darwin sul serio
di Michele Vignodelli



Il Cielo e la Terra

Il Cielo e la Terra

   La dissociazione paranoide del nostro stato traumatizzato è insita fin nelle radici più profonde della nostra cultura, perfino in un concetto apparentemente del tutto neutro e “oggettivo” come quello di tempo. Ognuno di noi ha nella mente l'immagine del tempo come una linea su cui scorre il presente, simile a una freccia, che parte dal caos informe della Creazione e si compie nella Rivelazione finale dell'estremo futuro. L'artificiosa separazione del soggetto dal mondo distingue il tempo come uno sfondo definito e riconoscibile, un “fenomeno” che l'uomo subisce come un limite esterno, ostile e opprimente, identificato nel movimento meccanico degli orologi. Così si ha la percezione del divenire come una asettica e oggettiva “freccia” di fronte a cui noi non siamo che microscopiche ed effimere nullità, travolte e schiacciate dall'implacabile e “rapida” marcia verso la sua meta nell'estremo Futuro, segnata dalle lancette sui quadranti.
   Per non sparire in un istante dobbiamo quindi diventare parte del Futuro che ci trascende, attraverso un continuo lavoro su noi stessi per trasformarci in esseri avanzati, moderni, superiori. La stessa idea lineare del tempo non è altro che la pura espressione cronologica dell'utopia e della conseguente gerarchia: la Verità è nell'avvenire; vi sono uomini più avanti degli altri, dei profeti che già la intravedono; a loro tutti gli altri devono obbedienza, per essere guidati verso la Luce. “I giovani hanno sempre ragione” diceva J. Goebbels, uno che di gerarchia se ne intendeva.
   Ma oggi sappiamo che quest'idea di tempo è falsa. Essa raggiunse la sua massima espressione teorica con Newton, agli albori dell'era industriale, e cominciò a scricchiolare solo con Einstein. Da alcuni anni la scoperta della piena concordanza tra relatività speciale e correlazione quantistica a distanza l'ha definitivamente sepolta. Era solo un mito. Il divenire è indissolubilmente legato all'attività del nostro cervello, non è un fatto empirico, oggettivo e distinto come hanno continuato a credere alcuni fisici fino a pochi anni fa: anche se possiamo immaginare di rallentarlo, o rovesciarlo, come in un film proiettato al rallentatore o al contrario, subirebbero la stessa sorte anche i nostri processi mentali e la formazione della memoria, così che il mondo ci apparirebbe esattamente come ci appare, con il tempo che “scorre rapido verso il futuro”. Tutte le classiche teorie sul vissuto soggettivo della velocità del tempo, di carattere psicologico o filosofico, condividono lo stesso assunto fondamentale, ben nascosto e del tutto ingiustificato: che esista un flusso oggettivo del divenire, di cui la nostra mente valuta, più o meno correttamente, la velocità. Ma è falso: la freccia del divenire non esiste nella realtà fisica, è una rappresentazione, una “invenzione” della nostra mente.
   La nostra cultura è totalmente impreparata a questa rivoluzione. Se ci rivolgiamo a un antichissimo passato, le cose cambiano. In origine l'idea di tempo non era affatto lineare: non era una “freccia” che puntava da qualche parte. Non mi riferisco al tempo ciclico del mondo greco e dell'India, che comunque possiede un evidente sviluppo lineare assimilabile a quello ebraico-cristiano: età dell'oro, decadenza, fine apocalittica e ritorno di una rinnovata età dell'oro, con l'unica differenza che l'“apocatastasi” finale può essere l'inizio di un nuovo ciclo, ma potrebbe essere anche il compimento definitivo in una “liberazione” dalla prigione corporea. Penso invece all'incantato mondo ancestrale, privo di ogni alienazione cronologica, in cui l'uomo non è lacerato tra la perduta età dell'oro e l'apocalisse-paradiso, in cui non ha l'angosciante sensazione della nullità del suo tempo (e quindi del suo essere) nel grande cammino della Storia verso la Verità finale.
   Le popolazioni primarie non vivevano di memorie, non erano ossessionate dai compleanni e dal conteggio della loro età. Per quanto riguarda il futuro, avevano scarso interesse a controllare quello che ancora non esiste. Essi vivevano uniti, istante per istante, con il flusso della vita attorno a loro. Avevano consapevolezza delle stagioni, ma questo non costituiva una percezione alienata del tempo come un'entità oggettiva e separata che corre verso la morte o la Salvezza, derubandoli del piacere di vivere. La sede più propria del presente era il presente stesso, eravamo noi. Non c'era nulla di superlativo o di terribile da aspettare con ansia, consumando la vita in una spietata rincorsa del Domani, nell'inseguimento di infiniti sogni e progetti. Non esisteva l'angoscia del presente che corre verso la morte, verso l'estremo futuro. Non esistevano nemmeno i calendari, strumento fondamentale di dominio e di indottrinamento utopico, attraverso l'illusione numerica della “crescita”, come rappresentazione immediata di un percorso a tappe forzate verso la Pienezza, la Verità trascendente, da compiersi attraverso ritmi e scadenze a cui obbedire rigorosamente. Il tempo non era scandito da alcun tamburo che il ritmo dei nostri sentimenti e della natura, in una reciproca, totale, mistica appartenenza.
   Una interessante ricerca dell'antropologo R.J.Thornton sul concetto di tempo tra i popoli primitivi ha rivelato l'assenza di una vera cronologia lungo la quale gli eventi possano essere disposti in ordine storico. Gli avvenimenti non vengono messi in relazione secondo la loro sequenza, ma per la loro maggiore o minore vicinanza nello spazio; siccome i luoghi sono fissi l'uno rispetto all'altro, viene a mancare una direzione di cambiamento temporale. Le lingue sono “atemporali”, espressione di un vissuto del tempo come eterno presente, non come il “divenire” tipico delle lingue indoeuropee. Questa spazializzazione del tempo ha una singolare (ma certo non casuale) somiglianza con quella rivelataci dalla fisica durante l'ultimo secolo: è questo il modo più profondo con cui il nostro cervello tratta le correlazioni cronologiche, a cui si è successivamente sovrapposta l'ideologia spuria di un tempo reificato, vettoriale, separato dallo spazio, dalle cose e dalle persone. Non dobbiamo dimenticarci che la realtà fisica è in ultima analisi una costruzione della mente.
   L'immagine reificata del tempo, in cui la freccia del presente punta verso una grande Meta finale, è connaturata alla nascita di organizzazioni di tipo statale e alla pianificazione di grandi progetti, che portarono alla sviluppo dei calendari, e, più in generale, al controllo capillare dei comportamenti individuali; essi vengono rigidamente organizzati e orientati verso mete utopiche che trascendono l'esistenza del singolo, che comincia così ad apparire insopportabilmente “breve” e “insignificante”. Questa idea viene poi ulteriormente rafforzata dall'osservazione del lento e inesorabile declino di tutte le grandi costruzioni, compresi gli stessi campi coltivati, di cui già Platone osservava tristemente la progressiva erosione e la trasformazione in squallidi calanchi. Scrive il poeta latino Lucrezio nel De rerum natura: “Non vedi tu come le pietre stesse siano sottoposte a corrosione dal tempo? Non vedi come le eccelse torri si sgretolino e si riducano in polvere? Non vedi come i sacri templi e le statue degli dei cedano anch'essi sopraffatti dagli anni?…”.
   L'idea di un grande ciclo che approda a una perfezione simile a quella iniziale, in modo simile a un orologio che si scarica e viene ricaricato, è l'espressione di una concreta esperienza storica: gli studi archeologici sull'antica Grecia hanno rivelato vari cicli di crescita delle popolazioni alternati a crolli demografici, prodotti dall'inevitabile collasso ecologico delle società agricole chiuse. Cicli analoghi si ritrovano in Mesopotamia e in Egitto. La loro idealizzazione in un percorso (lineare) verso l'alto è un modo per affrontare la pena insostenibile del tempo che passa e consuma. I cicli potranno approdare a stati sempre più perfetti, fino a quando l'abisso tra umano e divino sarà definitivamente colmato. Tutto questo processo appare però in gran parte indipendente dall'azione umana, e non genera certo un contagioso entusiasmo nel Progresso come quello che oggi fa volare le borse.
   Gli ebrei, schiavi e nomadi nel deserto, non erano oppressi dal senso della fine, perché non avevano nulla che potesse essere consumato: per loro il futuro era solo carico di promesse, intraviste nell'opulenza dei ricchi egiziani e caldei. Adottarono il calendario dalle civiltà circostanti, e con esso una solida idea di linearità cronologica, che assumeva però i connotati di un rapido e inevitabile progresso verso la perfezione del Regno. In seguito, divenuti sedentari e urbanizzati, questa visione del tempo si mantenne, fino a fissarsi definitivamente, a causa della perenne impossibilità di mantenere una effettiva autonomia politica, di costruire grandi infrastrutture e una adeguata potenza militare; le continue invasioni da parte di nazioni confinanti rinnovavano l'esperienza dell'Esodo e della Terra eternamente promessa. Il Regno futuro trasfigura nella prima grande utopia della storia. Vista da qui, appare come l'invenzione di un'esca ideologica estremamente accattivante e utilissima al sistema parassitario della cultura tecnologica, che allora stava muovendo i primi passi. Abbiamo visto come ci ha guidato, attraverso sofferenze e mostruosità inenarrabili, ad accompagnare la civiltà nel suo sviluppo a sistema di totale asservimento planetario.
   L'utopia futura, eterna produttrice di incubi e di coercizione presente, è insita nell'idea stessa di calendario, per la semplice ragione che duemila è “più grande” di mille: anche se in realtà non c'è nessun “Duemila”, è solo una stupida illusione incrementale a cui abbiamo abboccato, come a tutte le altre seduzioni ipertrofiche da cui siamo accecati. La cultura ebraica non ha fatto altro che liberarne il potenziale dalla zavorra inerte delle piramidi, dei canali e dei templi, identificandosi solo con un libro, con delle leggi, con delle promesse, cioè agile e vivo software che, invece di consumarsi, condannando a un inesorabile declino, cresce continuamente. “Il sacro ebraico è pochissimo legato alle cose… è, per così dire, mobile e fluido come il tempo, non ha la struttura compatta e rigida del sacro comune alle altre grandi tradizioni religiose dell'umanità” (S. Quinzio). Incorporando questa mobilità e proiezione nel futuro, il leviatano tecnologico poteva liberare tutto il suo potenziale predatorio.

   L'addestramento alla schiavitù cronologica è una parte essenziale dell'educazione scolastica: da essa apprendiamo di essere inguaribilmente pigri e ritardatari, anche se prima non ce ne eravamo mai accorti.
   Siamo diventati prigionieri degli orologi e delle campane, che torreggiano sulle città a ricordarci ogni ora la nostra schiavitù verso il domani, attraverso i suoi profeti. Come una droga, il ritmo inflessibile degli orologi e delle ricorrenze vorrebbe lenire l'angoscia e la paura, mentre in realtà le rinnova e le approfondisce. Nel monastero, microcosmo della perfetta umanità in cammino verso la morte, in cui a un'ora precisa di ogni giorno si doveva scavare la propria tomba, questa schiavitù era così assoluta da espropriare l'identità stessa.
   La Regola di San Benedetto era una guida che specificava quando bisognava fare il bagno, lavarsi i capelli, cambiare i materassi e tutte le innumerevoli consuetudini quotidiane, sacre e profane: “Da Pasqua a Pentecoste i fratelli pranzeranno alla sesta ora e ceneranno a notte. Dalla Pentecoste per tutta l'estate i monaci devono digiunare fino alla nona ora di mercoledì e venerdì… Dal 14 settembre fino a Quaresima il pranzo sarà alla nona ora. Da Pasqua a ottobre i fratelli faranno lavoro manuale dalla prima fino alla quarta ora. Da allora fino alla sesta devono leggere. Dopo pranzo riposeranno a letto in silenzio… All'udire del segnale del Divino Ufficio, qualsiasi lavoro deve cessare immediatamente. Ogni monaco si deve affrettare… ogni cosa deve essere fatta alle ore designate… La pigrizia è nemica dell'anima…”. Col passare del tempo, le ore canoniche finirono per regolare non solo il monastero benedettino, ma tutti i monasteri, e poi la vita stessa del contado. Dalle più grandi campane dei campanili alle più piccole, tutte facevano risuonare i loro rintocchi, contribuendo a diffondere i valori e gli orari dei monaci. La pianificazione rigida della giornata, che corrispondeva alla credenza in universo con un ben preciso svolgimento temporale, creò un ritmo collettivo e promosse la razionalizzazione tecnocratica della vita. L'importanza della pianificazione e della misurazione del tempo giunse a piena realizzazione con il rigorismo protestante, che arrivò infine a sfociare nel taylorismo di Tempi moderni e nella implacabile programmazione computerizzata del “just in time”. Oggi siamo tormentati da orari, scadenze e agende elettroniche che ci manovrano come in un videogioco, come campanelli di Pavlov al lavoro schiavistico per la luminosa gloria del Progresso.
   I celebri Esercizi spirituali di sant'Ignazio di Loyola sono un manuale di minuziose regole che stabiliscono durata, luogo, ora, modalità, frequenza, posizione del corpo, maniera di ritmare le parole sul respiro: un'aritmetica dell'anima, maniacale e ripetitiva. La vita intera organizzata come sindrome ossessivo-compulsiva, per arrivare a “ritenere sempre che quello che vediamo bianco sia nero, se lo dice la Chiesa gerarchica”.
   In tutte queste minuziose prescrizioni monastiche, con la loro micragnosa pignoleria senz'anima, cresce lo spirito meccanicistico della nascente scienza riduzionista, che si ritrova nella teologia di Tommaso d'Aquino, con la sua rigorosa meccanica escatologica, e trova uno slancio definitivo nel francescanesimo di Occam, Ruggero Bacone, Grossatesta, Lullo, tutto orientato verso il possesso tecnologico del mondo. Lo sviluppo del “moderno” si compie nel laboratorio monastico, dove si alimenta nella netta separazione dai ritmi della corporeità e della natura, che anima una affannosa attività ideologica per imporre al caos del mondo l'ordine perfetto del chiostro. La natura è infatti un caotico mostro tentatore da cui bisogna faticosamente separarsi, per poterlo poi sezionare col freddo bisturi dell'analisi. Tutto questo non è che la premessa dei sistemi produttivi in cui l'uomo è incasellato e plasmato in un ruolo totalizzante, scandito da tempi rigidi e disumani, fino a diventare un semplice prolungamento delle macchine, e al loro odierno dominio totale. La profonda sintonia tra lo spirito del meccanicismo scientistico e cristianesimo si osserva anche oggi, ad esempio nella ricerca di precise e aritmetiche metodiche “naturali” (!) per il controllo delle nascite.

   Adesso finalmente sappiamo che tutto eternamente è, compresa la nostra vita. La sua durata limitata non è che la naturale scansione dell'esistenza, che dà a ogni età e a tutto quello che facciamo il suo tono e il suo senso specifico; tanto più che ognuno di noi è in effetti immortale, in un senso profondo che non ha nulla a che fare con una insulsa eternità cronologica. La distorta dissociazione riduzionistica del tempo nella impersonale oggettività dei calendari ci ha fatto dimenticare la sua profonda, irriducibile identità con la vita soggettiva (la spersonalizzazione riduzionistica è un aspetto dell'addomesticamento da parte della “civiltà”, in cui l'abisso della mente viene ridotto a un semplice corpo, accidentale ed effimero). Il presente è una realtà puramente mentale, come i colori: ecco allora spiegato il “fatto”, altrimenti inesplicabile, che il presente si trovi proprio qui, tra la nostra nascita e la nostra morte, invece che nei tempi abissali che seguono e precedono la nostra esistenza: non è certo un “caso” ridicolmente improbabile, ma una necessità assoluta e imprescindibile. Potrebbe forse trovarsi prima della nostra nascita? È una cosa che si può dire, ma che è chiaramente priva di senso. Il presente, che è esclusivamente soggettivo, deve trovarsi dopo la nostra nascita, e per la stessa ragione deve trovarsi prima della fine, che deve esserci, per dare a ogni momento della vita lo spessore che gli è proprio.
   Non solo, ma anche volendo ipotizzare ad ogni costo una “vita oltre la vita” illimitata, le probabilità che il presente si trovi, come si trova, in questo “prologo” terreno sarebbero ovviamente uguali a zero. Supponete di avere di fronte a voi due enormi vasi identici, di cui sapete che uno contiene dieci palline numerate, e l'altro un milione. Per sapere quale sia dei due potete estrarre soltanto una pallina. Se la pallina risultasse, ad esempio, la numero sette, allora sareste praticamente certi che quello è il vaso con dieci palline: le probabilità che fosse l'altro sarebbero meno di dieci su un milione. Se sapeste che il secondo vaso contiene infinite palline, ne sareste assolutamente certi, dato che le probabilità diventerebbero zero. L'esistenza di momenti e di eventi, che costituiscono la vita, implica un passato definito, che gli dà spessore. Più il passato o il futuro si allungano, più il presente diventa inconsistente, insignificante, incolore. Se sono infiniti, sparisce del tutto.

   Gli animali, che non sanno di dover morire, non muoiono mai. È stupefacente che una affermazione tanto ovvia suoni così paradossale e rivoluzionaria, testimonianza tangibile del profondo, sistematico e invisibile lavoro di negazione della irriducibile divinità della mente, a vantaggio dell'indottrinamento all'assoluta verità “trascendente” dei calendari, per fare di noi i loro effimeri schiavi insignificanti, sostituibili marionette di fronte alla divinità delle mete “oggettive” nell'estremo Futuro.
   Banalizzare la morte come hanno fatto le ideologie salvazioniste, riducendola a semplice porta verso una vita diversa e ovviamente migliore, ignorandone il profondo significato nell'economia dell'essere, è stata una risposta utopica a un'esistenza resa miserevole e alienata dalla seduzione di altre utopie, e ha generato ulteriore miseria e alienazione. Il desiderio di vivere addirittura all'infinito è l'espressione di una immensa avidità, la stessa che ci domina in ogni altra dimensione, dimentica del fatto che l'essere soggetto, sensibile e reattivo nei confronti del mondo immenso che ci circonda, implica una estrema piccolezza, una forte localizzazione nello spazio e nel tempo.
   La credenza in una vita meravigliosa dopo la morte non solo non libera dall'angoscia di una vita alienata e opprimente, ma la amplifica nella allucinante attesa di venire ulteriormente disumanizzati, alienati da tutti i limiti che ci definiscono come persone. L'alienazione è, infatti, precisamente il rifiuto della nostra condizione di indispensabile finitezza, che, comunque, comporta l'eterna, assoluta inattualità della morte personale.
   Ciò che ci angoscia tanto, quindi, non è certo l'innocua sorella morte: è la morte in vita, la possibilità incombente di una devastante solitudine interiore, il tradimento quasi inevitabile della nostra più intima e completa vocazione umana. Il pretesto di un Paradiso “fuori” della nostra esistenza è uno dei modi con cui siamo tenuti a questa catena. I nostri antenati, nella loro totale identificazione simbiotica con il mondo e con gli altri, non conoscevano questa devastante paura di vivere, di “fallire”, e quindi non avevano nessuna paura della morte, come gli animali e i bambini.
   Il tono dinamico dell'affettività umana è stato costruito dall'evoluzione per dipanarsi su un arco di circa settant'anni, come quello di un orso su trenta e di una volpe su dieci. Questa evidenza era intuitivamente ben presente alle popolazioni primarie, non ancora alienate dal trauma della civilizzazione. In seguito, la lacerante separazione dalla nostra più autentica e piena vocazione umana creò uno stato cronico di intima insoddisfazione, un profondo malessere esistenziale che fece sentire la vita come una gabbia angusta e opprimente, in cui il tempo reificato dai calendari non fluiva più in totale sintonia con il ritmo naturale dei sentimenti e delle passioni. Da questa gabbia non restava quindi che una sola possibile “uscita”.
   Se avessimo l'esistenza pienamente umana per cui siamo fatti (e non ce ne può essere una migliore di quella che è lo specchio del nostro cuore e della nostra mente) questa aspettativa improbabile non avrebbe alcuna particolare attrattiva. Infatti le società pre-assiali non la conoscevano: la generalizzata credenza in una temporanea sopravvivenza spirituale era semplicemente l'espressione saggia e naturale del fatto che una persona non è solo un singolo corpo, ma un'entità sociale, così che un incidente mortale alla sua sede fisica non può certo cancellarla d'un colpo: i defunti sopravvivono realmente nella mente dei loro parenti e amici, rivelandosi nel sogno, che il nostro arido riduzionismo ha rigettato come futili “illusioni” senza realtà, ridotta a quella “oggettiva” delle manipolazioni empiriche misurabili. Questa sopravvivenza dopo la morte costituiva una sorta di inevitabile scia, di ombra rispetto a quella corporea, e non certo un suo tracotante superamento in una forma illimitata e onnipotente; essa aveva sempre una connotazione piuttosto negativa, non era la proiezione di un'alienazione vissuta nel presente in un futuro paradisiaco, come avverrà dopo, quando l'equilibrio psicologico umano sarà spezzato dal “progresso”. Si è potuto osservare che tutte le culture primarie sviluppano subito l'idea di un “paradiso”, insieme al mito di un “eden” ancestrale, come risposta al tremendo trauma del contatto con la civiltà tecnologica, ben prima di essere influenzate dalle nostre religioni. Una vita subumana e alienante, nell'attesa di una Futura liberazione, renderà la morte non più il completamento dell'esistenza, ma una lacerante esclusione dal cammino verso l'immancabile Terra promessa.
   Oggi ci sono persino alcuni fisici che sostengono, nel tentativo estremo di riaccendere l'Utopia, che le macchine in un remoto futuro saranno in grado persino di risuscitare tutti i morti, all'interno di paradisi in realtà virtuale dove farli vivere eternamente ed eternamente felici. Questo sarebbe davvero l'ultimo stadio del nostro addomesticamento: un'umanità di beoti lobotomizzati elettronicamente, chiusa in uno zoo virtuale. Anche se la cosa fosse teoricamente possibile, non si capisce perché mai dovrebbero farlo, se non altro per il fatto determinante che questi supercomputer del futuro sapranno benissimo (lo sappiamo già adesso) che noi siamo tutti vivi: potranno spostarsi nel tempo senza problemi e raggiungere ognuno di noi al suo domicilio cronologico, senza che nemmeno se ne accorga.
   È la Terra la nostra ultima e definitiva dimora. La prospettiva di una vita ultraterrena ha senso solo per chi è profondamente frustrato, come cinico mezzo della cultura predatoria per rendere tollerabile una vita di stenti e di schiavitù e rendere addirittura desiderabile una morte in battaglia o sul patibolo. L'idea chiave, comune a cristianesimo, islam e buddismo è: non sono stato creato per essere di questo mondo. Con la promessa di una seconda vita che ci attende la sofferenza diventa tollerabile, soprattutto quella degli altri. L'ambiente naturale può dunque essere depauperato, i nemici della fede assaliti con ferocia e le forme suicide di martirio fatte oggetto di lode. Nelle immense favelas sudamericane buona parte dei giovani maschi sono in effetti degli efferati criminali, ma sono anche dei devotissimi cattolici, che parlano allegramente delle loro imprese con significativi eufemismi come “mandare qualcuno in Paradiso”, e con una inquietante assenza di odio. Se, come diceva con insuperabile semplicità madre Giuliana di Norwich (XIV° secolo), “alla fine tutti staranno benissimo”, il male non esiste più. Non perché sia stato cancellato, ovviamente, ma perché non ha più nessuna importanza di fronte alla Meta Radiosa che ci attende.
   Disvelando la vera bellezza del messaggio liberatorio di Gesù, sfrondato dalle sovrastrutture arroganti e disumane dell'Utopia, come un “primitivo” ossessionato da un missionario sul suo imminente destino ultraterreno, possiamo dire: “noi non siamo un popolo di moribondi, ma di viventi. Tu hai venduto l'anima giocandola su qualcosa che si vince come un sacco di patate o come un trono, ma la vita non è una cosa che si vince o si perde: è questo ora, che esiste da sempre in un senso che va al di là della fila di giorni, ore e minuti in cui credi di ingabbiare l'abisso del nostro spirito. La nostra vita non è un segno sul tuo calendario, non si consuma come una catasta del vostro carbone, non si perde a una scommessa come una borsa del vostro denaro: è lei che fa camminare il sole. Essa crea davanti a me il mio futuro, che mi precede per sempre, così come l'abisso dietro di me è senza fondo, perché mi contiene e mi ha dato forma, come il grembo di mia madre. Dovrei forse odiare mia madre? Dovrei odiare le mie gambe, perché sono troppo corte, i miei occhi, perché non possono vedere di notte, il mio popolo, perché è solo di questa piccola valle? Dovrei rubare il tempo dei miei figli? Come puoi essere così avido e arrogante da non vedere che il nostro tempo è il nostro nome, il nostro volto? Questo tempo finito crea gli uomini e gli animali, difende la loro anima dall'abisso del Tutto, proprio come la pelle che ci racchiude e disegna i nostri lineamenti. Esso ci riempie come il calco che ci formò dall'argilla, in ogni nostro spigolo, perfino nelle sue avversità. Come le ripide sponde del ruscello spingono la sua corrente vorticosa, impedendogli di disperdersi in una palude fangosa, il nostro tempo porta in sé quell'urgenza del desiderio che è il respiro dell'esistenza. I nostri confini sono la vita, non la morte. Se si è acqua, la corrente non fa paura: non esiste più. Si muore solo nella vita, quando ci si separa dal flusso del nostro essere, come avete fatto voi. Qui il tempo non è altro che la vita. Ogni sentimento ha ancora il suo modo, il suo tempo e il suo scopo, per cui è nato nella notte dei tempi, così come i piedi sono fatti per correre nudi. Voi invece siete trascinati disperatamente da una storia che non è più vostra, la guardate scorrere angosciati come un fiume limaccioso, senz'anima e senza vita: è per questo che avete tanta paura, e cercate affannosamente ancora altro spazio, altro tempo, altre persone, altre cose, che vi renderanno ancora più spaesati e inconsistenti. No, noi non siamo morti viventi bisognosi di un Capo che ci dia qualcosa che non può avere, la nostra vita, in cambio della schiavitù”.

 

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