La Civiltà Contro l'Uomo
La nostra storia vista prendendo Darwin sul serio
di Michele Vignodelli



Due è sempre meglio di uno?

Due  sempre meglio di uno?

   Il modo fondamentale con cui le idee ci tengono in pugno è l'offerta continua di stimoli “supernormali”, irresistibili esche a cui non sappiamo resistere, costituiti nella migliore delle ipotesi da benefici a breve termine: se a un uccello in cova si offre una imitazione gigante delle sue uova, immediatamente abbandona quelle vere per le nuove più grandi. Alcune specie di orchidee, rinvenibili anche da noi, producono un fiore che imita, per forma e profumo, la femmina di una determinata specie di vespa. Ma non si limitano ad imitarla: la rendono di gran lunga più attraente e profumata di qualsiasi femmina reale, in modo che i maschi ne vengono attratti irresistibilmente, accoppiandosi con il fiore. Ovviamente la pianta si serve di loro, come un vero parassita, per raggiungere il suo scopo, l'impollinazione.
   Dove c'è uno stimolo supernormale (cioè un'esca) c'è una trappola. Il nostro mondo culturale è letteralmente intriso di queste ipertrofie superstimolanti, con cui siamo tutti adescati, soggiogati e ipnotizzati. L'intera industria della bellezza, per fare solo un esempio dei più banali, può essere interpretata come fabbrica di stimoli supernormali: l'ombretto per le palpebre e il mascara allargano gli occhi, il rossetto enfatizza le labbra, il fondotinta dà un rossore costante alle guance, la permanente e la tinta danno un aspetto pieno e giovane ai capelli. Tutto il vasto mondo dell'arte, della pubblicità, dell'economia, dell'ideologia politico-religiosa si sostiene su questo formidabile propulsore; la nostra intera civiltà.
   Le idee si travestono come lussuose prostitute per convincerci ad accoglierle nella nostra mente. Immagino che i cammelli, vivendo nel deserto, provino un'irresistibile attrazione per il colore verde che segnala la vegetazione commestibile e l'acqua; se una mandria nel suo peregrinare tra rocce e sabbie si imbattesse in una grande isola di foresta lussureggiante certamente ci si tufferebbe senza esitazione. Se vi si stabilissero in permanenza, come è probabile, presto o tardi scoprirebbero quanto è dura la vita in “paradiso” per chi è fatto per il purgatorio: sarebbero decimati dalla fermentazione gastrica dei vegetali succulenti e da parassiti sconosciuti. Alla fine i superstiti si convincerebbero a malincuore ad andarsene. Questo è chiaramente una metafora di quello che è successo a noi, con la differenza che i cammelli non sono blanditi da una cultura che ad ogni nuovo fallimento di qualche prodigiosa trovata gliene procura subito di nuove e ancora più attraenti. La nostra irresistibile curiosità per il nuovo, che ci era così utile per vivere come opportunisti alimentari in un mondo mutevole, viene oggi usata contro di noi, per trascinarci in un abisso di alienazione sempre più profonda. Il nostro “benessere” di oggi (in occidente) assomiglia molto a quello dei cammelli appena insediati nella foresta o delle prime potenze schiaviste: una folle abbuffata (alimentare e culturale) che finirà in una dolorosa indigestione.
   Se i fiori sono belli (per attirare gli insetti), un fiore enorme e pieno di petali è certamente meglio, viene da pensare: e infatti noi, o meglio, la cultura ha selezionato infinite varietà tronfie e variopinte. Ma se si introducessero queste varietà in natura vedremmo che sparirebbero rapidamente, mentre la forma selvatica continua a prosperare. Le dimensioni, la forma e il colore di un fiore selvatico sono il risultato di un lunghissimo e perfezionato processo di ottimizzazione e adattamento: “migliorarlo” è perciò praticamente impossibile, anche se considerando le sue caratteristiche singolarmente sembra quasi banale. È vero che un fiore più grande attira più insetti, ma altera anche il perfetto equilibrio adattativo della pianta. I nostri polmoni adorano l'ossigeno, e quando gli viene offerta una miscela gassosa in cui la percentuale di questo elemento è molto superiore a quella normale del 20 per cento ne siamo deliziati, ricavandone una piacevole sensazione di energia e benessere. Ma questa sensazione presto scomparirebbe per abituazione, mentre si svilupperebbero i danni provocati dall'ossigeno, che è un gas piuttosto aggressivo per il nostro corpo, da cui si deve difendere con dei meccanismi antiossidanti.
   Il motivo per cui troviamo l'idea dell'amore universale e della scomparsa dell'odio tanto attraente è ovvio: se lo zucchero è buono, un oceano di miele deve essere il paradiso. Peccato che un amore troppo vasto, esattamente come le uova giganti, non può funzionare; i nostri sentimenti sono nati nelle piccole società delle savane, dove trovavano la loro misura autentica e il loro senso più pieno. In una brulicante società massificata di altruisti assoluti, come il formicaio, il sentimento dell'amore non esiste, perché l'altruismo è una cosa ovvia e necessaria come respirare: non c'è quindi nessuna tensione affettiva. Essa comporta un mondo sociale complesso e ambivalente, in cui l'intensità, il colore azzurro dell'amore nasce dal rosso dell'antipatia e dal grigio della diffidenza. Noi troviamo l'acqua deliziosa, ma evidentemente questo non significa che se avessimo le pinne saremmo più felici: chi vive sul fondo del mare non solo non gioisce dell'acqua “preziosa e casta”, ma non sa nemmeno cosa sia. Il vero affetto, il calore dell'intimità, implica un forte senso di esclusione, una latente conflittualità verso gli esseri umani esterni al gruppo familiare. Come potremmo sentirci amati da chi per principio dice di amare tutti, indistintamente e comunque? Che valore ha il perdono di chi perdona sempre tutto? Qui non c'è più né amore né perdono, ma solo ipocrisia superba e arrogante: è la nostra umana parzialità la matrice dei nostri sentimenti. Il famoso detto degli anni sessanta “fate l'amore non fate la guerra” è una parziale sciocchezza, perché l'amore nella sua più intensa espressione (intimità) è connaturato all'alterità (che non significa comunque “guerra” nel senso endemico, sanguinario e criminale che questa ha assunto nell'età assiale).
   Reprimere le proprie antipatie non porta ad un amore infinito, come vorrebbe l'utopia ecumenica: porta all'ipocrisia e all'egoismo. “Dio è amore” dice il Nuovo Testamento (1 Giov. 4,8): ma nel mondo c'è amore solo perché gli uomini hanno bisogno di separarsi, di sentirsi diversi da altri uomini, perché sono portati all'antagonismo e alla creazione di confini. Odio e amore si costruiscono a vicenda, sono la stessa passione viva e pulsante, che si contrappone alla “pace” del velenoso formicaio in cui siamo stati rinchiusi, in nome di ideali tronfi e assurdi. L'amore nasce dalla tensione simpatia-antipatia, dalla separazione, da quel confronto primario con i nostri simili ben visibile in ogni periferia, dove i bambini, ammassati in un grande insieme casuale, si confrontano rumorosamente fino a quando non riescono a definire gruppi chiusi di amici, con perenne sconforto dei loro educatori imbevuti di retorica ecumenica. Persino quando gli uomini furono ammassati in grandi eserciti, la suddivisione corrispondente a cinquanta - cento elementi (chiamata non a caso “compagnia”) acquistò una importanza del tutto particolare e un vivace antagonismo verso le altre.
   Dato che da noi è vietato l'odio aperto e sincero, conosciamo sempre meno i nostri limiti e le nostre capacità, il narcisismo dilaga e l'amore è diventato impossibile. L'ipocrita cortesia civilizzata è il terreno in cui il nostro Io si isola e ingigantisce all'inverosimile, in cui dilagano le velenose meschinità, il cinismo e l'invidia che si trasformano in solitudine, complessi, nevrosi e angoscia. La vita in un monastero era per certi aspetti serena, ma anche gelida e opprimente proprio come si vede nel Nome della rosa: la seraficità così esibita, in primo luogo a sé stessi, non era che la classica “formazione reattiva”, in cui crescevano invidia e rancore, senza mai trovare aperto sfogo. Non dobbiamo dimenticare che la stessa parola “cinismo” deriva dai filosofi cinici, considerati gli antenati dei monaci.
   Nelle popolazioni primarie quando un bambino subiva un torto veniva liberamente incoraggiato a sfogare subito la sua rabbia nella lotta. In questo modo, profondamente affettivo, i nodi egoistici venivano subito sciolti, la parità essenziale del dolore fisico generava l'empatia più intima e durevole. Nella nostra società delle “buone maniere”, invece, le persone sono addestrate a coltivare il proprio rancore verso gli altri, verso il mondo intero (“perdonali, perché non sanno quello che fanno”, perché Tu sei infinitamente superiore e non ti abbassi al loro livello), per farlo sublimare nel narcisismo dell'imprenditore, del demagogo, del generale, dello scienziato, del consumatore opulento, essenziale per il funzionamento della civiltà, tutto orientato alla smania invidiosa della conquista, della crescita, del successo. Questa deprivazione affettiva ci rende immensamente ricettivi alle droghe che la civiltà ci fornisce in abbondanza per asservirci e ammassarci ordinatamente nelle metropoli, tra cui l'idealizzazione totalitaria dell'Amore; e così il cerchio si chiude.
   Con lo sviluppo della civiltà e di una competitività sfrenata, nutrita dalla cortesia ipocrita e obbligatoria, siamo in effetti diventati tutti dei deprivati affettivi cronici, chiusi in noi stessi, rancorosi, incapaci d'amore e di odio: l'idealizzazione totalitaria dell'Amore è diventata così un'esca eccellente per condizionarci a una ancora più spietata disciplina educativa, che non poteva che renderci ancora più egoisti, ipocriti, avidi e incapaci di amare. L'altruismo totalitario non è la perfetta realizzazione dell'uomo: è solo un'altra accattivante caricatura, una nuova chimera per spingerlo in un altro viaggio di conquista e di perdizione sempre più profonda, di ulteriore alienazione da sé stesso. Avendo come ideale questa abnorme assurdità, incarnata da dei santini mielosi e ipocriti che il volto crudele della civilizzazione ha reso immensamente attraenti, il “peccato” diventa inevitabile e universale: a una sinistra “divina”, elitaria e disumana, si contrappone una destra che può presentarsi come l'incarnazione hobbesiana della natura umana stessa: “homo homini lupus”. Non c'è bisogno di essere degli psicologi per rendersi conto che il sadico Mr. Hyde è il prodotto della stessa cultura che crea l'ambizioso, controllato e analitico Dottor Jekill. Questa mentalità dissociata nel tempo si vede ovunque: angelicamente narcisista la domenica mattina per essere diabolicamente predatoria tutti gli altri giorni della settimana.
   Il contrario di un eccesso non è la verità, ma l'eccesso opposto, con cui si sviluppa un processo unitario di artificializzazione ideologica. Qui vediamo all'opera la fondamentale sinergia delle idee: tra estremismi libertari e autoritari, solidaristici e individualistici: un gioco delle parti che non fa che aumentare sempre di più la nostra complessiva dipendenza dalla cultura. Basti pensare all'oscillazione continua tra classicismo razionalistico e romanticismo dionisiaco che ha animato tutta la storia della letteratura e della filosofia occidentale. Oggi lo si vede all'opera nella moda, dove il continuo “scontro” tra eccessi opposti incrementa la dipendenza da superstimoli e il giro d'affari del settore. Oppure nell'industria farmaceutica (o in quella musicale), che ci procura super-tranquillanti e super-stimolanti. L'incessante oscillazione traumatica dagli uni agli altri amplifica lo sradicamento culturale, abbassa la resistenza alle innovazioni, aumenta la nostra complessiva dipendenza dalle sovrastrutture simboliche e tecnologiche.
   La forza dello “stimolo supernormale” mette tuttora in trappola persino i più acuti e obiettivi analisti dell'ecologia umana, i quali alla fine delle loro peraltro brillanti opere concludono sempre auspicando una ulteriore evoluzione dell'uomo verso un più perfetto altruismo, una intelligenza più brillante e magari una vita lunga trecento anni. “L'uomo è soltanto un effimero anello nella catena delle forme viventi. Ci sono buone ragioni per pensare che egli sia soltanto un gradino nella scala che porterà a un essere realmente umano.” (K. Lorenz) “Attraverso l'ingegneria genetica, la specie umana sarà in grado di modificare la propria natura. Che cosa sceglierà? Rimarrà la stessa, oscillando su un fondo di materiale scadente, costituito dagli adattamenti in parte sorpassati dell'era glaciale? O avanzerà verso un'intelligenza e creatività ancor più alte unite a una maggiore – o minore – capacità di risposta emotiva? Potrebbe essere possibile imitare geneticamente la famiglia nucleare dei gibboni, che più si avvicina alla perfezione, o le armoniose sorellanze delle api domestiche.” (E.O.Wilson). Come possiamo noi giudicare la “perfezione”, “l'armoniosità” della nostra stessa natura ? La nostra più intima essenza è l'unico criterio “assoluto” di perfezione, di armonia e di felicità. Cadono in questa trappola irresistibile esattamente come la femmina di gabbiano che corre a covare l'uovo gigante. Degli ipotetici extraterrestri superintelligenti, tante volte immaginati dalla fantascienza, spesso come una sorta di “messia” futuristici, come un modello da invidiare, in realtà non potrebbero mai essere migliori di noi; anzi, sarebbero comunque solo dei “mostri”, attraenti all'inizio come lo è ogni stimolo supernormale. Diciamo di ammirare i grandi campioni di scacchi, ma intimamente li reputiamo degli “idioti sapienti”, dei pazzi che se ne stanno ore e ore concentrati come ottusi computer su una stupida scacchiera; in realtà invidiamo solo il loro successo. Mi ha fatto piacere constatare che Wilson, nel suo ultimo libro, ha finalmente compreso che la pretesa di “migliorare” l'uomo può generare solo dei mostri.
   Come si è accennato in precedenza, l'inevitabile avvento imminente di un'intelligenza post-umana su base tecnologica può apparire come un positivo sviluppo al di là dello stadio “primitivo” rappresentato dall'uomo.
   Il cosiddetto “transumanismo” è un movimento di gran moda, che conta tra le sue fila diversi scienziati prestigiosi: esso propugna una fede entusiastica nella tecnologia, e ritiene che grazie ad essa gli uomini potranno presto divenire immortali e trascendere tutti i limiti (di memoria, di intelligenza, di sociabilità) imposti dalla biologia umana, proiettandosi in una esplorazione infinita dell'universo. Il loro sogno è di fondare una “Cybertopia”, la versione di Utopia per il ventunesimo secolo, in cui tutto è gestito dai computer e la vita si svolge in un gigantesco ciberspazio.
   Può esistere qualcosa di astrattamente “superiore” all'uomo? Supponiamo di andare direttamente fino al “punto Omega” immaginato dal gesuita visionario Teilhard de Chardin, e recentemente ripreso e sviluppato da alcuni futurologi “transumanisti”: si tratta in sostanza di un sistema intelligente che si è esteso dai nostri computer fino a coprire l'intero universo, identificandosi con l'idea più ambiziosa che si può avere di un Dio trascendente. Esso avrà una conoscenza perfetta di ogni evento passato, e si assicura che proverà un purissimo e sconfinato amore per ogni essere umano.
   In realtà, si tratta di una contraddizione in termini. Ricordate la bellissima frase di Feuerbach? “Dove non ci sono limiti, né tempo, né penuria, non c'è qualità né energia; non c'è spirito, né fuoco, né amore”. Vuol dire che per essere veramente intelligenti, nel senso più pieno che noi diamo a questa parola, per essere sensibili e reattivi di fronte all'universo che ci trascende, bisogna essere piccoli, fragili e alquanto ignoranti. Il “punto Omega” non può provare nulla: è freddo e asettico come l'universo con cui si identifica. È ormai quasi un luogo comune la constatazione che se Dio è onnipotente e onnisciente non può essere buono, non può amarci, soffrendo delle nostre sofferenze, e, in realtà, non può fare o provare alcunché. Essere troppo consapevoli identifica con tutto quello che accade e le immancabili ragioni che lo rendono necessario, annulla la possibilità di avere una soggettività reattiva, e quindi, alla fine, la consapevolezza stessa: l'io “evapora” nel tutto, e quindi scompare. Proprio come la “carta dell'Impero” di Borges (che l'imperatore volle in scala uno a uno per avere un'informazione completa). Lo stiamo già osservando sotto i nostri occhi: la consunzione, la fagocitazione di tutto ciò che era esterno e sconosciuto alla nostra civiltà sta impoverendo immensamente la nostra vitalità, ci toglie curiosità, piacere, sorpresa, fantasia.
   Per ragioni che trascendono un rozzo antropocentrismo, la misura umana rappresenta l'intelligenza e la vita per definizione. Non è un caso che l'Essere si trovi in questo nostro effimero corpo e in questo limitato cervello, in un angolo remoto di una galassia sperduta. Così come evidentemente non è un “caso” che l'universo si trovi proprio nella ristretta fase evolutiva che consente l'esistenza umana, tra la formazione degli elementi più pesanti dell'idrogeno e la fine di tutte le stelle medie come il Sole.
   La piena coscienza implica sì la grande complessità di un cervello umano, ma localizzata in un ben più complesso ambiente sociale e naturale con cui interagire, proprio come la temperatura troppo bassa di Marte impedisce alla vita di sbocciare e quella troppo alta di Venere la brucia, disperdendo l'informazione in un “fumo” globale, morto, senza volto, che ricorda la babele informatica della grande Rete. Si tratta della stessa “entropia” omologante: un'anima sensibile e vitale ha bisogno di una faccia, che interagisce con molte altre facce, fatta di pochi muscoli espressivi, una bocca e due occhi, di due mani e dieci dita che toccano un complesso mondo circostante. L'immenso organismo informatico che verrà dopo di noi sarà troppo solo, autoreferenziale e durevole per provare sentimenti e avere una personalità. Monoliticamente integrato, chiuso su sé stesso in un universo esterno inaccessibile e comunque uniforme, ben presto non avrà più alcuno stimolo significativo. La totale entropia comunicativa è la morte: la formidabile ingordigia che gli aveva assicurato un dirompente successo ha finito per divorare sé stessa.
   Implicitamente lo riconoscono gli stessi sostenitori entusiasti del suo avvento: l'unico modo per renderlo in qualche modo interessante e coinvolgente consiste nel predire che “risusciterà” noi poveri omuncoli attuali come emulazioni in realtà virtuale. Per avere un simulacro di vita, emulata in uno “zoo” virtuale, la grande montagna ha bisogno di noi minuscoli topolini. Questo esemplifica bene come è assolutamente impossibile anche solo immaginare un essere vivente veramente “superiore”, se non attraverso delle finzioni retoriche, in cui il soggetto mette tra parentesi l'irriducibile, abissale centralità della sua coscienza.
   “Gaia”, il pianeta vivente, è già in un certo senso un “superorganismo” di dimensioni planetarie, con un certo grado di organizzazione interna, ma non prova di sicuro più “sentimenti” di un batterio, perché l'ambiente esterno con cui interagisce è estremamente semplice: la litosfera sotto, l'atmosfera sopra; inoltre è unico, gli manca del tutto un ambiente sociale. Sostituendo il silicio alle proteine tutto questo non cambierebbe; anzi, l'interconnessione interna ben più sviluppata renderà la “noosfera” estremamente uniforme, impedendo la formazione di quelle individualità localizzate che danno dinamismo e capacità evolutiva alla biosfera, e che nella fase attuale dello sviluppo della noosfera sono costituite proprio dagli esseri umani e dalle loro società chiuse. Una volta estromesso l'uomo, la sua creatività tecnologica si isterilirà rapidamente per assenza di qualsiasi fattore limitante esterno. La grande macchina da guerra della civilizzazione pagherà infine il prezzo della sua virulenza connettiva, cancellando qualsiasi “altro da sé”, qualsiasi spazio “esterno” su cui espandersi: diventata una immensa massa informe e inerte, finirà per implodere su se stessa. Ricordo un divertente cartone animato degli anni cinquanta in cui, come al solito, un gatto inseguiva disperatamente un topo; il topo però scopre che bevendo un fertilizzante può diventare di colpo ben più grosso del gatto. Il gatto è terrorizzato, ma si procura lo stesso fertilizzante e diventa grosso come un cavallo. La folle rincorsa prosegue fino a quando entrambi riescono a malapena a restare seduti sul pianeta: a quel punto non sono più un gatto e un topo, ma due immense mongolfiere identiche, informi e immobili, schiacciate una sull'altra, assolutamente inutili e morte, anche se salutano con la manina per l'happy end di prammatica. I formidabili sistemi organici integrati che li costituivano come esseri viventi servivano a cacciare i topi e a fuggire i gatti, erano queste pressanti, molteplici limitazioni ambientali a renderli vivi, reattivi e definiti, cioè la loro relativa piccolezza.
   Ognuno dei quattro fondamentali gradini della storia della vita sulla Terra (nascita delle prime cellule; nascita delle prime cellule complesse [eucariote]; sviluppo di organismi multicellulari; nascita della civiltà cibernetica) è stato contrassegnato dallo sviluppo di sistemi viventi sempre più complessi e dalla schiavizzazione delle singole identità costitutive, e infine dalla loro completa eliminazione come tali (singoli replicatori di base; singoli procarioti; singoli protozoi; singoli esseri umani e gruppi sociali), anche se fortunatamente l'ultimo passaggio non è stato ancora completato. È inevitabile “progresso” se questa evoluzione continuerà all'infinito, fino ad ingoiare l'intero universo come sperano i “transumanisti”? Ovviamente no. La soggettività cosciente si è cristallizzata al livello umano, in una precisa e ristretta fase dell'evoluzione cosmologica e biologica, superata la quale l'entropia psicologica a livello planetario finirà per dissolverla in un fumo indistinto di impulsi autoreferenziali, privi di qualsiasi ambiente limitante esterno a dargli stimoli e forma.
   Forse ci succederà un grande mostro telematico definibile ancora come vivente, ma troppo solitario e monolitico per essere davvero vitale, per essere ancora qualcuno che ama, che lotta e che soffre in un ambiente interattivo. Altrimenti la coscienza sarebbe di questo nostro formidabile discendente, o di qualche più formidabile organismo in qualche galassia remota, e gli uomini non sarebbero che degli automi cartesiani congelati nel passato, insieme ai dinosauri e alle trilobiti. Ma non è così: il presente è nostro, è umano, e lo sarà, come vedremo tra poco, per sempre.

   Il riferimento ultimo del “bene” e della vera saggezza siamo noi, è la nostra irriducibile e ineffabile soggettività di esseri umani. “Dio”, in questo senso profondo, non può che abitare dentro l'abisso che è ognuno di noi; si potrebbe dire che è proprio la ricerca di Dio fuori di noi, in qualche luccicante specchietto per allodole, la vera causa del non trovarlo. Di questo si accorse uno dei più grandi mistici cristiani, Meister Eckhart, mettendosi di fatto fuori dalla Chiesa. Qualsiasi genere di virtuosismo cognitivo o altruistico non può che allontanarsene, generando un qualche tipo di mostruoso “formicaio” alieno. Il personaggio che nei racconti di fantascienza si lascia ammaliare dalla formidabile tecnologia e socialità' dei visitatori extraterrestri seguendoli sulla loro astronave si condanna inevitabilmente al suicidio, accorgendosi presto che quel paradiso è asfissiante e disumano. Qualcosa di strettamente analogo è accaduto realmente molte volte, quando dei cacciatori-raccoglitori sono venuti in contatto con la nostra civiltà tecnologica, restandone spesso abbagliati, affascinati e intrappolati. Quelli che ebbero abbastanza tempo per valutare a fondo il nostro mondo si accorsero presto della sua profonda patologia, che noi, condizionati come eravamo, non siamo mai riusciti a vedere. Questo profondo buon senso è stato completamente soffocato dal lavaggio del cervello della cultura utopistica. Essa riesce a convincerci ad inseguire un modello di perfetta umanità fuori da noi stessi! Spero che a questo punto sia evidente l'assurdità di questa pretesa. Possiamo desiderare dei benefici di cui soffriamo la mancanza, ma non certo la struttura affettiva e il senso etico di fondo, che sono la ragione stessa del desiderio. Eppure il plagio ideologico ci ha convinti a farlo, condizionandoci in tal senso fin dalla nascita. Perché lo scopo vero non è il nostro benessere, ma l'espansione della cultura, e la conseguente compressione della nostra vera natura, che deve essere adattata alle esigenze dei formicai industriali.

   “Che altro si può dire della struttura del cervello? Se l'avesse progettata un Ingegnere Divino, libero dai vincoli della storia biologica dell'umanità, avrebbe potuto optare per esseri mortali ma angelici, modellati a sua immagine. Costoro sarebbero presumibilmente razionali, lungimiranti, saggi, benevoli, sottomessi, privi di un Io e della colpa. Noi però non siamo fatti così. Abbiamo il peccato originale, che ci rende migliori degli angeli” (E.O.Wilson), e questo non come prezzo per avere un fantomatico “libero arbitrio”. Non si compie il “male” per un'arbitraria casualità, in cui una parte dell'umanità è baciata dalla “grazia” di essere immune dal peccato. Non basta essere “liberi” di fare il “male”, bisogna anche avere una precisa, appassionata vocazione, che è comune a tutti gli esseri umani. Essa deriva dal fatto fondamentale che le passioni sono inscindibilmente legate alla ragione: non sono semplicemente un suo turbamento, ma ne costituiscono una parte vitale. Così la nostra mente è irriducibilmente problematica e conflittuale, ma in modo complessivamente armonico e altamente funzionale, come la Natura stessa, di cui è lo specchio: apparentemente caotica, ma integrata e vitale; se non fosse per il Male vero, che non viene dall'uomo, ma dalle nuove forme viventi che lo hanno reso schiavo e lo hanno gettato in un mondo alieno, facendolo impazzire.
   Nessuno sceglie il Male della disumanizzazione in quanto tale, ma lo confonde con l'esca della Felicità, del Successo, dell'Amore universale, con cui si riveste il tarlo che ci ha addomesticato molto tempo fa, per conquistare sempre più forza e potere. Come il parassita di certi uccelli, che si traveste da saporito lombrico, più grosso e attraente che mai. La promessa di una vita migliore, sia essa un'utopia terrena o la resurrezione nei cieli, che doveva essere il rimedio assoluto a un mondo tirannico e oppressivo, diventa il mezzo per giustificare un rinnovato imperativo di sottomissione e di militarizzazione.
   “Soltanto diecimila anni fa, una bazzecola dal punto di vista geologico, quando cominciò la rivoluzione culturale nel Medio Oriente, in Cina e nel Mesoamerica, la densità delle popolazioni aumentò di dieci volte. Le famiglie si stabilirono su piccoli appezzamenti di terreno, i villaggi si moltiplicarono e il lavoro venne attentamente diviso, mentre una crescente percentuale di individui si specializzavano diventando artigiani, commercianti e soldati. Le società agricole nascenti, inizialmente egualitarie, diventarono gerarchiche. Quando i territori e poi gli stati cominciarono ad espandersi grazie al surplus agricolo, i capi ereditari e le caste religiose presero il potere. I codici etici vennero trasformati in regole coercitive a vantaggio esclusivo delle classi dominanti. Fu all'incirca in questo periodo che ebbe origine l'idea delle divinità legiferanti. I loro ordini fornivano codici etici che legittimavano l'autorità, ancora una volta (non c'è da sorprendersi) a favore di chi dominava” (Wilson). Uno dei regali più velenosi che ci ha portato la civiltà è costituito dal trascendentalismo etico. Esso si fonda sul presupposto dualistico dell'innata malvagità umana, specchio di quella della natura “selvatica”, che si contrappone alla perfezione di una “trascendenza” divina civilizzatrice. Lo spontaneo essere viene sostituito dal dover essere.
   L'etica innaturale e schiavista imposta dalla civiltà coincide assai bene con il Super-io individuato da Freud: una specie di gabbia portatile, le cui sbarre sono le imposizioni e i divieti inculcati al bambino con i metodi del condizionamento operante. Questa censura mentale è più spietata, ma anche molto più sottile, insinuante e pervasiva della esplicita censura giuridica, che è facile riconoscere come oppressione imposta dall'esterno. Essa opera continuamente per non far affiorare alla coscienza la nostra innata natura umana, i suoi bisogni e le sue pulsioni. Funziona così bene che a tutt'oggi molte persone pensano che si tratti solo di una bizzarra teoria di Freud, che si applica solo a persone deboli e disadattate. Ma non è così. Il cristianesimo, la madre di tutte le ideologie moderne, dice precisamente la stessa cosa: c'è una lurida bestia dentro di te, non lasciarla libera. Persino Freud, del resto, pensava che questo “animale” fosse una sorta di mostro hobbesiano, caotico e pericoloso, e che la civiltà fosse un male necessario.
   Negli agricoltori primitivi il “Super-io” era ancora così frammentario che avevano il modo di ritagliarsi ampi “interstizi” culturali in cui lasciar emergere l'istintività (feste, baccanali, carnevali, ecc.). In seguito anche questi “buchi” pericolosi verranno opportunamente e produttivamente riempiti dal superorganismo con il “divertimento” programmato, passivo e mercenario degli stadi, delle discoteche, dei bordelli, della televisione, delle droghe.
   “Se Dio [inteso come legiferatore trascendente] non esistesse, tutto sarebbe lecito” scrisse Dostoevskij; ma questo è falso: c'è un'etica profonda e assoluta scritta nel nostro cervello, che le popolazioni primarie vivono semplicemente come buon senso, senza rivelazioni e senza leggi coercitive, imposte con la minaccia dell'Inferno, della lapidazione o del licenziamento, unico modo per ottenere obbedienza a codici artefatti e innaturali. In realtà non c'è mai stata crudeltà e atrocità disumana che non sia stata commessa in nome di questo Dio lontano dal mondo: è necessario un condizionamento esterno per soffocare quell'etica innata che dentro di noi dice “tutto questo è orribile”.
   Naturalmente la rappresentazione personificata di un Dio trascendente, visto come un superuomo di straordinaria bontà e terribile potenza, è anche uno stimolo supernormale che è servito ad amplificare immensamente la nostra blanda tendenza alla sottomissione, a tutto vantaggio delle caste dominanti. Ma non è vero che questo Dio è stato inventato dai preti: si tratta di una presenza viva, reale e concretissima; una presenza aliena, che si è rivestita di un dolcissimo volto umano, amico dei poveri e degli emarginati, per soggiogarci e schiavizzarci meglio (come nel film L'invasione degli ultracorpi). Non mi riesce di pensare a nulla di più convincente della dottrina cristiana secondo cui Dio si è fatto uomo per testimoniare del carattere sacro di ogni vita umana, anche quella di uno schiavo, soffrendo e morendo sulla croce. Ma non dobbiamo dimenticarci che è prontamente ritornato sul suo Trono celeste, sfruttando la nuova immagine accattivante dell'umile crocifisso per un rinnovato asservimento ideologico, anche più spietato e oppressivo di prima.
   È alquanto ridicolo dire, come fanno implicitamente i credenti più illuminati, “riconosco Gesù come suprema autorità, come divinità a cui inchinarmi perché era la persona più antiautoritaria che sia mai esistita”. È vero che la sua predicazione conteneva notevoli elementi antiautoritari, che derivano dalla tradizione ebraica, ma ci sono anche evidenti atteggiamenti da monarca, dispotico, intransigente e assoluto (in parte sicuramente sovrapposti dagli evangelisti, ma in parte anche originari). Sopra di essi si è fondata la Chiesa, che è la quintessenza del potere monolitico e accentratore. La teologia prodotta da questa struttura di potere ha riccamente sviluppato questo elemento dispotico, di dominio assoluto di una singola Verità trascendente che si impone agli uomini e al mondo intero. La natura stessa diventa una “corte” che orbita e converge sulla figura del Cristo “pantocratore” al suo centro, in cui scoprire i segni della Verità di cui è la semplice ombra. Da questa teologia nasce la scienza riduzionista: i primi scienziati, come Newton, si sentivano dei teologi alla ricerca della Rivelazione nelle Leggi ultime della natura. È evidente come questo atteggiamento di fondo abbia sostenuto l'impulso predatorio nei confronti delle altre culture e dell'ambiente.
   Il Dio trascendente è l'idea sintesi di tutta la cultura parassita che controlla la nostre menti, dicendoci di continuo che la nostra natura è sporca e malvagia, che il mondo naturale è un caotico porcile, che abbiamo bisogno della sua Legge, di preti, giudici e polizia per farla rispettare. È l'espressione personificata dell'immenso potere della cultura tecnologica, portatrice di lussuose droghe, ma che richiede da noi sempre più sacrificio, duro lavoro e repressione degli istinti. “Chinate il capo alla mia potenza e vi darò un immacolato cuore nuovo, la vita eterna e una beatitudine perfetta”. Non è affatto necessario essere cristiani o islamici per essere trascendentalisti: Kant e Marx, per fare solo due esempi notevoli e forse insospettabili, lo erano al massimo grado. Il loro Dio era naturalmente il fulgido, razionalissimo e onnisciente Uomo del futuro, una delle sue incarnazioni più diffuse e convincenti anche oggi, magari vestito di scintillante domopak su una fantasmagorica astronave.
   Il Dio trascendente non è mai morto, come imprudentemente annunciato da Nietzsche, ma ha subito semplicemente delle metamorfosi superficiali. Se il vecchio Geova barbuto è apparentemente “evaporato” non è certo perché le mete trascendenti hanno perso forza, ma, al contrario, perché hanno conquistato una nuova, totalitaria dimensione di potenza. “Volendo estendere la zona d'influenza dell'Onnipotente, l'umanità lo ha spogliato dei suoi attributi di persona, sottraendolo, senza averne l'intenzione, alla sua visione immediata. Attribuendogli una perfezione sempre più assoluta, ce lo siamo, in eguale misura, alienato. Così oggi è diventato un Assente universale. Spinti da un orgoglio senza limiti gli abbiamo attribuito troppe qualità. E noi siamo puniti per averlo esaltato troppo.” (E. Cioran).
   L'ateismo pratico che oggi domina l'Occidente e la fine delle ideologie “confessionali” significa soltanto che la Trascendenza ha assunto nuove forme più vaste, insinuanti e proteiformi, meno riconoscibili come corpo estraneo alla natura umana e proprio per questo più raffinate e pericolose, perché è molto più difficile vederne le catene e ribellarvisi interiormente. Basti pensare al Denaro, allo Sviluppo (economico), al Progresso tecnologico, tutte promesse di Onnipotenza futura in cambio di militarizzazione e sacrificio presente.
   “In questo inizio di un millennio virtuale di pura tecnologia, l'Anno 2000 è guidato dal freddo fascino dei sogni digitali. Rappresenta, in realtà, un ritorno in ipercostume dell'età d'oro del cristianesimo. Una nuova epoca religiosa in cui il mito della Salvezza s'incarna nella buona volontà tecnica, in cui il fervore della conversione vortica nell'aria ancora una volta, ed in cui i sacerdoti dello spasmo prendono la forma (virtuale) di missionari nella secolare ricerca del rapido scaricamento della carne recalcitrante in favore dei piaceri dell'intrattenimento virtuale. San Giovanni Battista è sulla Rete, e stavolta indossa un powerglove Nintendo e occhiali cyberware scansionati per annunciare l'avvento dell'ultimo ipermessia californiano del giorno” (A. Kroker).
   Le idee evolvono la loro capacità parassita in modo troppo veloce perché i nostri “anticorpi” genetici possano riuscire a respingerle. Il bastone viene sempre più sostituito da allettanti carote, che naturalmente sono solo un bastone più efficiente, che agisce dall'interno. Se le idee non fossero altamente predatorie e (quindi) oppressive non potrebbero mai espandersi vincendo la dura battaglia competitiva con quelle preesistenti, che si gioca su utopie e stimoli supernormali, sulla capacità di indurre una sempre maggiore dipendenza al giogo di una macchina militare e disumana; e d'altra parte devono risultare nello stesso tempo altamente allettanti, non solo quando si presentano, ma possibilmente anche quando sono diffuse e operanti. Può trattarsi quindi di un “giogo leggero”, come diceva Gesù della sua ideologia, ma, proprio per questo, estremamente efficace nel dirigerci verso una maggiore schiavitù e alienazione, senza generare un tasso pericoloso di defezioni e ribellioni. Altrimenti la selezione naturale lo metterà rapidamente fuori gioco, com'è accaduto al nazismo e al leninismo. Per questo i “bei mondi nuovi” alla Huxley hanno sempre la meglio, alla lunga, sulle cattività troppo dirette di stampo orwelliano. Che pure tendono ripetutamente a presentarsi perché sono, nel breve termine, più aggressivamente competitive.

   Sembra un paradosso che la nostra cultura egoistica ed arrivistica ci proponga dei modelli caricaturali di altruismo totalitario, che troviamo estremamente convincenti. Ma la ragione è chiara: l'idea dei “santi”, e prima ancora quella dei sacerdoti (uomini sacri), rafforza il pregiudizio ideologico dell'individualismo, dell'elitarismo, del sacrificio e della “vocazione” (indottrinamento), cioè della gerarchia, del premio, della divisione del lavoro, della specializzazione alienante che sono la base della società civilizzata. L'imprenditore spregiudicato e ossessionato dalla guerra commerciale, il generale guerrafondaio si sentono giustificati dall'idea che l'altruismo sia essenzialmente un'”impresa”, una “sfida” particolare, estremistica e disumana quanto la loro, propria di “campioni” specializzati, un “campo di gara” diverso dal proprio. A ognuno il suo mestiere, ma quello che importa è vincere, conquistare il successo individuale, o almeno un ruolo consacrato. “È uno sporco, duro lavoro, ma qualcuno deve farlo”. Il “santo” confessionale riafferma inoltre il concetto che la natura umana è naturalmente malvagia, giustificando la sua coercizione ideologica.
   Non mi sto riferendo, ovviamente, a tutte quelle persone che hanno reagito umanamente alle infinite mostruosità diffuse nel mondo dalla civilizzazione. Diverse di loro sono state “santificate” contro la loro volontà, contro il loro modo di essere, per svuotare la carica umana del loro messaggio, spostando l'attenzione dalla mostruosa assurdità della situazione all'eccezionalità “sovrumana” della loro personalità, che giustifica così l'egoismo e l'ingiustizia generale (che cosa c'è di più radicalmente ingiusto che qualcuno sia un “santo” da venerare e tutti gli altri dei poveri “peccatori”?). C'è chi si è lasciato santificare, ma c'è anche chi lo ha rifiutato e ha continuato ad essere scomodo, come don Helder Camara, che disse: “quando aiuto i poveri dicono che sono un santo; ma quando mi chiedo perché i poveri sono poveri, dicono che sono un comunista”.
   Un leader politico, un campione, un guru, un top manager di successo è sempre un uomo profondamente malato e solo, nevrotico ed egocentrico: non c'è infatti peggior nemico per la propria statua della reciprocità amichevole, la vocazione innata alla simpatia e all'uguaglianza comunitaria, tipico della famiglia e della piccola comunità di villaggio, in cui ogni eccessiva deviazione individualistica va incontro all'ostracismo e alla derisione (“nemo propheta in patria”). Con l'unica, parziale eccezione dei comici, per realizzare qualsiasi “carriera” bisogna cominciare sempre facendosi il vuoto attorno. Per seguire qualsiasi vocazione specialistica e ideologica bisogna soffocare attivamente, e faticosamente, l'istinto dell'umiltà affettiva, con cui non solo si espongono, ma si enfatizzano i propri limiti e bisogni per suscitare e riconfermare continuamente quel senso di fraterna empatia reciproca e di uguaglianza che è il vero cemento della comunità umana fondamentale, di “villaggio”. Il comico rappresenta l'ossificazione specialistica, a suo modo alienata, di questo istinto fondamentale.
   La vita da “martire” distrugge la base stessa della reciprocità, della simpatia umana, mostrando così tutto il narcisismo che c'è dietro. Come disse Pietro il Venerabile agli asceti cistercensi: “Voi condite i vostri legumi con poco olio e con tanta superbia”. Troppo poco olio per non esserci sotto qualcosa. La sorpresa che suscita negli altri un gesto estremo di altruismo è così appagante non perché suscita simpatia e vicinanza, ma, al contrario, un senso di superiorità, di dominio. È stato detto che un uomo rimane tale fino a quando non diventa un santo, cioè un idolo alla ricerca di un gregge, ma già non lo è più quando comincia a sacrificarsi per diventarlo, a soffocare la propria spontaneità, come sollecita il Vangelo: “Quale premio meritate se salutate solo i vostri fratelli? Che c'è di speciale se amate quelli che vi amano? Lo fanno persino i pagani”. Lo scopo non è essere veri e spontanei, ma fare ad ogni costo qualcosa di speciale, di paradossale per ottenere una ricompensa esterna. Per essere “speciali” non si può restare semplicemente sé stessi: bisogna forzarsi. Non si può essere tolleranti, morbidi e amichevoli. Bisogna essere duri e spietati. Diceva san Francesco di Sales: “Egli vuole che lo si servi senza gusto, senza sentimento, con ripugnanze e pene di spirito”. Ma la ricompensa sarà grande: la santità, il potere.
   “Si presuppone troppo facilmente che l'uomo comune rinunci [alla santità] solo perché è troppo difficile; in altre parole, che l'essere umano medio sia un santo mancato. Dubito che sia così. Molti esseri umani non vogliono affatto essere santi, ed è probabile che alcuni di coloro che arrivano o aspirano alla santità non abbiano mai avuto una gran tentazione di essere uomini” (G. Orwell). Partendo da un sincero slancio di ribellione contro l'ingiustizia e l'ipocrisia della società, prodotti inevitabili di una cultura civilizzatrice e utopica, molti si lasciano irretire dall'immagine, dall'icona di sé stessi come “perfetto” alieno a ogni “debolezza”, secondo un modello fornito dalla stessa cultura oppressiva, che ci suggerisce di continuo che i nostri problemi nascono da un insufficiente (e non eccessivo) autocontrollo. Ecco perché anche il cristianesimo, con la sua accattivante vernice di “pace e amore”, ha generato una lunghissima galleria di mostri, che comprende anche lo stalinismo. È il modo in cui le malattie sociali dell'individualismo, dell'arrivismo e dell'elitarismo sono annidate in esche tronfie e irresistibili come l'Amore assoluto e il Paradiso. La seduttività ipnotica di un guru egocentrico ha evidentemente un forte impatto sulla nostra radicata dipendenza dagli idoli, ipertrofici e clamorosi, che chiese, partiti e potentati vari sfruttano fino all'osso (letteralmente, nel caso delle reliquie). Gli uomini si possono così trasformare in ideali, cioè in virus predatori e parassiti: il culto di un “santo” non è altro che un'ideologia caricaturale dell'uomo, inevitabilmente oppressiva.
   Come è noto dalla ricerca sociologica, chi assume un ruolo di leader direttivo, autoritario e paranoide nei piccoli gruppi informali tende a perdere rapidamente popolarità, ed è costretto a smettere, se non vuole venire emarginato; chi viene considerato il più intelligente e simpatico ha invece una leadership cosiddetta “espressiva”, non direttiva, priva di altri scopi oltre a quello di sostenere l'armonia e la solidarietà tra le persone. In un contesto sociale più vasto, come la città, spesso degradata ed alienata, dove si trovano interi strati sociali regrediti a uno stato infantile per il disagio psichico e fisico, l'allontanamento dagli amici e dalla famiglia può trasformarsi nell'opportunità di crearsi una comunità di seguaci succubi, ipnotizzata dall'atteggiamento numinoso dello “straniero misterioso” e protesa verso una Salvezza trascendente (il partito, la setta, l'azienda, la banda criminale). La leadership autoritaria trova infatti la sua legittimazione esternamente al gruppo, in uno scopo, in un'ideologia “trascendente” e antagonistica rispetto alle dinamiche spontanee del gruppo stesso, continuamente redarguito per la sua colpevole accidia e il suo lassismo. I valori di questo leader sono antinomici rispetto all'istintivo spontaneismo del gruppo non strutturato, e il suo atteggiamento è tipicamente paranoide: mostra profondo disprezzo per i “mediocri”, già nel modo di vestire e di parlare, presentandosi come un alieno potente e infallibile, un essere “totalmente altro”. Il sesso, in particolare, è fortemente disapprovato tra i membri del gruppo come elemento di massimo disturbo per il raggiungimento delle mete trascendenti di perfezione ascetica o tecnica (“Prima pensiamo ad elettrificare le campagne, dopo penseremo all'amore” [Lenin]; un “dopo” che ovviamente non è mai venuto). Egli riesce a inculcare la dipendenza da scopi e remunerazioni esterne solo grazie al contesto di profonda crisi e angoscia tipico delle società assiali, già oppresse da altre utopie alienanti, rinnovando questo stato di crisi e di tensione ideologica attraverso la costruzione di nuove strutture coercitive di potere, di guerra ideologica, di indottrinamento e di dipendenza, con grandi vantaggi per l'espansione complessiva della cultura parassita e predatoria.
   Notoriamente, nelle situazioni fortemente critiche e nelle organizzazioni complesse un leader autoritario è più efficiente di uno informale-democratico (è tipico degli eserciti, delle squadre di soccorso, delle aziende, delle religioni e dei partiti rivoluzionari, orientati allo scontro e alla conquista); nelle antiche bande di raccoglitori il leader informale assumeva un carattere autoritario solo in rare occasioni critiche, e non vedeva l'ora di liberarsene, dato che comportava pesanti oneri, tra i quali fatica fisica, solitudine interiore e perdita di popolarità; dopo la nascita delle vaste società stratificate lo stato di trauma sociale è diventato cronico, e il dispotismo paranoide ha cominciato ad autoalimentarsi grazie alla continua disponibilità di masse di derelitti sradicati e infantilizzati, alla perenne, disperata ricerca di salvezza dal Cielo.

   La nostra si può definire come una società patologicamente atomistica, in cui il singolo individuo viene traumaticamente separato fin dalla nascita dalla dimensione naturale umana di completa appartenenza sociale. L'individuo è visto come dotato di una autonomia quasi totale e pienamente padrone del proprio destino, tra gli estremi di un completo trionfo (la conquista della santità, del successo) e di una sconfitta disastrosa (la dannazione, il fallimento); l'ambiente esterno è visto come un semplice sfondo, da cui possono venire solo rari aiuti o più spesso forti impedimenti. L'immagine tipicamente occidentale dell'eroe solitario, che lotta contro la natura ostile e contro la vischiosità retrograda della società o della famiglia, simboleggia molto bene questa concezione radicalmente individualistica e paranoide. Per Jean-Paul Sartre, tipico apostolo e vittima di questa tradizione messianica, “l'inferno sono gli altri”; per gli individui di una società primaria, “il proprio Sé sono gli altri”. Qui non c'è la concezione di una mente isolata che immagazzina una propria esperienza esclusiva: la persona è sempre l'oggetto di un'azione. Anziché essere un inerte oggetto di studio, il mondo è tutt'uno con la mente e la società, formando un'entità unitaria, vivente e attiva in cui ogni singolo individuo, compreso “l'io”, ha un ruolo secondario e passivo. La capacità di ascoltare e osservare con attenzione, anziché parlare, agire e sperimentare, è considerata la vera espressione della saggezza, intesa come l'istintivo bisogno di armonizzarsi e integrarsi con ciò che ci circonda, sviluppando quella profonda e completa empatia che è l'essenza ancestrale della religione.
   Questa prospettiva è radicalmente diversa da quella vigente nella nostra società, in cui la cultura parassita isola accuratamente gli individui, coltivando una sospettosità paranoica e una frenesia narcisistica, per ridurli a spaventate tessere sperdute in un mondo ostile, slegate dal rapporto simbiotico con gli antenati e con la natura, totalmente suggestionabili e manipolabili, facili prede delle sue luccicanti e grandiose lusinghe. L'illusoria promessa di potere e controllo dell'Io attivo sulla propria e sull'altrui esistenza serve a trasformarci in agenti lobotomizzati delle seduzioni del sistema tecno-ideologico, rendendoci prigionieri angosciati delle scelte professionali, della solitudine e dei complessi di superiorità. Non c'è nessuno meno padrone della propria vita di un “vincente”, totalmente schiavo dei meccanismi compulsivi e delle ossessioni che lo hanno portato al “potere” sugli altri.
   Le culture primarie riconoscevano esplicitamente questa “hybris” paranoide come ostile al senso di comunità e di reciprocità, fondamento essenziale di una vita veramente umana.

   Una caratteristica interessante delle società primarie, che è stata osservata nei San del Kalahari, è quella di sminuire sistematicamente, attraverso l'ironia, chi tende ad accentuare la propria diversità in termini di superiorità. Uomini liberi, che non avevano mai sentito il bisogno di capi, vedevano in chi si comportava da “grande uomo” un'insopportabile arroganza, a cui erano estremamente sensibili. Un atteggiamento borioso, segnato dall'orgoglio, veniva condannato perché spezzava la trama sottile della reciprocità, esattamente come accade tuttora nei gruppi di amici, destinati a frantumarsi all'ingresso nella società adulta sotto la pressione dell'egoismo carrieristico. “Quando un giovane uomo uccide molte prede, comincia a pensare a sé stesso come a un grande uomo, e pensa al resto di noi come suoi servi o inferiori. Non possiamo accettare questo, rifiutiamo chi si vanta, perché un giorno il suo orgoglio lo porterà a uccidere qualcuno. Così noi parliamo sempre della sua caccia come una cosa eccessiva. In questo modo gli raffreddiamo il cuore e lo rendiamo più mite.” (R. Lee).
   Essi si sentivano offesi da un eccesso di generosità difficile da ricambiare, di cui percepivano l'arrogante senso di dominio. Anche noi naturalmente lo sentiamo, solo che a noi piace essere dominati, perché siamo diventati estremamente infantili. I Tlingit, indiani del Nordamerica, dicono che “si mettono i doni sul dorso della gente che li riceve”.
   All'inizio i capi erano dei professionisti della guerra o degli sciamani che richiedevano beni in cambio di protezione e intercessione presso gli dei, e presto cominciarono ad utilizzare il consenso carismatico per ottenere ancora più potere, offrendo generose regalie e ricchi banchetti, sfidando la morte in battaglia, facendosi una fama di “grandi uomini” (big-man è il termine usato dagli antropologi per questo stadio dello sviluppo del potere). I primi grandi capi-sacerdoti si proclamavano dei, o figli di dei, o perlomeno in stretto contatto con gli dei. Attraverso un repertorio di trucchi, gli sciamani delle società proto-agricole assumono un potere che tende attivamente a indebolire gli altri, creando uno stato di dipendenza. Così dicevano al popolo che lo servivano facendo da intermediari privilegiati con il soprannaturale, per ottenere la pioggia, un buon raccolto o la vittoria in guerra. Una parte dei tributi riscossi viene utilizzata per costruire i templi che servono come indispensabili luoghi di culto, ma soprattutto come segni visibili del loro tremendo potere. È a questo punto che nasce l'ideale astratto del “superuomo”, dell'“eroe”, rispetto al quale l'uomo comune è un “mediocre” bisognoso di una guida, di leggi, di tasse e di una polizia per controllarlo. Questo ideale è ovviamente incarnato da un Dio trascendente e personale, adeguatamente rappresentato in Terra da semidei a cui sono dovuti lo stesso assoluto rispetto e obbedienza. Questo Dio prima era un guerriero infaticabile e imbattibile, poi diventa un angelo dell'amore e della pace, ma resta sempre lo stesso ideale astratto a caccia di teste da asservire a un programma di dominio. Oggi Dio è il meraviglioso Uomo del futuro, più sapiente, più solidale, più intelligente e più libero, in grado persino di resuscitare i morti. Un'esca a cui continuiamo ad abboccare, gettata dai nostri veri padroni.
   Non ci sono strutture affettive “migliori” di altre: c'è la nostra e ci sono quelle di tutti gli altri “animali”, che ci sembrano comunque bizzarre e disumane, indipendentemente dalla loro efficienza adattativa. Non esiste altro criterio di perfezione che il nostro più intimo sentire: nulla perciò potrà mai essere “migliore” del criterio stesso del bene.
   Tutti i caratteri dell'uomo medio ancestrale non sono certo espressione di “mediocrità”, ma di un perfetto adattamento al suo ambiente. Chi se ne discosta vistosamente, in qualsiasi direzione, è solo una mostruosità (frutto di mutazione o di un condizionamento ambientale), utilizzata come specchietto per allodole da una cultura aberrante; solo una cultura anti-umana, che ci ha fatto sentire fin dalla nascita degli esseri sporchi e abbietti, può trasformarlo in un modello assoluto e universale da perseguire a ogni costo. La mostruosità dei santi e di ogni sorta di idolo è funzionale a una cultura disumana, che vuole asservirci sempre di più.
   Pensiamo a san Francesco, che è forse il personaggio della cultura occidentale più vicino a un autentico “primitivismo”. Aveva rigettato tutti i vantaggi esteriori del potere, della sapienza, del denaro e del relativo “benessere”, arrivando a un vero sentimento panteistico della natura, espresso nel soave Cantico delle Creature. Eppure in tutto questo c'era qualcosa di eccessivo, di strumentale, una sorta di esibizionismo ascetico molto evidente in tutta la sua biografia, che gli conferisce la sua connotazione “eroica” e quindi lo rende perfetto per la Chiesa, come struttura elitaria di potere e di asservimento ideologico. Nonostante l'esibita uguaglianza con i suoi “confratelli”, spesso li umiliava con formidabili gesti masochistici che non avevano nulla di naturale e di spontaneo. Questa spietatezza verso sé stesso gli costava chiaramente dei grandi sacrifici, una durissima disciplina a cui si sottoponeva in vista di uno scopo esterno alla semplice naturalezza istintiva, fonte di spontanea e immediata solidarietà umana. Baciar lebbrosi e camminare scalzo sulla neve non sono certo gesti semplici ed empatici, che creano reciprocità, ma ipnotici, tesi a creare sconcerto, soggezione e dipendenza. La reazione di Francesco alla nascita del mondo moderno (mercantile e imprenditoriale, di cui il padre era un tipico esempio) è una dimostrazione di sincerità e di sensibilità umana, che però si incanala rapidamente lungo gli stessi binari di narcisismo individualista e compulsivo propri dello spirito imprenditoriale. “Io diventerò un grande principe”, diceva da piccolo, con grande gioia dell'ambizioso padre, e dopo la conversione si presentava come “l'araldo del Gran Re”. Riuscì in pieno nel suo intento giovanile. Eppure lui credeva di liberarsi dalle illusioni, dai condizionamenti mondani e di tornare alla semplicità, alla gioia vera della naturalezza. Ma scambiò una illusione, una disumanità con un'altra, che poteva dargli un premio più grande, trasformandosi in un intransigente leader ipnotico e autoritario, nel grande professionista dell'altruismo eroico, totalitario e disumano; l'idolo, l'icona in vendita che lo squalo affarista appende volentieri in casa per i pochi spiccioli di un'elemosina, proprio perché in essa si rispecchia e si giustifica la sua disumanizzante specializzazione professionale: “io non sono un santo”; “è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo”. Lo stesso si può dire di Gesù. O di Buddha. Non possiamo dimenticare che l'ordine fondato da san Francesco spiccò per la sua intolleranza durante la colonizzazione missionaria del Nuovo mondo: mentre gli “ipocriti”, insinuanti gesuiti cercavano, sia pure in modo strumentale, di salvaguardare la lingua e le forme esteriori delle culture indigene, i francescani pretendevano la loro distruzione totale, attraverso l'uso sistematico delle punizioni corporali e arrivando persino a richiedere spedizioni militari contro gli indigeni recalcitranti e ad ottenere l'espulsione dei gesuiti dalle Americhe.

   Questi profeti e rivoluzionari riuscivano a vedere alcuni elementi oppressivi della loro cultura, ma finivano regolarmente per scambiare un insieme di catene con un altro ancora più disumano. Erano tutti dei grandi deprogrammatori, dei liberatori, ma agivano in superficie: sotto erano ancora “agiti” dallo schema fondamentale di tutte le culture assiali, che ha cooptato il loro genuino slancio libertario strutturandolo secondo i suoi schemi oppressivi, in forma di ideologie elitarie e utopiche: “Vivere è troppo poco. Bisogna vincere. Essere sé stessi non basta. Bisogna diventare perfetti, con una ferrea disciplina e sprezzo del dolore”. Questa è l'origine del nostro male profondo: ideali narcisistici che ci allettano con premi scintillanti per trasformare la nostra vita in un compito, in una gara contro gli altri (e sé stessi), in un lavoro, in una vocazione; in una schiavitù. Per rinchiudere la nostra personalità dietro una maschera, dentro una divisa, sotto un'aureola. È la mela luccicante e avvelenata di Eva. Invece noi non dobbiamo aggiungere proprio niente a noi stessi, per essere davvero felici; non ha senso cercare qualcosa che abbiamo già. Non c'è da inventarsi niente, non c'è nulla che non va in noi. Quello che non va è proprio l'idea astratta della “felicità”, come meta esterna da raggiungere attraverso delle sovrastrutture ideologiche, gerarchiche, tecnologiche. Un'esca seducente, che ci trasforma in automi disumani.
   “È bene avere in sospetto tutti i profeti. È meglio rinunciare alle verità rivelate, anche se ci esaltano per la loro verità ed il loro splendore, anche se le troviamo comode perché si acquistano gratis” (Primo Levi). È meglio smettere di esaltarli, anche se furono portatori di autentico umanesimo come il Gesù storico, Francesco o Buddha. L'esaltazione come eroi di sovrumana perfezione implica la diminuzione di tutti gli altri al livello di loro servi sciocchi, e la nascita nel mezzo di un complesso apparato per la gestione dell'immenso potere che deriva dal culto della loro immagine divinizzata; una calamita per tutti i caporali più ipocriti e spregiudicati, un formidabile strumento di oppressione. Già loro stessi finirono per cadere in questa trappola elitaria.
   Le utopie sovrumane da cui si sono fatti irretire sono sempre delle esche, che nascondono una nuova gabbia oppressiva. Il “luddismo”, il sogno di un facile ritorno all'Eden attraverso l'abolizione della tecnologia, è una di queste: la sua vera natura elitaria e stalinista è stata resa ben visibile dalle gesta criminali di “Unabomber”, che di sicuro è il miglior alleato di Nicholas Negroponte, direttore del Media Lab del MIT di Boston e sommo pifferaio magico del divino mondo digitalizzato.
   Tutti i numerosi tentativi passati di abbattere la cultura disumana che ci avvolge da millenni hanno finito solo per alimentarla. Il “blob” tecnocratico si nutre delle compulsioni, della paranoia, della militarizzazione e del narcisismo che si producono fisiologicamente nell'inseguimento dei sogni grandiosi e finiscono per ossificarsi in nuovi addomesticamenti, come il mostro alieno di un vecchio film si alimentava del fuoco con cui si cercava di distruggerlo. L'inevitabile fallimento e “ritorno all'ordine” rende la gente ancora più convinta che esso coincida con la stessa natura umana. È sempre stato così fin dall'inizio, da Mosè in avanti.
   L'Eden non tornerà più. Se ce lo diamo come una meta esterna da raggiungere i nostri sforzi finiranno solo per alimentare ancora il fuoco dell'Inferno in cui siamo caduti, che non è affatto una semplice contingenza critica transitoria, ma un formidabile sistema organico che ha imparato velocemente a conoscerci e a sfruttare le nostre prevedibili reazioni di fuga, proprio come la tela di un ragno sfrutta i convulsi sforzi della mosca per invischiarla sempre di più. Possiamo solo sperare che il sistema tecnocratico vada incontro a una serie “morbida” di piccoli collassi interni che lo rendano più omeostatico ed ecologicamente sostenibile, lasciandoci lo spazio per ritagliarci piccoli “eden” frammentari. Altrimenti vorrà dire che l'uomo e il suo mondo di piante e animali hanno cantato la loro canzone. La fine è sicuramente migliore di un mondo ancora più disumano.
   Dopo quello che abbiamo visto sul pervasivo, sistematico utilizzo dello stimolo supernormale da parte della nostra cultura suona davvero come un messaggio liberatorio il riuscitissimo titolo del libro di E.F. Schumacher: “piccolo è bello”; è una sorta di anti-slogan, dato che la caratteristica tipica dello slogan ideologico è proprio quella di inneggiare sempre al superlativo, al superumano, all'utopico. Se nonostante tutto avete proprio bisogno di un paradigma antropologico, di un riferimento morale, non so immaginarne di meglio dell'umanissimo principe Antonio De Curtis. Per inciso, questo autentico filosofo del “piccolo” intuì, con una sintesi fulminante, l'essenza di quello che è raccontato in questo libro: gli esseri umani sono stati irretiti da un sogno megalomane che li ha trasformati in succubi e insieme dispotici “caporali”, in un mondo diventato caserma.
   Tutte le caratteristiche istintive della natura umana sono il risultato di un lunghissimo e perfezionato adattamento, come le meravigliose strutture del nostro corpo. Illuderci di doverle “migliorare”, per raggiungere le carote giganti dell'utopia, è il mezzo con cui le idee ci hanno plagiato e addomesticato, così che oggi abbiamo un uomo asservito alle idee, invece di idee a misura d'uomo.
   Quello di maggiore portata fa leva sulla nostra naturale speranza in un domani migliore, tanto più acuta nelle situazioni di disagio profondo che la cultura ci crea di continuo. Essa la ritorce contro di noi, prospettandoci delle grandiose utopie con cui ci guida a tappe forzate verso nuovi abissi di asservimento ideologico e di allontanamento dalla nostra ecologia. Le caratteristiche super-stimolanti di questi ideali sono la faccia visibile, ed esibita, della loro inevitabile disumanità.
   L'ideale liberista-tecnocratico della creatività imprenditoriale, della libera competizione tra produttori per soddisfare i bisogni dei consumatori, della crescita indefinita della ricchezza, della democrazia, è andato di pari passo con: imbarbarimento consumistico sostenuto dalla pubblicità, distruzione dell'ambiente, attività predatorie, corruzione di governi, sostegno a regimi dittatoriali corrotti, aziende che tengono nascosti gli effetti nocivi dei loro prodotti, dominio sui lavoratori, fasce di emarginati che alimentano la criminalità.
   L'ideale cristiano-comunista di una società solidale ed egualitaria, del pacifismo, della partecipazione a una comunità di fede, del culto dei santi, dell'attesa della Salvezza, è andato di pari passo con: caccia all'eretico, guerre di conquista giustificate dalla necessità di portare la dottrina a chi vive nelle tenebre, elitarismo e grandi disuguaglianze a favore dell'apparato ecclesiastico o di partito, negazione della libertà di parola, censura generalizzata, uno Stato-Chiesa per il quale non esiste nulla di privato o che si sottragga al suo controllo. Si è tentati di dire che questi risultati concreti non erano nelle intenzioni dei fondatori di quegli ideali, che l'altra faccia del liberismo non è affatto liberismo ma intervento dello Stato o abuso privato, che l'altra faccia del comunismo non è vero comunismo ma pura sete di potere, che l'altra faccia del cristianesimo non è vero cristianesimo ma ipocrisia istituzionalizzata. Ma questa risposta non funziona. Questi risultati sono il modo in cui quegli ideali hanno operato più e più volte nel mondo, senza eccezioni.
   La realtà è che sono serviti efficacemente a sostenere delle società complesse ed altamente organizzate: il comunismo costruì in pochi decenni una grandiosa macchina industriale avanzatissima, che portò per prima l'uomo nello spazio (realtà storica che dopo l'ottantanove si tende generalmente a rimuovere), e il protestantesimo ha fatto anche di più e di peggio, con la sua capacità di ridurre le persone ad atomi egoisti drogati di “successo” competitivo.
   Nessuno dei grandi ascetismi “pseudo-primitivi”, soprattutto quelli che hanno avuto più successo, ha effettivamente generato società più semplici e umane; anzi, hanno portato le società dove si sono diffusi verso nuovi traguardi di militarizzazione, centralizzazione del potere economico e politico, schiavizzazione del lavoro e mercificazione dell'esistenza. Quelli più vicini a un autentico “primitivismo” (come il taoismo filosofico, privo di eroismo ascetico, di tensione escatologica e scarsamente centrato su un leader o scritture divinizzate) si sono presto ridotti a delle curiosità storiche, e non poteva essere altrimenti. L'implacabile selezione non poteva che favorire le innovazioni ideologiche compatibili con un sempre più avanzato processo di addomesticamento degli esseri umani all'interno di sistemi più aggressivi e predatori, di cui non sono che dei semplici corollari.
   La verità rivelata dalla storia (“è dai frutti che si giudica l'albero”) è quella di efficaci, subdoli strumenti di asservimento, di oppressione, al servizio del superorganismo tecnologico. I loro aspetti super-attraenti, che richiamano spesso elementi dell'umanesimo ancestrale, sia pure in forma caricaturale e totalitaria, come la Libertà, il Benessere, la Fratellanza, sono delle vere e proprie esche a cui gli uomini hanno abboccato con facilità, credendo di sottrarsi al giogo insostenibile di un sistema alienante, ma trovandosi poi intrappolati in una sua versione rinnovata e ancora più oppressiva e spersonalizzante. E continuano a farlo.

   Qualunque idea, anche la più brillante, non può mai pretendere di migliorare l'uomo, che come abbiamo visto è il criterio ultimo di perfezione; al massimo può rendere più umana qualche situazione sgradevole. Se cerca di farlo è perché lo vuole mettere in gabbia, utilizzando delle esche attraenti. L'uomo ha vissuto meravigliosamente per millenni in assoluta pienezza, senza nessun “ideale”: con delle idee, al suo servizio per affrontare problemi contingenti e circoscritti, ma nessuna utopia totalizzante (e totalitaria) ad asservirlo, ad alienarlo da sé stesso.

 

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