La Civiltà Contro l'Uomo
La nostra storia vista prendendo Darwin sul serio
di Michele Vignodelli



Le mille esche della grande bolla

Le mille esche della grande bolla

   Il grande superorganismo culturale della “civiltà” ha un'organizzazione complessa: accanto a un'unità centrale solida e fortemente integrata, che discende direttamente dai fondamentali meccanismi produttivi, coercitivi e remunerativi dell'agricoltura, ha creato degli ampi spazi ai suoi margini in cui competono accanitamente una moltitudine ribollente di idee nuove e indipendenti, assimilabili a dei “virus” satelliti; per lo più sono effimere e vengono rapidamente spazzate via da una feroce competizione, ma quando sono utili per rinnovare o rafforzare l'addomesticamento umano e aumentano il potenziale predatorio della civiltà vengono integrate rapidamente nel corpo centrale della cultura. Questo libero spazio creativo è essenziale per diverse ragioni: innanzitutto, come si è detto, il gioco delle novità “rivoluzionarie” e delle mode è la principale droga con cui veniamo addomesticati. Poi, ovviamente, aumenta la velocità evolutiva della cultura nel suo insieme, che può incorporare nel suo genoma i virus vincenti aumentando la sua efficienza complessiva, la sua capacità di addomesticare gli uomini alle sue esigenze sempre più astruse.
   È questa la vera ragione per cui la società “democratica” ha trionfato, alla lunga, su quelle chiuse e oppressive, che sono l'equivalente degli organismi biologici iperspecializzati: efficientissimi e aggressivi nel breve termine, ma infine condannati dal loro asfittico conservatorismo, che rallenta l'innovazione.
   L'idea di una nostra progressiva schiavizzazione da parte della civiltà tecnologica sembra contraddetta dal generalizzato processo di “democratizzazione” che si è andato affermando nell'ultimo secolo: ma quella di “libertà” è la più grande esca inventata dalla civiltà contro gli esseri umani. Per gli schiavi, i servi della gleba e gli operai incatenati alle macchine questo essenziale presupposto di vita umana (il possesso di sé) si trasformò in un fine ultimo, delizioso e agognato, che alcune ideologie civilizzatrici incorporarono subito, contrapponendolo vittoriosamente a quelle che assolutizzavano l'asservimento in nome di altri ideali. Ma la libertà, di per sé, non è nulla; non è un fine, ma solo l'indispensabile mezzo per esprimere la propria umanità, per essere veramente sé stessi: di fatto, nella nostra società è diventata invece la libertà di rendersi servi di dipendenze e condizionamenti sempre più onnipresenti e profondi.
   Le democrazie sono in un senso profondo ancora più oppressive delle società “chiuse”, dove almeno le sbarre della gabbia diventano presto visibili: qui veniamo irretiti da un ipnotico caleidoscopio di deliziose esche pornografiche, che ci condiziona abilmente come topi di laboratorio ad agire e pensare nei modi di un profondo e disumano asservimento psicologico.
   Un ampio spazio ludico è l'indispensabile brodo di coltura delle idee e delle tecnologie, in cui si rafforzano e prendono potere appagando i nostri desideri oltre ogni azzardata immaginazione (compreso quello di “libertà”). Ma ricevere dei diritti e dei benefici non ha nulla ha che fare con la sola vera libertà: quella di essere sé stessi. Sono solo delle droghe per cui lavorare sempre di più, così da assicurare la loro regolare fornitura, per avere ogni tipo di frutta tutto l'anno e un mare di film, di musica e di velenose vendette legali, sempre più insignificanti e insoddisfacenti.
   In una società sempre più complessa e artificiosa l'uomo comune viene rinchiuso in una invisibile rete di infiniti, insinuanti condizionamenti, molto più rigida delle classiche schiavitù dirette. D'altra parte una piccola minoranza innocua di innovatori produce le essenziali mutazioni culturali che diventeranno nuovi e quindi più efficaci condizionamenti per la massa (per il fatto stesso di essere novità) che si accumulano su quelli preesistenti. Scienziati, imprenditori, artisti non possono far altro che escogitare nuove e più efficaci trappole, nuovi “sballi”, nuove droghe che danno sempre più potere al superorganismo tecnocratico nel suo insieme.
   La nostra sbandierata libertà si limita, per la stragrande maggioranza delle persone, alla possibilità di scegliere l'ammorbidente X o Y, la telenovela A o B o uno dei saltimbanchi del vuoto teatrino della politica, privo di qualsiasi effettivo potere, mentre la nostra dipendenza dalla tecnologia e il nostro incasellamento telematico-burocratico crescono di continuo. È questa la vera ragione per cui la civiltà capitalistica ha trionfato. La più grande astuzia del Demonio-Leviatano è stata di farci credere che non esiste più.
   “Dove c'è più conforto di diritti c'è più violenza di accelerazione, più stupro sottile dell'anima, come se i diritti fossero soltanto un anestetico, uno psicofarmaco in sopradose, per far meglio, più superstiziosamente penetrare il comando di correre, rivolto subliminalmente ai ranghi di testa della massa gregaria. Lo charme dei diritti è irresistibile, non è difficile averne sempre di più, perché chi li elargisce sa che i diritti addormentano, ormonizzano l'allevamento. Anche l'entrata pallida di un macello può essere fatta passare per un Luna Park. Tutte queste voci che spingono ad andare sempre più in fretta, modernizzarsi, postmodernizzarsi, crescere (i termini più martellanti sono crescere, crescita, incremento, incrementare, incentivare, usati per ricatto e minacciosamente) a me suonano come voci dell'aguzzino che sulle galere dei grandi monarchi frustava le schiene dei rematori” (G. Ceronetti).
   Ciò ha prodotto un livello di nevrosi e di angoscia senza precedenti, a cui infine (già a partire dagli anni sessanta) la cultura ha prontamente risposto con nuove esche e rispolverandone di vecchie: New Age, ritorno delle fedi tradizionali, comunismo, nazionalismo, ecologismo spicciolo, il tutto riciclato in forma di attraenti e innocui gadget commerciali nel grande calderone consumistico, dove vengono variamente assemblati a nuove ed “entusiasmanti” schiavitù tecnologiche. Il sistema ne è uscito così rafforzato e più oppressivo che mai, decisamente lanciato verso l'ultimo grande balzo: un mondo post-umano.

   Il fatto che la cultura sia davvero diventata una entità vivente autonoma è dimostrato al di là di ogni dubbio dalla divaricazione tra successo personale e successo riproduttivo: le persone più colte e di maggior successo del ventesimo secolo (secondo un'accurata indagine svolta in America) hanno avuto un tasso riproduttivo largamente inferiore a quello medio della società americana. Tutti sanno che il tasso riproduttivo degli occidentali, la popolazione più ricca e avanzata del mondo, è bassissimo rispetto a quello dei paesi poveri. Mentre la cultura europea si diffonde velocemente in tutto il mondo, i geni degli europei perdono terreno altrettanto rapidamente. Ciò significa che i geni hanno ceduto il controllo ad altre unità evolutive. I ricchi europei e americani rinunciano ad avere figli biologici per produrre una diversa progenie, sotto forma di idee. Anche se sembrano dei privilegiati, in realtà sono la classe più oppressa e più schiava della cultura parassita, totalmente ipnotizzata dalle sue innumerevoli droghe.
   Il concetto di “vita” non è necessariamente legato ai processi biochimici del carbonio a cui noi comunemente lo associamo. Quello è solo un substrato del processo vitale; la vita in sé è una configurazione dinamica che perdura nel tempo: ma non tutte le configurazioni sono vita. La caratteristica fondamentale delle configurazioni “vive” è che la loro continuità è dovuta a una interazione dinamica con l'ambiente, guidata da un sistema omeostatico: l'informazione codificata nella configurazione varia di continuo, ma la variazione è vincolata a rimanere entro un preciso intervallo attraverso dei meccanismi retroattivi. Sulla base di questa precisa definizione del termine “vita” (oggi largamente condivisa) si può tranquillamente affermare, ad esempio, che le automobili sono vive: esse si autoriproducono nelle industrie automobilistiche utilizzando meccanici umani. Quindi per la loro riproduzione è necessaria un'altra specie vivente: ma questo è vero anche nel caso delle piante da fiore, che utilizzano gli insetti per l'impollinazione e vari animali per la dispersione dei semi. I virus hanno bisogno dell'intero apparato di una cellula per riprodursi. La forma delle automobili nel loro ambiente viene conservata dalla selezione naturale: tra le varie “specie” di automobili la competizione è accanita. Le automobili europee sono in gara con quelle giapponesi e americane per accaparrarsi le magre risorse, cioè il denaro per i loro produttori. Naturalmente i manufatti non sono altro che l'espressione “somatica” di sistemi di idee. Così come i replicatori genetici, anche quelli culturali competono attivamente tra loro nella capacità di indurre in noi comportamenti che li facciano sopravvivere ed espandere. Ma questo avviene solo a un livello secondario: primariamente sono organizzate in un grande sistema coordinato (la “civiltà” stessa) che serve a blandirci e ad approfondire il nostro stato di addomesticamento, espandendo il loro spazio vitale complessivo. Marx, osservando l'emergere della società consumistica, ne ebbe un'intuizione molto chiara: “L'oggetto che il lavoro produce, il prodotto del lavoro, si contrappone a esso come un essere estraneo, come una potenza indipendente da colui che lo produce. […] Quanto più l'operaio si consuma nel lavoro, tanto più potente diventa il mondo esterno, oggettivo, che egli si crea dinanzi” (Manoscritti, pp. 71-72). Come scrisse Thoreau, “noi non ci muoviamo grazie al treno; è il treno che si muove attraverso noi”.
   Le automobili ci hanno adescato con la loro potenza aggressiva e una fantastica idea di “libertà”: la libertà di scorrazzare come missili per i continenti senza vedere nulla e senza incontrarsi con nessuno, pretendendo un tributo di sangue più grande di qualsiasi guerra. Eppure noi non solo abbiamo abboccato, ma ci siamo lasciati soggiogare fino al punto di trasformare tutte le città, le campagne e la nostra stessa vita a misura di automobile, facendole diventare un incubo da cui fuggire. Naturalmente in automobile, che ci porterà in quelle terre incontaminate e selvagge che si vedono nella pubblicità. E questo non sarebbe un essere vivo, attivo e intelligente? Naturalmente, di questo organismo alieno il singolo manufatto è solo il terminale, l'esca. Se ci siamo lasciati ridurre così dalle stupide automobili, che cosa ci farà il computer? Beh, quello almeno non minaccia la nostra incolumità fisica, e promette di realizzare ogni nostro sogno “alla velocità del pensiero”, così che pensare non serve quasi più, basta restare collegati e lasciar pensare lui: mantenendoci in un perenne e sempre più passivo orgasmo tecnologico lavora a pieno ritmo per ridurci a inutili piattole, appiccicate a succhiare, in una capsula virtuale, emozioni e cibo dal suo corpo onnipotente.
   Un importantissimo “virus” culturale, che rappresenta la vera e propria linfa vitale del superorganismo predatorio, è il denaro. La sua nascita è strettamente legata alla possibilità di accumulare consistenti eccedenze di cereali, derrate di grandissima conservabilità nel tempo (non a caso viene talvolta chiamato “grano”); una volta nata questa idea di un grande benessere futuro fondato sull'accumulo, si trasferì su sostanze più concentrate, durevoli e irresistibilmente attraenti: tutti sanno che le gazze sono attratte da monete, anelli e orecchini, che raccolgono e tesaurizzano avidamente, anche se per loro sono del tutto inutili; lo fanno solo perché questi piccoli oggetti luccicanti sono la caricatura di oggetti naturali commestibili come grossi semi, coleotteri e frutti. L'oro e l'argento sono metalli perfettamente inutili, ma istintivamente attraenti, e si conservano all'infinito.
   La pulsione della raccolta è per noi del tutto naturale, come per tutti gli animali che si nutrono di semi e frutti: vi sarà capitato di passeggiare in un bosco in ottobre e notare distrattamente la presenza di grosse castagne; l'indifferenza iniziale (con pochi soldi potreste comprarne decine di chili) cede al fascino ancestrale di quegli oggetti lucidi e sferici, così che ne raccogliete qualcuno. A quel punto siete presi da una specie di frenesia della raccolta che vi fa dimenticare del tutto la vostra meta iniziale. La cosa comunque finisce presto perché le vostre tasche si riempiono, o perché finiscono le castagne. Inoltre, le castagne si mangiano o marciscono in fretta. Ma con i soldi, invece, non finisce mai la possibilità di accumularne. Soprattutto da quando si sono trasformati da stimolo incondizionato (lucente e pesante) in stimolo condizionato (carta, e infine semplici numeri). La promessa di piacere diventa sempre più astratta e proiettata in un futuro sempre più utopico e lontano. Così non abbiamo più nemmeno il piacere, quasi sessuale, con cui l'avaro tuffava le mani nel forziere colmo di monete; ma anche la stessa promessa utopica di godimento futuro di ciò che viene accumulato non ha più molta importanza: la nostra vita è così profondamente strutturata sul guadagno che questo stesso stile di vita è diventato la nostra droga. Per il topo addestrato a correre nella ruota per ottenere zucchero la corsa stessa diventa il premio per fargli fare altre cose ancora più strane, come arrampicarsi su una corda: gli scopi che la cultura suggerisce sono intrinsecamente premianti perché le persone imparano a trarre piacere dal perseguire questi scopi assurdi che gli vengono imposti. Noi vagamente “sappiamo” che i numeri scritti sull'estratto conto corrispondono a beni veramente utili, ma non è certo questo che motiva tutto il nostro frenetico speculare, accumulare e andare per negozi. È la frenesia stessa. Se le castagne erano solo un mezzo di sopravvivenza e immediato piacere, i soldi hanno trasformato noi in un mezzo per la loro diffusione, rendendoci loro schiavi. Da semplice mezzo sono diventati fine ultimo.
   La macchina economica e consumistica ci impone il suo ritmo sempre più disumano mettendo abilmente in corto circuito il nostro istinto naturale della raccolta, indirizzandolo su un obiettivo inconsistente e cartaceo ma, proprio per questo, inesauribile. Non si è mai sazi di denaro, come di castagne. In questo modo ci manovra come marionette.
   La geniale smaterializzazione del denaro fa si che la gente crede di essere sempre più ricca, mentre in realtà possiede solo dei numeri registrati su un computer. Se tutti cercassero di trasformare contemporaneamente i soldi e i titoli che possiedono in beni concreti si accorgerebbero che non esistono. Ma si tratta di un dettaglio irrilevante: siamo troppo impegnati a lavorare per farlo. Solo quando i mercati di sbocco saranno definitivamente esauriti e i consumatori saranno definitivamente svuotati dalla frenesia sempre più incalzante a vendere e comprare, a stupire e ad essere stupiti con trabiccoli, stordimenti mediatici e sballo da novità, allora ci accorgeremo che il denaro era solo speranza, speranza mal riposta in un futuro ancora più cialtrone, spendaccione e alienato dell'oggi. Finora questa profezia si è facilmente auto-realizzata (lavorare sempre di più per avere denaro ci ha creato sempre nuove nevrosi, bulimie e bisogno di denaro), ma l'imbecillimento dell'uomo ha dei limiti fisici: non può proseguire all'infinito, così come l'espansione dei mercati. Lo scoppio di questa grande “bolla” strutturale sarà davvero memorabile.
   Il denaro è il più subdolo e pervasivo dei virus culturali: si potrebbe definire una sorta di “metavirus”, che funziona da lubrificante di tutto il sistema. Induce un modo di vivere frenetico, allarmato e convulso che ci riempie di ansie e facilita così la diffusione di tutti gli altri virus, dispensatori di droghe che creeranno sempre nuovi problemi e ulteriore bisogno di denaro. È questo il suo infernale meccanismo retroattivo: più si lavora e più il bisogno di denaro aumenta, e così si rafforza la nostra dipendenza dai condizionamenti tecnocratici.

   Quando le idee cominciarono ad avere una vita propria trovarono subito nell'arte, e poi nella scrittura, un mezzo fondamentale per fissarsi, svilupparsi e diffondersi al riparo dalla manipolazione individuale umana. In questo modo poterono diventare dei grandi sistemi autonomi in grado di dominare la vita delle società, modellandole secondo i loro interessi. Con l'esternalizzazione delle idee come rappresentazioni artistiche prende corpo la prima forma di indottrinamento, attraverso la potente seduzione di stimoli chiave amplificati ed estratti dal loro contesto naturale. Gli esseri umani vengono condizionati ad apprezzare la realtà frazionandola, isolandola, amplificando dei dettagli, misurandola quantitativamente, mentre perde importanza la visione d'insieme, il senso estetico complessivo ed ecosistemico (l'armonia, il paesaggio). In questo modo le idee hanno trasformato la mente in un'arena dove competono ma soprattutto cooperano per sedurci, facendoci diventare i loro devoti replicatori. La saggezza e l'armonia complessiva, che mantenevano le idee al servizio di un contesto generale di consacrata stabilità, vengono travolte da provocazioni ed eccitamenti irresistibili, capaci di generare dipendenza.
   La totalità ancestrale della mente viene spezzata in ideali e mode particolari, in simbolismi caricaturali, ipnotici, alienati, che si presentano alla nostra coscienza come delle “rivelazioni” formidabili e travolgenti, da cui veniamo risucchiati. Essi furono gestiti fin dall'inizio dagli sciamani, con i loro trucchi scenografici, iniziazioni ipnotiche e feticci taumaturgici, quindi da sacerdoti e visionari politici, facendo leva sullo stato di profondo sradicamento psicologico successivo al trauma della civilizzazione, che conferisce suggestionabilità, bisogno disperato di dipendenza dalle novità mirabolanti e grandiose, soprattutto nella drammatica fase giovanile del rifiuto del mondo disumano degli adulti. È il meccanismo tipico della “conversione”, descritto dal romanziere Arthur Koestler con notevole capacità introspettiva: “Nel cervello sentii una specie di “click” che mi scosse come un'esplosione mentale. Dire che fu come se “avessi visto la luce” è una misera descrizione di questo rapimento. La nuova luce sembra riversarsi da ogni lato della testa. L'intero universo si ordina secondo il nuovo modello, come i singoli pezzi di un mosaico riuniti per incanto al tocco di una bacchetta magica. Ecco, ora c'è una risposta per ogni problema, i dubbi e i conflitti appartengono ad un passato di tormenti, un passato ormai remoto in cui si è vissuto nella tetra ignoranza, nel mondo insipido e incolore di quelli che dicono non so.” La nostra vita non è che una collezione di conversioni, sempre più piccole e frequenti, di fronte alle fantastiche novità simboliche da cui veniamo continuamente bombardati. Basti pensare al grande fenomeno della moda, molto più efficace di un'unica grande conversione totalitaria come quella descritta da Koestler, di cui è più facile riconoscere le sbarre e da cui è più facile affrancarsi.
   Lo sviluppo di artifizi artistici, e poi ideologici, forniva un repertorio sempre più vasto e potente di superstimoli sostanzialmente pornografici: non a caso agli albori dell'arte ci sono le cosiddette “veneri” paleolitiche, una sorta di “superfemmine” che potevano dominare le fantasie dei maschi (è straordinario vedere come esse, in forme molto più raffinate, insinuanti e mutevoli, continuino a funzionare, sulle patinate copertine dei settimanali, stimolando eserciti di yuppie ad ammazzarsi di lavoro per potersele un giorno “comprare”). Con il conseguente sviluppo successivo di una civiltà sempre più artificiosa e disumana l'arte è andata caricandosi di una inconsapevole nostalgia per la perduta armonia ancestrale, ma opportunamente trasfigurata in senso innovativo e futuristico, proprio come abbia già visto in campo ideologico-religioso. Comunque la natura francamente pornografica e ipnotica è ancora largamente dominante in quasi tutta la musica, il cinema e le arti visive. Gran parte della musica, anche di quella cosiddetta “colta”, non è altro che la caricatura ipnotica e chiassosa dell'estetica sonora profonda, legata alle avvolgenti modulazioni sensuali della voce umana, intensamente cromatica ed espressiva. I suoni degli strumenti musicali e della orchestrazione tecnologica sono espressioni caricaturali e frammentarie della voce umana, letteralmente alienate dal loro contesto originario e autentico.
   L'attività musicale, legata indissolubilmente alla danza in tutti i popoli primari, è essenzialmente l'espressione spontanea dell'unità tra i membri del gruppo sociale nello stile di vita consacrato dal legame immutabile con la natura, che si oppone attivamente all'individualismo e alla deriva culturale: è l'essenza stessa della religione (appartenenza). L'armonia e la sensualità della voce e dei movimenti sono anche una perfetta espressione sintetica dell'intelligenza e del temperamento individuale, con un ruolo importante nella scelta sessuale, in modo analogo al canto e alle danze degli uccelli. In questo senso si può dire, sinteticamente, che la musica-danza è risonanza tra cuori, in cui le barriere dell'io si dissolvono in qualcos'altro, di volta in volta la coppia, il gruppo, e, nell'espressione più alta, la natura stessa.
   Sciamani e sacerdoti la trasformarono in “composizioni” virtuosistiche, tronfie e schematiche per trasmettere un forte senso di soggezione, passività e dipendenza, che ha raggiunto la sua massima espressione con la musica occidentale moderna, attraverso l'apporto fondamentale di formidabili apparati tecnici che sostituirono la voce, o trasformando la voce stessa in uno strumento meccanico disincarnato e autoritario (si pensi all'organo di Bach o alla chitarra elettrica). Lo sfruttamento di questi stimoli sonori ipertrofici, ipnotici e caricaturali trasformò la musica in effimera e chiassosa moda musicale, asservita alle compulsioni e alle frenesie che ci tengono schiavi, facendone un elemento sempre più importante della prigione metropolitana, in cui le sirene “supernormali” del virtuosismo hanno un ruolo sempre più fondamentale. In questo processo si introdusse l'artificiosa gerarchia tra compositore, esecutore ed ascoltatore, che consacra continuamente i ruoli fondamentali e alienati della società complessa: clero, politici, tecnici vari e popolo bue imbottito di droghe ed effetti speciali, sonori e non solo, che lo rimbecilliscono con trovate sempre più sofisticate ed “esplosive” per fargli dimenticare la noia, la fatica, l'angoscia e la solitudine.
   Astraendosi dall'ottusità ipnotica del bombardamento della moda musicale si ha davanti a sé un paesaggio ricchissimo in cui è facile riconoscere, dietro il recente fracasso consumistico, l'universale, eterna natura umana. Ascoltando Vivaldi o un corroboree australiano si accede alla stessa immediata, divina, ineffabile certezza della falsità opprimente dell'ufficio, dell'ipermercato e del computer, ben al di là di qualsiasi prova o ragionamento (anche se in Vivaldi c'è ovviamente una inevitabile vena retorica e sentimentale). Ascoltando Wagner, la Marsigliese o gli All Blacks vibra nelle ossa con un brivido sacro l'opprimente falsità di tutte le insinuanti, mielose e ipocrite utopie del dissanguamento dell'uomo in un anemico angelo ecumenico, digitale e globalizzato.

   La necessità di memorizzare i complessi movimenti di merci, denaro, schiavi, tasse e informazioni all'interno del superorganismo sociale porta alla nascita della scrittura. I primi libri dell'umanità, scritti in Mesopotamia su tavolette d'argilla giunte sino a noi in grande quantità, erano soltanto aridi documenti contabili. La funzione primaria della comunicazione scritta era chiaramente facilitare l'asservimento e lo sfruttamento nelle prime strutture statali. È qui che le idee possono cominciare ad accumularsi e intrecciarsi in sistemi complessi, integrati, e assumono quel carattere astratto, quantitativo e parcellizzato che è alla base del pensiero “razionale”. Il pensiero veramente umano, che era analogico, fatto di collegamenti per coincidenze, intuizioni, paradossi, viene gradualmente sostituito dal pensiero logico, costituito da lunghe catene sequenziali di dati quantitativi e istruzioni per elaborarli, che assomiglia in modo impressionante alle catene del DNA. Le parole diventano dati e istruzioni, il vocabolario si inflaziona e ingrigisce; non è più l'espressione diretta dell'animo umano, ma il genoma della tecnologia.
   Siamo irretiti nella coazione all'accumulo, alla tesaurizzazione e organizzazione di questi segni astratti senza più significato, nella assurda speranza ben orchestrata che da questa bulimia emerga un Significato definitivo e totalitario, mentre in realtà la valanga di informazione non produce altro che l'erosione continua di tutti i significati autentici.
   Direttamente connessa alla scrittura è l'invenzione della numerazione, del tutto superflua prima del possesso e del commercio di animali, terreni, derrate e schiavi. Conformismo, ripetitività e regolarità furono fattori decisivi per lo sviluppo della civiltà, sostituendosi alla spontaneità totalizzante della vita pre-agricola. L'aritmetica costituì un importante strumento per l'asservimento della natura, vista come “caos” indistinto da ordinare e ridurre a forme geometricamente esatte. La sensuale, caotica diversità del mondo naturale viene semplificata in fredde, asettiche, morte formule matematiche per riplasmare la realtà sul loro modello, riducendola a inerte strumento del superorganismo predatorio.
   Così la conoscenza da esperienza totalizzante e sensuale diventa fredda aritmetica incrementale, da cui vengono rigorosamente estromesse la poesia, che diventa tronfio e astruso intellettualismo, l'erotismo, che diventa bulimia consumista, mentre il gioco viene confinato negli stadi, l'umorismo nella farsa, la musica nello sballo da discoteca o nel virtuosismo snobistico del “maestro”.

   Il classico incubo prospettato da molti racconti di fantascienza vede la colonizzazione della Terra da parte di alieni che si impossessano dei nostri corpi e delle nostre menti, trasformandole in terminali del loro sistema predatorio: durante la guerra fredda questo era un modo per esorcizzare la paura dell'indottrinamento comunista che poteva disumanizzare gli uomini trasformandoli in “alieni”. Non si tratta di una semplice metafora: è una descrizione esatta di quello che è successo agli esseri umani da alcune migliaia di anni, e che continua ad avvenire anche nelle nostre democrazie, in modo quanto mai efficiente ed insinuante. Guardate bene i nostri politici e i nostri imprenditori: ma vi sembrano davvero esseri umani, o non piuttosto delle povere marionette asservite dal potere, dal denaro, dalla “crescita”? Tesi e ansiosi, ossessionati dalla camicia sempre immacolata e da tutto quello che dicono o fanno, non sono realmente sé stessi, ma schiavi obbedienti al servizio delle idee, sotto forma di accattivanti ideali utopici o di seducenti prodotti commerciali, per la loro sempre maggiore forza e indipendenza. A scapito nostro, che diventiamo sempre più dipendenti e condizionati.
   Il risultato finale è sempre inevitabilmente disumano, dato che qualsiasi artefatto sociale e ambientale non può che alienarci sempre di più dalla nostra complessiva, autentica vocazione umana. La cultura tende ad espandere il suo spazio proprio creando sovrastrutture sempre più complesse e artificiose, in cui la natura umana è sempre più compressa. Per rendercele accettabili, soddisfa in modo massiccio le nostre più immediate pulsioni al piacere e all'evitamento del dolore. I dolci, le comodità, i giochi elettronici e l'illusione di un Paradiso futuro sono un ben misero sostituto di una vita pienamente umana, ma creano facilmente abitudine e infine completa dipendenza. È difficile comprendere quanto la nostra esistenza sia povera e alienante quando non se ne è mai sperimentata un'altra. Come l'asino bendato che gira eternamente attorno alla macina, noi non rinunceremmo mai alle dolci carote per tornare ai duri cardi della steppa. Si può quindi ben dire che siamo “sazi e disperati”, anche a causa della stessa innaturale abbondanza di beni, comodità e idee da cui siamo dipendenti. Questa ci consuma letteralmente dall'interno, rendendoci sempre più deboli, infantili e nevrotici, di fronte a una tecnologia sempre più potente e disumana.
   L'effetto è quello di una vera e propria “domesticazione” dell'uomo, analoga a quella degli altri animali: i bovini domestici, ad esempio, sono oggi diffusi in tutto il mondo, mentre l'uro selvatico si è estinto; essi hanno acquistato una maggiore competitività diventando dipendenti da una cultura che ha trasformato radicalmente l'ambiente per farli espandere (abbattendo le foreste, coltivando foraggi, costruendo stalle, ecc.). I loro geni, la loro struttura mentale profonda sono però sostanzialmente gli stessi dell'uro, e sono quindi intimamente disadattati per questa vita così diversa, molto meno appagante emotivamente di quella selvatica (per quanto possa sembrarci strano, anche nel più viziato e lezioso dei barboncini batte il cuore di un lupo). Ma attraverso il profondo plagio che subiscono fin dalla nascita sono totalmente dipendenti dalla cultura agricola: una mandria di bovini domestici rimessa in libertà tornerebbe subito nella stalla se ne avesse la possibilità, al riparo dalle intemperie, dai predatori, e con il cibo sicuro. Il dominio delle idee nei nostri confronti è analogo a quello che, tramite noi, esercitano sugli animali domestici; l'aspetto paradossale di aver prodotto una larga espansione numerica delle sue vittime non deve trarre in inganno: anche se più numerosi, i bovini domestici sono diventati un semplice, fragile strumento nelle mani della civiltà, destinato a una immediata estinzione appena non avesse più bisogno di loro. Questo è esattamente quello che è successo anche a noi; il fatto che le idee risiedano nella nostra grande corteccia cerebrale non ha alcuna importanza: esse ci sono intimamente estranee quanto lo sono per i bovini o per i cani. Non hanno niente a che fare con la nostra intima e vera natura umana, che resta quella della preistoria.
   La nostra situazione assomiglia molto a quella dell'aquila allevata da una chioccia e cresciuta credendo di essere un pollo, diventando grassa e incapace di volare: un giorno, quando ormai era vecchia, vide sopra di sé uno splendido uccello che planava, maestoso ed elegante. La vecchia aquila alzò lo sguardo, stupita: “Chi è quello?” chiese. “È l'aquila”, rispose il suo vicino. “Appartiene al cielo. Noi invece apparteniamo alla terra, perché siamo polli. Ogni giorno deve cercare faticosamente una preda, uccidendo altri animali, mentre i cacciatori le sparano a vista. Non ha riparo dal freddo e dalla pioggia. Noi siamo molto più civili: ci servono il cibo nel piatto, senza che dobbiamo uccidere nessuno, e abbiamo un pollaio sicuro e confortevole”. Ma una mattina, quella stessa mano che aveva sempre elargito un cibo fin troppo facile e abbondante, arrivò per uccidere. Al mondo nessun pasto è gratis, e noi stiamo mangiando da troppo tempo piatti succulenti e gratuiti. Prima o poi qualcuno ci presenterà il conto, e sarà molto salato. Noi ci siamo gradualmente abituati, fino alla totale dipendenza, a un modo di vivere che ci sta portando verso un olocausto biologico e, comunque, verso un mondo post-umano. La civiltà ci ha viziato per colonizzare i nostri cervelli e renderci dipendenti, ma continuerà a farlo solo fino a quando avrà bisogno di noi.
   Cani, pecore, polli ed esseri umani, siamo tutti prigionieri del sistema vivente autonomo che chiamiamo “civiltà”. Naturalmente, come accade nelle carceri, non tutti i prigionieri sono uguali: ci sono detenuti potenti, al vertice della piramide gerarchica, e altri deboli; ci sono ricchi e ci sono poveri. Il detenuto più ricco e potente, che viene servito da tutti gli altri e abbondantemente rifornito di prelibatezze è in realtà il più miserabile di tutti, perché è così intontito di droghe (tra cui, per prima, il suo status dominante, che comporta uno stress micidiale) che non riesce più nemmeno a vedere le sbarre della sua gabbia. Questa è la condizione di noi ricchi occidentali.
   Forse la metafora più efficace della civiltà è l'esercito. Come in ogni caserma, non c'è nessuno che sappia davvero il perché di questo assurdo apparato: tutti, dal generale all'ultimo dei soldati, sono schiavi dell'ingranaggio delle adunate, del passo cadenzato, dei gradi, delle mostrine colorate, delle fulgide medaglie, delle “formative” sevizie e dei formidabili carri armati. Il mondo militare è in effetti incredibilmente affascinante, traboccante di stimoli supernormali e droghe psicologiche, ma, nello stesso tempo, profondamente disumano, non solo perché il suo unico vero scopo è l'assurdo massacro della guerra.

   Le idee predatorie sono l'incarnazione di Mefistofele: nate in un cervello divenuto troppo plastico perché i geni potessero conservarne il controllo, esse tentarono l'uomo (Faust) per averne il dominio, offrendogli piaceri e potere terreno in cambio dell'anima. Nel dramma di Goethe Faust comprende infine che i vantaggi materiali non davano la piena, autentica felicità, e riesce a rientrare in possesso della sua anima. Ma anche se tutti gli uomini arrivassero a questa consapevolezza, noi non potremmo semplicemente tornare indietro come fece Faust. Più la gente acquisiva tecnologia, più era in grado di moltiplicarsi e di alterare l'ambiente, distruggendo la propria millenaria armonia spirituale. I danni fatti rendevano necessario acquisire ancora nuova tecnologia per il solo scopo di sopravvivere. La tecnologia avanzata è diventata una protesi mostruosa che ci tiene vivi, e che noi siamo ormai costretti a sviluppare sempre di più.
   Non è detto, comunque, che le idee debbano essere sempre più aggressive, con sempre maggiore impatto eco-psicologico. Anzi, nella misura in cui stanno facendo grossi danni a livello planetario, è probabile che emergano delle idee antagoniste a bassa virulenza, ecocompatibili, dei veri e propri “antivirus”, un po' come succede con gli agenti infettivi troppo dannosi. Si tratta di idee che eliminano le idee predatorie attraverso una “deprogrammazione” che fa leva sul nostro buon senso e sulla nostra razionalità. Purtroppo la loro diffusione è estremamente lenta, almeno finchè non ci sarà una catastrofe (è nella loro natura di non essere diffusive, attraverso la facile demagogia utopistica e l'appeal seduttivo).

 

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