La Civiltà Contro l'Uomo
La nostra storia vista prendendo Darwin sul serio
di Michele Vignodelli



Educazione o plagio?

Educazione o plagio?

   Nella nostra società di massa l'unico modo per ottenere una solida identità e una certa libertà è “emergere” schiacciando la massa stessa. Tutti gli altri, che non sono abbastanza egoisti e furbi, devono comunque adattarsi alla grigia schiavitù dei meccanismi tecnocratici di dominio. In questo sforzo siamo sostenuti da un'infinità di premi e incoraggiamenti, proprio come si fa al circo per addestrare gli animali a compiere delle azioni assurde e innaturali. Si tratta di un vero lavaggio del cervello, che crea degli individui dipendenti per tutta la vita dall'approvazione degli altri, eternamente affannati attorno all'immagine artificiale di sé, e alla continua ricerca di premi condizionati (denaro, qualifiche, riconoscimenti, status symbol). Per queste droghe sono disposti a sacrificare ogni affetto e ogni amicizia: diverse ricerche hanno mostrato che gli studenti sono intimamente soddisfatti quando i loro amici hanno una cattiva prestazione scolastica, e fanno inconsciamente di tutto per provocarla.
   Con l'istituzione della scuola i bambini vennero letteralmente sradicati dallo spazio naturale di apprendimento previsto dalla loro natura biologica, fatto di pratica, gioco, confidenza, sicurezza affettiva. L'apprendimento, da spontaneo gioco svolto a tempo pieno, in un contesto colmo di affettività, diventa “lavoro” scolastico, controllato da professionisti e sostenuto da un complesso sistema di premi e punizioni. La competizione prevale sulla cooperazione, la disuguaglianza sulla uguaglianza, per sviluppare un individualismo narcisistico che diventerà un macigno opprimente su tutto il resto della loro vita, condannandoli a un profondo complesso di inferiorità, in maligna connessione, tipicamente paranoide, con uno speculare complesso di superiorità. L'intima, disperata solitudine li renderà ricettivi a tutte le dipendenze e le compulsioni indispensabili per ottenere dei servi obbedienti e dei caporali per i disumani ingranaggi del formicaio tecnocratico. Questo sistema è fatto apposta per selezionare dei “perdenti” ridotti a schiavi, drogati di spazzatura pornografica o addirittura respinti ai margini della società (raramente riciclati dal sistema come “giullari” mercenari) insieme a dei “vincenti” che si sono lasciati manipolare diventando degli automi disumanizzati e spietati.
   Generalmente si pensa alla scuola come a un'istituzione che impartisce abilità e conoscenza, ma questa non è affatto la sua funzione principale. Il suo scopo principale è l'indottrinamento tecnocratico e burocratico, sia in forma esplicita che, soprattutto, implicita: i ragazzi imparano a essere ordinati e puntuali, a stare seduti in silenzio, a tenere un'attenzione costante sui superiori e ad obbedirgli senza fare domande; è nella scuola che i giovani vengono per la prima volta sottoposti alla diretta sorveglianza di persone che non sono i loro genitori o parenti. Imparano ad obbedire agli altri non per l'amore e la protezione che questi gli offrono, ma perché il sistema sociale richiede un'uniforme adesione alle regole. Il singolo alunno non è più considerato qualcuno in particolare, ma solo un numero della massa, sottoposto alle stesse regole e alle stesse aspettative di chiunque altro. Un sistema impersonale di valutazione quantitativa abitua i ragazzi a valutare sé stessi secondo questi criteri riduttivi, stimolando una competitività verso il basso e un gretto egoismo, in cui viene premiato il conformismo all'ideologia di fondo del sistema mentre gli atteggiamenti critici e personali sono fortemente penalizzati.
   Il contrasto tra la nostra cultura educativa e quella di popoli “primitivi” è stridente: “ Boris è in difficoltà: deve ridurre 12/16 ai minimi termini, ma si è fermato a 6/8. L'insegnante gli chiede con calma se ce la fa ad andare avanti. Lo invita a “pensare”. C'è un grande alzarsi e sedersi e un grande agitar di mani da parte degli altri bambini, tutti presi dalla frenesia di correggerlo. Boris ha l'aria sconsolata, forse ha un blocco mentale. L'insegnante, calma, paziente, ignora gli altri e concentra su Boris lo sguardo e la parola… Dopo un minuto o due si fa più incalzante, ma Boris non risponde. Allora si rivolge alla classe e dice: “Bene, chi sa dire a Boris qual è il numero?”. Si solleva una selva di mani e l'insegnante chiama Peggy. Peggy dice che il numeratore e il denominatore si possono dividere per quattro. Così l'insuccesso di Boris ha reso possibile il successo di Peggy, la depressione dell'uno è il prezzo dell'eccitazione dell'altra, la sofferenza dell'uno è la ragione della gioia dell'altra. È questa la condizione tipica della scuola americana… Così il successo di una persona viene acquistato a spese dell'insuccesso di un'altra. A uno Zuni, a uno Hopi o a un Lakota l'atto di Peggy apparirebbe incredibilmente crudele perché la competizione, lo strappare il successo dall'insuccesso di un'altra persona rappresenta una forma di tortura estranea a questi popoli non competitivi” (J. Henry).
   L'introduzione massiccia delle tecnologie informatiche rende l'indottrinamento tecnocratico ancora più efficace, riducendo drasticamente gli spazi di libera socializzazione e di creazione individuale di senso. Si abituano i ragazzi a una cieca fiducia e soggezione nei confronti di un imponente armamentario oscuro, “numinoso” e dogmatico. L'imposizione pervasiva, impersonale e autoritaria delle sue informazioni standardizzate distrugge la base stessa della autentica conoscenza: l'emozione, la memoria, la riflessione non si accordano con l'informazione, l'efficienza, la velocità. La conoscenza è un'avventura personale che scaturisce dalle proprie esperienze concrete, dai contatti umani, da una solida cornice affettiva, elementi che stanno rapidamente svanendo. Per questo i “primitivi” appaiono molto più densi e saggi di noi: perché non hanno avuto libri e tv, ma nonni, padri, zie, fratelli, animali, sentieri ed orizzonti. Non mappe perfette su cui tutto è già scritto ma vaghi e affettuosi segni su cui scrivere i propri.
   Mentre l'immenso rullo compressore di suggestioni ipnotiche preconfezionate trasforma i nostri figli in gusci vuoti senza storia, un coro di trionfalismo esalta l'ingresso della telematica in aula come la soluzione definitiva di tutti i vecchi e nuovi problemi della scuola, ultimo rifugio di umanità proprio per la sua “inefficienza”.
   Si cresce più in un giorno di occupazione che in mille ore di matematica, dove comunque si può ancora giocare e chiaccherare di nascosto. Ma il sistema non ha bisogno di uomini: gli servono solo dei produttori-consumatori efficienti.
   La sempre maggiore complessità tecnologica e organizzativa sta trasformando la nostra vita in una lotta quotidiana per venire “aggiornati”. Gli anziani, che nelle società primarie erano onorati e rispettati come i depositari della saggezza, tanto che i giovani aspettavano con impazienza l'arrivo della vecchiaia, sono già diventati dei reietti, non solo perché faticano ad “aggiornarsi”, ma soprattutto perché sono il passato, cioè il male. La vita degli anziani è diventata desolata, vuota, disperata, mentre gli abnormi “successi” della medicina la prolungano in una penosa sopravvivenza vegetativa. Un aberrante accanimento terapeutico si spinge ormai fino al ridicolo, sia per la competizione fra i medici che per la generalizzata fobia della morte, tanto da rendere davvero invidiabile la condizione degli animali domestici, a cui una dose eccessiva di anestetico pone termine a inutili sofferenze. Mentre la medicina arcaica si preoccupava essenzialmente di alleviare il dolore, riconoscendo l'ineludibile necessità della morte, la medicina moderna, espressione di una cultura che ha sempre visto la natura come nemica dell'uomo, si illude di distruggere definitivamente la vecchiaia e la malattia, preoccupandosi solo di aggiungere anni alla vita, invece della sua dignità.

   Nella prima infanzia ognuno di noi viveva interamente nel presente, in uno stato di totale fiducia e innocenza, intimamente unito a sua madre. Ma crescendo scopre che sua madre è un'entità separata con le sue necessità e i suoi limiti, mentre il mondo esterno è ostile e imprevedibile. L'esperienza infantile cambia da una spontanea fiducia alla preoccupazione e al bisogno. Questo crea una separazione tra il sé e “l'altro” nella coscienza del bambino, che cerca di riempire questa lacerazione con “oggetti transizionali”, come, all'inizio, un orsacchiotto; in seguito con le dipendenze e le credenze che gli vengono fornite dalla nostra cultura alienata, per dargli un illusorio senso di sicurezza. Il potente bisogno di sostituti affettivi guida gli individui nella loro ricerca di possesso e potere, rendendoli schiavi delle gerarchie, delle ideologie e delle tecnologie. Nelle società primarie alla madre, che viveva peraltro una totale e prolungata intimità col figlio, si sostituiva un ambiente sociale e naturale altrettanto affidabile e totalizzante, così che il bambino cresceva conservando la sua fondamentale fiducia e spontaneità, senza sperimentare una drammatica lacerazione affettiva.
   Il fondamentale lavoro di E. Erikson ha dimostrato come il sentimento di fiducia essenziale verso il mondo nasca dall'intimo rapporto affettivo con la figura materna, che in origine si allargava senza interruzione a un contesto sociale di tipo familiare. È proprio da qui, da questa atmosfera di profondo affetto, che nasce una solida identità personale, essenziale per affrontare gli inevitabili elementi ostili dell'ambiente con equilibrio e sicurezza di sé. La relativa costanza delle abitudini e delle presenze quotidiane, cariche di contenuti affettivi, contribuisce a costruire una matrice di sicurezza: quando questa matrice, che agli adulti può apparire insignificante, viene sconvolta per una qualsiasi ragione (come accade ormai di continuo) subentrano stati di ansia capaci di scuotere anche gli aspetti più saldamente radicati della nascente personalità. Oggi già nella più tenera età il bambino deve fare i conti con una madre assente o comunque emotivamente instabile, distratta dai suoi bisogni di lavoro e di approvazione sociale; la famiglia allargata, e ormai anche quella nucleare, sono disintegrate, mentre il mondo esterno è freddo, aggressivo, vorticosamente mutevole. I figli diventano sempre più spesso una sorta di “droga” che i genitori strumentalizzano per surrogare le proprie frustrazioni eternamente irrisolte, proiettando su di loro le proprie ansie e la propria rabbia.
   La psicologa Alice Miller ha mostrato in modo convincente come la volontà del popolo tedesco di sottomettersi, nei primi decenni del ventesimo secolo, a un potere autoritario e partecipare con cieca obbedienza ad aggressioni non provocate contro altri popoli si possa collegare alle pratiche pedagogiche autoritarie e oppressive che erano largamente diffuse alla fine dell'Ottocento; pratiche che provenivano da secoli di “pedagogia velenosa” a base paranoide e narcisistica, in cui l'ideologia cristiana ebbe un ruolo fondamentale. Gli abusi dell'infanzia che aiutarono Hitler a conquistare il potere, creando uno stato di paranoia collettiva, non sono che un esempio particolarmente significativo di una cultura molto più diffusa. L'educazione dei bambini nella civiltà occidentale è tipicamente e sistematicamente oppressiva in confronto a quella che si osserva tra i “primitivi”, soprattutto tra i cacciatori-raccoglitori.
   Se la fiducia fondamentale nei confronti della vita non riesce a svilupparsi, il risultato è uno stato permanente di ansia esistenziale. La fiducia originaria gettava un solido ponte affettivo su tutte le distanze spaziali e temporali, bloccando quell'angoscia pervasiva che in seguito avrebbe prodotto i travagli emotivi e comportamentali che ora ci accompagnano per tutta la vita. Il sentimento cristiano-newtoniano del tempo come una immensa macchina astratta e disumana che macina implacabilmente i nostri corpi e corre verso la morte non è affatto, come vedremo in seguito, una “realtà oggettiva”, ma la tipica espressione culturale del crollo della fiducia esistenziale sperimentata fin dalle origini della “civiltà”. Questo è fondamentale per il funzionamento della civiltà tecnologica, che ha bisogno di persone infantili ed ansiose, sempre alla ricerca di indottrinamenti, di dipendenze, di succhiotti e nuovi orsacchiotti di peluche.
   Con la rottura dell'armonia originaria nasce quella fase problematica dello sviluppo personale denominata “adolescenza”, del tutto sconosciuta nelle società primarie. Se comparati ai loro coetanei in società primarie, gli “adolescenti” moderni mostrano in effetti i sintomi di una vera e propria sindrome da deprivazione affettiva e da stress, provocata dalle pressioni sociali molteplici, ostili e contraddittorie a cui sono esposti, in un contesto di intima solitudine: una depressione cronica di basso livello; un profondo bisogno di dominare o sottomettersi passivamente; diffuse manie di tipo ossessivo-compulsivo (tra cui la droga e l'anoressia); frequenti crisi parapsicotiche d'ira; una tendenza ad erigere difese protettive contro il mondo (percepito come ostile) che conferisce al carattere un tono paranoide.
   Il fatto profondamente innaturale di doversi recludere nella gabbia dei “ruoli” adulti è ciò contro cui il giovane istintivamente si ribella, avendo una percezione confusa ma profondamente urtante di tutta l'ipocrisia e la prostituzione intrinseche nei ruoli professionali e nella mercificazione dei rapporti umani. Ma in genere questa ribellione viene efficacemente incanalata lungo dei binari consolidati che cronicizzano le risposte patologiche in forme che godono di grande approvazione sociale: l'indifferenza calcolatrice verso gli altri, l'individualismo, l'invidia, la dipendenza dal denaro, le compulsioni tecnologiche o religiose, la bulimia consumistica, costituiscono la solida base del nostro beneamato “spirito imprenditoriale”, di “conquista” scientifica e tecnologica. La “rivolta” adolescenziale contro questo mondo non fa quindi che riprodurlo: ribellandosi confusamente alle sovrastrutture disumane della società civilizzata senza poterle ribaltare egli cronicizza la sua patologia reattiva e le sue droghe e diventa così preadattato a diventare un membro onorato di questa società aberrante. Oppure precipita nella ribellione eterna e diventa un “fallito”.
   Questo meccanismo di base assume ciclicamente una dimensione sociologica, come la “controcultura” degli anni 60 e 70, al fondo della quale c'era una confusa, ma riconoscibile utopia luddista e primitivista. L'inevitabile fallimento produsse lo yuppismo degli anni 80 e 90: l'attivismo dei rivoluzionari, ovviamente minoritario e privo di sbocco politico, cronicizza in un compulsivo narcisismo, che diede di fatto un rinnovato impulso allo spirito imprenditoriale, al consumismo e alla consunta utopia tecnologica.
   Durante questa “rivoluzione” era di moda portare abiti grezzi, poveri, spesso addirittura laceri e rattoppati, tenere i capelli lunghi e incolti come barboni, mostrando profondo disprezzo verso i simboli di status, il consumismo, l'ipocrisia e l'arrivismo imperante nella società del “boom” economico. Ben presto però gli abiti, così come gli atteggiamenti, assunsero una fisionomia particolare che permetteva sempre più chiaramente di distinguerli da quelli semplicemente e casualmente poveri. Un insieme snobistico-ipnotico mirabilmente sintetizzato nella penetrante macchietta del “fricchettone”. Era come se si trasmettesse il contorto messaggio inconscio: “Io dico di stare con i poveri, ma niente paura, non sono affatto diventato uno di loro; so bene che i poveri sono solo dei buzzurri che si meritano il loro posto, che l'anarchia e l'egualitarismo sono assurdi e irrealizzabili, sto solo cercando un nuovo spazio di privilegio in sostituzione di quelli erosi dalla nuova ricchezza diffusa e dalla democrazia, con cui tutti possono permettersi la macchina, il doppiopetto e l'ingresso all'università”.
   In pratica, divenne una forma di estremo snobismo elitario, e il messaggio subliminale fu ben presto recepito dalle classi dominanti, tanto che negli anni 70 lo assunsero in pieno con una significativa contaminazione (il cosiddetto “radical-chic”). L'effimera tensione egualitaria si trasformò in lotta per il potere, talvolta persino in forma tragica e sanguinosa. Il conservatorismo familistico, moralistico e feudale che imbrigliava ancora l'economia e le imprese degli anni 50 fu infranto e ne nacque un rinnovato impulso individualistico, liberistico e competitivo, che trovò poi l'inevitabile sbocco “imprenditoriale” e alimentò nuovi bisogni di consumo opulento (dai jeans firmati alla musica rock, alle moto, alle vacanze “alternative”, ecc.), fino ad arrivare al reganismo.
   Questa vicenda è quasi una costante nella nostra storia, assolutamente analoga ad altri grandiosi fenomeni come il cristianesimo primitivo, il francescanesimo, il protestantesimo, il giacobinismo e il socialismo. L'esempio del francescanesimo è classico: nato come reazione all'espansione mercantile del Duecento, con Francesco ancora vivo trasforma la sua carica eversiva in un nuovo fenomeno snobistico ed elitario; i conventi si riempiono del fior fiore della società dell'epoca e l'intima promiscuità con i poveri svanisce in fretta (se mai era esistita davvero: Francesco era ovviamente un “adolescente” molto ambizioso, e non ho mai visto dei gesti di umiltà così poco umili come i suoi). Questo svolgimento tipico è già tutto nella premessa, che è costituita dal narcisismo adolescenziale del “messia”, della totalitaria “Verità” profetica con cui le catene gerarchiche e civilizzatrici si sono continuamente autoriprodotte, bloccando la spontaneità istintiva che tende silenziosamente a eroderle di continuo dall'interno, attraverso la solare ironia demistificante che nasce dall'atavico “senso comune” egualitario espresso nell'universale sottocultura vernacolare (quella che rende Chaplin immediatamente comprensibile a un cinese o a un masai, per intenderci). La coercizione genitoriale e scolastica produce la ribellione giovanile che la cultura elitaria incanala immediatamente lungo i binari del narcisismo e del potere, che rinnova la coercizione in nuove modalità più raffinate, sottili e stringenti. La civiltà stessa non è quindi altro che un sistema per ri-traumatizzare ogni nuova generazione, in modo da rigenerare le sue basi psicosociali costituite da una sindrome patologica di tipo narcisistico-adolescenziale.
   
Particolarmente esposti a questo meccanismo chiave, come è stato mostrato da Frank J. Sulloway nel suo lavoro Born to Rebel (1996) erano i figli non primogeniti, che nell'ambito della famiglia nucleare in contesto urbano tendevano ad identificarsi scarsamente con i valori tradizionali e ad assorbire facilmente i valori antagonistici e lo spirito rivoluzionario della “controcultura” giovanile. La rivolta contro le gabbie ideologiche “tradizionali” e le disumanità delle culture urbane nasce come azione liberatoria, giocosa ed espressiva, ma viene prontamente incanalata dalla “controcultura” in un ferreo assetto ideologico e nelle nicchie precostituite del guru ascetico, del politico, dello scienziato, dell'imprenditore, portatori di nuove compulsioni paranoidi. In sostanza, l'eterna “controcultura” non è assolutamente mai stata “contro” il grande sistema culturale tecno-specialistico che ci opprime; anzi, è stata il mezzo fondamentale attraverso cui si è riprodotto e ha rinnovato la sua capacità di tenere incatenata la natura umana, asservendola a nuove e meravigliose utopie future, le quali richiedevano ancor più fanatica dedizione specialistica ed elitaria finalizzata al superamento dei “limiti” umani. Così i nuovi sistemi ideologici di dominio tecnocratico, funzionali alle esigenze pressanti di una società sempre più specializzata e oppressiva, si sono sempre presentati in una veste estremamente attraente di “liberazione” e spontaneità. La forza delle ideologie è proprio quella di proporre degli ideali snobistici, utopici, che rinnovano il faticoso giogo del servo e del padrone come “strumento” per un “percorso” di liberazione e di giustizia, tra un “guru” paranoide e un “discepolo” ipnotizzato. Oggi sembra che questa continua serie di ondate rivoluzionarie che hanno percorso tutta l'età assiale sia andata fuori fase: il ritmo dell'innovazione tecnologica è diventato così veloce che il tradizionalismo sapienziale e “vernacolare” non ha più alcuno spazio per esprimere la sua forza frenante. La controcultura lo ha definitivamente travolto.
   In questo meccanismo diabolico il “primitivismo” autentico veniva immediatamente spazzato via da una implacabile selezione culturale, dato che era ovviamente incompatibile con l'organizzazione iperspecializzata e massificata della società tecnocratica: mentre il primitivismo come esca è formidabile per persone sempre più svuotate e alienate dai meccanismi di asservimento civilizzato. Oggi lo vediamo molto bene nel fenomeno della “New Age”, la rivoluzione hippy ridotta a tecnica di rilassamento al servizio di manager stressati dalle loro nevrosi predatorie.
   La repressione della nostra fiducia istintiva porta l'insicurezza, il senso di colpa e di inferiorità che diventa nell'adulto ricerca spasmodica di approvazione sociale, di successo, di ruoli e di idoli. Rappresentano l'unico modo di far fronte a un ambiente ostile e inaffidabile, che produce l'assenza della fiducia fondamentale verso il mondo. Il nostro bisogno di idoli e di appartenenza è così disperato da portarci a una regressiva dipendenza infantile nei confronti di despoti paranoici, grigie burocrazie, ideologie abnormi e altre divinità in gran voga come la bellezza, il profitto, le compulsioni di ogni tipo. Un identità personale fragile e inconsistente produce il bisogno di obbedienza agli idoli e ai fanatismi ideologici. Ad Auschwitz non c'era tanto odio nei confronti degli ebrei quanto piuttosto un estremo senso del dovere; si provava pietà, ma cedervi sarebbe stato da “mediocri”, da “perdenti”, da “pagani”, come durante i roghi delle streghe. Nei classici esperimenti di Stanley Milgram il 62% di un campione di studenti americani obbedì agli ordini impartiti fino ad infliggere torture estreme a complici dello sperimentatore (ovviamente simulate a loro insaputa). Si trattò di una sconvolgente dimostrazione di che genere di handicappato psichico sia davvero l'uomo “civilizzato”. Una delle cose che ha sempre più sorpreso e sconvolto i “primitivi” era osservare degli uomini che uccidevano per mestiere e rischiavano la vita obbedendo ciecamente a degli ordini; così descrisse questa sorpresa l'antropologo Renato Rosaldo quando ricevette il richiamo alle armi per la guerra in Vietnam: “Mi chiesero: “Come può un uomo fare il soldato e comandare ai suoi fratelli di esporsi al fuoco del nemico?”. L'atto di ordinare ai propri uomini, i propri “fratelli”, di rischiare la vita era assolutamente fuori dalla loro comprensione morale. Non importava che la loro domanda supponesse l'ignoranza dell'autorità dello stato e delle gerarchie di comando: di colpo il mio mondo culturale mi apparve ripugnante”.
   Essere semplicemente sé stessi non dà più nessuna identità: per averne una, appariscente e masochisticamente oppressiva, cerchiamo avidamente di asservirci a una qualsiasi appartenenza ideologica, a un qualsiasi circuito disumano ma riconoscibile. Abramo accettò persino di uccidere suo figlio pur di sentirsi “qualcuno”, di sentirsi diverso dalla massa anonima degli emarginati nelle prime città. Altri arrivano al martirio personale. L'appartenenza ideologica è precisamente questo genere di malattia, ma ci è indispensabile, e tutti ne abbiamo una, oggi più che mai.
   “Il mercato ha da tempo compreso che il bisogno di identità è una molla economica potente e offre oggetti personalizzati, distinzioni, mode, titoli, decorazioni, correnti, definizioni, ornamenti, pseudo-gerarchie sociali, istruzioni per l'uso sotto forma di libri, giornali e trasmissioni televisive: tutto quanto occorre insomma perché ogni Signor Nessuno possa, con modica spesa, sentirsi gratificato nel far parte della categoria privilegiata e onorata dei così-e-così invece dei disprezzati colà-e-colà (o viceversa). Nessuno ha analizzato finora in maniera adeguata questo mercato dell'identità, che ha al funzione fondamentale di dar forma e nome all'anonimato della nostra società; ma è facile intuire che esso costituisce ormai di gran lunga la più rilevante attività sociale ed economica, inglobando industrie come quella automobilistica ed edilizia, oltre al grande settore dei servizi”. (U. Volli).
   Siamo talmente imbevuti di aspettative verso il futuro e di sensi di colpa verso il passato che la parte meno importante della nostra vita è diventata il presente.
   Il presente è diventato solo una tappa verso il radioso Domani, da superare in fretta. La nostra vita ormai non è più altro che il forsennato inseguimento di piccole e vuote utopie: un giocattolo nuovo, la fine della scuola, la promozione, la lotteria, le ferie, la pensione. “Allora sì che sarò davvero felice”. Un rabbioso sorpasso dietro l'altro, in cui la bellezza del paesaggio che attraversiamo non conta, conta solo la meta, la gara. “Ci precipitiamo sfrenatamente verso il nuovo, spinti da un crescente senso di insufficienza, di insoddisfazione, di irrequietezza. Non viviamo più di ciò che possediamo, ma di promesse, non viviamo più nella luce del presente, ma nell'oscurità del futuro, in cui attendiamo la vera aurora. Ci rifiutiamo di riconoscere che il meglio si può ottenere solo a mezzo del peggio. La speranza di una libertà più grande diventa una sempre maggiore schiavitù allo Stato, per non parlare degli spaventosi pericoli ai quali ci espongono le più brillanti scoperte della scienza” (C.G. Jung)
   Come ha detto un saggio, “la vita è quella cosa che ci accade mentre siamo impegnati a fare altri progetti”. Siamo come topi ammaestrati a correre tutto il giorno su due zampe per ottenere uno zucchero nauseante, che ci farà cadere i denti. Più avanti cercheremo di capire chi è il nostro domatore.
   Vivendo nell'attesa spasmodica del nostro grande Futuro, di premi sempre più esaltanti, dolci e colorati, non possiamo più godere degli autentici piaceri della vita: il calore dell'intimità nella notte gelida e immensa, l'orizzonte dorato e misterioso, la danza magica delle nubi, l'odore della pioggia. L'assuefazione al bombardamento assillante di stimoli ci rende sempre più insensibili a tutte queste cose semplici e meravigliose che ci offre spontaneamente la natura: ma non è facile chiedere a un tossicodipendente di apprezzare il pane e le mele; vuole soltanto una nuova dose, un nuovo sballo più forte del precedente.

   La dipendenza dalla tecnologia è una dipendenza a un modo di percepire, sentire e pensare. Mentre il mondo diventava sempre meno naturale e più dipendente dalle protesi tecniche per risolvere i problemi creati dalle prime tecnologie, i progenitori della nostra civiltà dovettero assumersi il compito cruciale di ridefinire la loro esistenza in uno stato di dislocazione psichica, creando delle visioni del mondo che riflettevano la rabbia, la paura e la dissociazione tipiche di uno stato traumatizzato. Queste visioni sembrano molto diverse, ma hanno tutte le stesse caratteristiche essenziali, tipiche di una sindrome paranoica: tutti gli uomini sono sporchi, malvagi, feroci, perché una forza potente e maligna si nasconde nel loro cuore, l'istinto animale, l'ignoranza, il Demonio; un lungo e spietato addestramento è indispensabile per affrancarsi da questa tara, una guerra santa contro le proprie pulsioni, la propria pigrizia e la massa dannata che minaccia la Verità. Occorre quindi una vigilanza continua, un lavoro incessante, uno stato di mobilitazione totale. Bisogna diffidare di tutti, soprattutto dei propri amici e familiari. Non si può accettare il compromesso, la tolleranza, la rilassatezza, l'umorismo, che vogliono confondere la assoluta dicotomia che divide il mondo tra Bene e Male, Vittoria e Sconfitta, Santità e Peccato. La vita diventa una guerra per conseguire una Vittoria contro sé stessi.
   Chiunque può rendersi conto di come questo atteggiamento di fondo sia quello che ci è sempre stato inculcato come “vincente”, e che domina in ogni angolo della nostra società, dalla scuola alle imprese, dalla chiesa allo stato. Le nostre precarie identità fondate sul particolarismo ideologico, assediate dal nulla della massificazione, si nutrono del conflitto e dell'assedio, esasperandolo quando c'è, immaginandolo quando manca o surrogandolo con un nemico interno. Solo così può venire alimentato il fanatismo necessario a mantenere la capacità di produrre appartenenza e significato in un contesto che tende continuamente a dissolverli nel grigiore dell'anonimato.
   Tutti i guru che ci vogliono vendere facili paradisi tascabili ci invitano al distacco, all'ascesi, facendoci sentire in colpa per il modo in cui ci lasciamo trascinare dalle stolte passioni che ci fanno soffrire. In realtà si potrebbe dire che è esattamente il contrario: all'origine del nostro male ci sono anche i condizionamenti “ascetici” con cui fin dalla più tenera età genitori, preti e maestri ci hanno insegnato a soffocare le nostre passioni e la nostra innata “malvagità”: il consumismo, la smania di potere e denaro non sono che poveri surrogati nevrotici dei nostri bisogni affettivi. La nostra società è un confortevole lager proprio perché assomiglia troppo a un ordinato monastero di insopportabili perfezionisti in cerca dell'Illuminazione, del Successo o della Felicità. Non c'è garanzia più certa di rendersi infelici che mettersi in cerca di una felicità perfetta. Nella nostra cultura specialistica l'affidamento su esperti e guru per interpretare e valutare la nostra vita interiore è la più maligna e invadente espressione della divisione del lavoro. Così noi veniamo espropriati delle nostre stesse esperienze, che vengono analizzate, etichettate, classificate, fini a quando non viene identificata la nostra colpa, il nostro “difetto”, da cui dobbiamo redimerci per diventare finalmente allineati e felici. Naturalmente quello di cui abbiamo bisogno è una qualche programmazione ideologica, freudiana, buddista, o liberista, con cui vellicare la nostra ambizione al successo e al dominio sugli altri.
   Le grandi crisi provocate dall'impatto dei nuovi sistemi tecnologici e sociali hanno sempre prodotto dei movimenti riformatori, che però non hanno mai fatto altro che seguire questo stesso percorso, approfondendo ancora di più lo sradicamento dell'uomo dalla sua ecologia.

   Nel libro dell'Esodo è evidente il disprezzo nei confronti della civiltà egizia che teneva gli ebrei, un popolo di pastori nomadi, sotto il giogo della sua potenza (un disprezzo che risale fino a Sodoma e Gomorra, due città agricole nella valle irrigata del Giordano, e fino all'agricoltore Caino, che uccide il pastore Abele). Per liberarsene essi fuggono nel deserto, dove vivono per quarant'anni come improvvisati cacciatori-raccoglitori (chi non ricorda la manna e le quaglie?). Infine raggiungono la tanto agognata Terra promessa; ma Canaan ridiventa presto l'Egitto: con l'agricoltura sedentaria e la vita urbana ricompaiono inevitabilmente la divisione in classi, la miseria, l'avidità, il lusso e lo schiavismo. Si mantiene però viva anche una costante tensione “profetica” verso i valori originari di libertà, di uguaglianza, di semplicità. Gli ebrei furono costretti a diventare un popolo di agricoltori per non essere schiacciati dai potenti vicini, ma non si sono mai identificati del tutto con la vita urbana, non si sono mai lasciati irretire fino in fondo da questa “prostituta” lussuosamente attraente, soprattutto perché, essendo un piccolo stato agricolo, furono condannati a una lunga serie di sconfitte militari da parte dei grandi imperi vicini, che occupavano terre molto più fertili. Di fronte alle ripetute disfatte, una ininterrotta catena di profeti rinfaccia al popolo ebraico la sua caduta di fronte alla “perfezione” della vita nel deserto; l'immaginario della cultura ebraica era quello di un piccolo stato povero e umiliato che sogna la formidabile potenza e opulenza dei suoi vicini, attraverso una paradossale estremizzazione integralistica dei suoi valori originari di semplicità. Il sogno di un'indipendenza politica, continuamente frustrato, assume una coloritura utopica: il “Regno” diventa la terra paradisiaca dell'abbondanza senza fine e della perfezione assoluta.
   L'ascetismo è un mezzo per raggiungere la vittoria militare; solo rigettando le tentazioni civilizzate i guerrieri diventeranno invincibili: sentimenti analoghi si sviluppano in tutte le culture esposte all'impatto devastante di civiltà più potenti, come ad esempio tra gli indiani delle pianure americane. Ecco come il profeta Geremia esprime la dottrina della setta dei Recabiti: “ Non berrete mai vino né voi né i vostri figli; non fabbricherete case, non seminerete, non pianterete vigne e non avrete possessi, ma per tutto il tempo della vostra vita abiterete sotto le tende” (35,6-7). Giovanni Battista viveva nel deserto, nutrendosi di locuste e miele selvatico. Il nucleo essenziale dell'originaria predicazione di Gesù esprimeva questa stessa tensione di fondo, in modo radicale e poetico: “ Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il vostro Padre celeste li nutre. (…) Guardate come crescono i gigli del campo: non lavorano, né filano; (…) Non preoccupatevi del domani, perché il domani avrà cura di sé stesso: a ciascun giorno basta il suo affanno” (Mt. 6,26-34). Naturalmente non bisogna dimenticare l'anarchismo naturalistico della scuola cinica (che ha sicuramente influenzato anche Gesù), il buddismo, il jainismo, il moismo cinese: tutte reazioni interne alle drammatiche situazioni di ingiustizia, di guerra e di carestia create dalle civiltà urbane e imperiali. A differenza dell'ebraismo si tratta di discipline ascetiche in senso stretto, che predicano una fuga dal mondo corrotto e alienato verso un'interiorità “spirituale”, per mezzo della mortificazione delle passioni. Esse mancano della forza utopica del cristianesimo, che deriva dalla urgente, sensuale tensione ebraica per la Terra promessa, dove “scorrono il latte e il miele”.
   Ebraismo e civiltà greco-romana furono due modi diversi di schiavizzare l'uomo e alienarlo dalla sua natura, intrecciatisi nel crogiolo mediterraneo: uno, pur conservando i valori della semplicità, dell'uguaglianza e della fedeltà alla Terra, lo proietta collettivamente nel futuro di una Salvezza sovrumana e totalitaria, l'altra lo isola nella ricerca elitaria della Verità, della liberazione razionale dalle passioni, della perfezione ascetica e intellettuale. La sintesi cristiana tra i due unisce la forza di queste esche in nuovo, formidabile ibrido, proiettato verso il dominio meccanicistico della civiltà occidentale.
   Ecco perché la nostra civiltà cristiana è proprio quella che ha raggiunto abissi insuperabili di avidità, di sfruttamento, di bellicismo, di disumanizzazione tecnocratica. Con la nascita del cristianesimo si ha l'immersione della tensione profetica ebraica nel contesto culturale dello spiritualismo pagano, tipico di una società agricola avanzata: esso diffama il mondo naturale come caos, come prigione della vile materia che intrappola l'essenza spirituale dell'uomo e nasconde il vero volto di Dio. L'uomo deve essere lacerato, attraverso la mortificazione ascetica, per strappare l'angelo che in lui è mescolato con l'animale. Questo affrancamento interiore assume per influenza ebraica uno svolgimento e uno sbocco storico-sociale, in cui la vile carne umana della società deve essere operativamente riplasmata in quella perfetta dell'uomo-Dio Gesù e della sua Chiesa. L'intellettualismo elitario del mondo classico diventa ideologia, uno strumento operativo, propagandistico, paranoide di trasformazione della realtà nell'Utopia. Nasce l'urgenza storica (non interiorizzata, come nelle dottrine ascetiche) di un Uomo nuovo, angelico e incorruttibile, di un Regno sovrumano, di totalitaria perfezione, che porterà a torture, asservimenti e addomesticamenti mai visti. I teologi preparano la via ai moderni politici, imprenditori e tecnocrati, la cui “ragione” sarà sempre più animata da un'urgenza di possesso, di propaganda, di consenso, di trasformazione, lontano dall'astratta illuminazione contemplativa del filosofo. Per redimere l'uomo non serve più l'ascesi, l'illuminazione interiore, ma idee radicali e demagogiche di trasformazione sociale e materiale. La divorante hybris del “moderno” nasce qui: tutti i grandi sistemi ideologici moderni si fonderanno sull'opera eroica dell'uomo che s'impossessa del tutto e lo domina (tecnicismo, capitalismo, marxismo). La Redenzione dell'uomo in angelo diventa un processo storico lineare, in cui l'uomo concreto e il mondo sono inerte, caotica res extensa da plasmare, indottrinare e addomesticare fino in fondo, fino alla Vittoria finale.
   La genuina esigenza di semplicità viene trasformata in un'ideologia paranoide e narcisistica della Santità, della Purezza, del successo, come possiamo osservare già nel Vangelo: alla fine si trova una presunta malvagità insita nell'animo umano, prodotta dall'influsso del “Maligno”: “è dal nostro cuore che vengono i cattivi pensieri, gli omicidi, gli adulteri, le fornicazioni, i furti, le bestemmie” (Mt. 15,19); “la legge del peccato è nelle mie membra” dice san Paolo (Rm. 7,23). Dominano qui le metafore agricole di Dio come “coltivatore” che semina tra i rovi e separa il grano dal loglio, cioè libera l'uomo dalla sua natura animale e demoniaca. Per creare un mondo felice l'uomo deve superare radicalmente, con una “conversione”, tutti i suoi più diabolici istinti, il suo innato egoismo, familismo e tribalismo, rendendosi simile all'uomo perfetto Gesù, “infinitamente buono”. La società intera deve adeguarsi a un ideale astratto e “sovrumano” di semplicità, da conquistarsi con una ferrea, spietata disciplina, così l'ideologia produrrà nella società un livello di irrigidimento, di asservimento, di inquadramento militare, di generalizzata spietatezza da rendere apprezzabili le ideologie preesistenti come degli autentici umanesimi (come accadde, non senza qualche ragione, nei confronti del paganesimo classico). “La tradizione ebraico-cristiana e attraverso di essa il mondo moderno – dice lo psicologo J. Hillman, riprendendo Nietzsche e Goethe – concepiscono il mondo non più come cosmo sacro, ma come uno spazio puramente oggettivo, assolutamente inanimato, vuoto di qualunque venerando senso, e perciò totalmente disponibile alla conquista e allo sfruttamento da parte dell'uomo”. Il cristianesimo ha abbreviato il percorso verso il razionalismo e il tecnicismo, ma questo processo era già ben presente nella cultura “pagana”.
   Nel ricco Pantheon politeistico si rispecchia la stratificazione e l'alienazione specialistica di una civiltà proto-urbana, in cui troviamo il dio “monarca”, il dio “fabbro”, il dio “guerriero”, il dio “guaritore”, ecc. D'altra parte, però, in esso si trovava ancora l'eco della religiosità panteistica ancestrale, delle ninfe e dei satiri, della molteplicità irriducibile del mondo naturale e della pienezza “caotica” della natura umana istintiva, irriducibile a una monolitica Essenza trascendente. È questa che il dualismo platonico attacca con forza, accusandola di essere animalesca, folle e ridicola, attraverso una paranoica compulsione per l'ordine e la “purezza”. All'avvento cristiano in Grecia il politeismo omerico era già morto da secoli: sopravviveva solo in uno strato profondo della mente e della cultura, come sopravvisse sempre, per la semplice ragione che è irriducibile, è espressione, sia pure alquanto sfatta, dell'autentico, originario sentimento religioso. La vita infatti è caotica, inafferrabile complessità, che non potrà mai essere ridotta e pacificata in una sola Essenza trascendente, metafora dell'agricoltore che vorrebbe ridurre le foreste a grano e olivi, secondo il tipico motto del bravo giardiniere: “è erbaccia tutto quello che non ho piantato io”; per sviluppare questo ideale astratto, monoliticamente ordinato e “perfetto” occorre espellere tutto ciò che è “altro”, che è “selvatico” e quindi caotico e demoniaco. Ciò non ha nulla a che fare con la religione, anche se cerca di cooptarne la forza spirituale: si tratta solo di ideologia, assetata di potere. Il totalitarismo dualistico è l'espressione dell'atteggiamento paranoico dell'uomo dopo la rivoluzione agricola. Ampi studi comparativi hanno dimostrato che tutte le culture agricole, anche quelle più semplici e remote, hanno già una visione dualistica del mondo e, quindi, una tensione escatologica verso il futuro, quando tiranni, malattie, lupi, loglio e zizzania verranno distrutti per sempre e i morti ritorneranno, ristabilendo l'Età dell'oro: è l'effetto inevitabile dello stato di crisi endemica creato dall'agricoltura. Di questa tensione finiscono poi per appropriarsi le classi dominanti, attraverso un collaudato processo di addomesticamento rituale-ecclesiastico, che sfrutta l'entusiasmo rivoluzionario-escatologico per nuove guerre di conquista e coercizione interna ancora più severa, ricreando così le condizioni per un nuovo messianismo. Quindi la classica contrapposizione artificiosa tra i “buoni” politeismi e i “cattivi” monoteismi è essenzialmente una grande montatura romantica. L'ebraismo, ad esempio, era decisamente più legato alla Terra e meno dualista della cultura greca, tanto mitizzata dal romanticismo. La fedeltà alla Terra degli ebrei è ben sintetizzata nell'originaria assenza di fede in una effettiva sopravvivenza dei defunti, e nel rifiuto di qualsiasi divinizzazione delle strutture di casta in un Pantheon.
   Con il formidabile ibrido paolino il Pantheon entra trionfalmente nel solco ebraico come culto dei santi, ma accuratamente “purificato” in senso dualistico-platonico di ogni elemento panteistico (che diventa il Male personificato, Satana). Ecco quindi pronta la cultura più paranoica della storia, che asservirà totalmente l'uomo alle compulsioni tecno-ideologiche più oppressive e predatorie.

   Confondendo ancora una volta cosmo naturale e cosmo artificiale Sergio Quinzio, grande intellettuale cristiano, affermava che un ritorno al sentimento della sacralità del cosmo non sarebbe che la venerazione del dolore e della morte, la realizzazione del detto biblico “la scrofa lavata è tornata a rivoltarsi nel fango”. Solo che l'immergersi nel fango è nella natura dei maiali: gli piace tanto perché è essenziale per la loro salute. Allo stesso modo noi abbiamo assolutamente bisogno di una misura naturale di sofferenza e di una scansione esistenziale circoscritta nel tempo. “Dove non ci sono limiti, né tempo, né penuria, non c'è qualità né energia; non c'è spirito, né fuoco, né amore. (…) Un ente senza limiti è un ente senza fondamento. Un'essenza che non patisce è un'essenza senza essenza” (L. Feuerbach).
   Ha perfettamente ragione Quinzio quando dice che “i cimiteri, gli ospedali, le carceri, gli ospizi, le fabbriche, i luoghi immondi, le orride megalopoli devono, se c'è una salvezza, essere distrutti”; adorare come “cosmo sacro” questo nostro mondo mostruoso sarebbe una bestemmia: ma queste mostruosità disumanizzanti non sono naturali; sono proprio il frutto dello spasmodico inseguimento dell'Utopia.
   Così il cristianesimo non ha portato il Paradiso sulla Terra, ma la sua ossessione per una Verità trascendente e per il Regno futuro ha costituito la premessa per un altro grande balzo dell'uomo fuori da sé stesso: la nascita della civiltà industriale. La inevitabile crisi di questo nuovo livello di aberrazione ha prodotto come reazione i movimenti socialisti; e anche qui ritroviamo lo stesso utopismo e la stessa fondamentale misantropia: l'uomo è per natura predatore, egoista, colpevole. In realtà tutti gli innumerevoli problemi dell'uomo civilizzato (asservito dalle idee) sono come i movimenti convulsi di un pesce gettato sulla terraferma. Il problema non è nel pesce, perfettamente adattato all'acqua, ma nell'ambiente sempre più alieno in cui è costretto a vivere. Ogni ideologia, anche le più accattivanti e socievoli, ha una fondamentale sfiducia verso i nostri istinti, che rappresentano l'unico vero argine a contrastarle nella loro tendenza irresistibile a creare delle sovrastrutture culturali sempre più complesse, coercitive, disumane e artefatte, con cui renderci sempre più dipendenti.
   Qualsiasi ulteriore pressione ideologica su noi stessi (ogni nuovo “dover essere”) non può far altro che aumentare ulteriormente la nostra nevrosi. La “via media”, il rifiuto dell'estremismo ascetico, è stata la grande intuizione di Buddha, che non ha potuto comunque evitare di costruire una nuova ideologia autoritaria per la conquista di una elitaria e sovrumana Salvezza. Cacciatala dalla porta, l'ha fatta rientrare dalla finestra, senza raggiungere comunque l'addomesticamento compulsivo-paranoico del “mostro” europeo. Anche nel buddismo, oggi tanto di moda, il Buddha diventa un idolo da cui l'adepto si aspetta passivamente autorità e salvezza, bastone e carota, con la tipica regressione infantile dello stato di domesticità. Il Tibet buddista, che noi occidentali abbiamo idealizzato come un eden di pace e di integrità ecologica, era in realtà uno stato di monaci-despoti, i cui grandi monasteri erano delle vere fortezze militari. Gli eserciti dei lama, pervasi di fanatismo religioso, crearono un impero che si estendeva su buona parte della Cina, ma che fu sconfitto dai mongoli nel 1259. Il Kublai Khan venne però così impressionato dalla ferrea organizzazione militare tibetana e dal coraggio dei soldati che si convertì al buddismo. Da buddista continuò le sue campagne di conquista e creò un impero immenso. Aveva capito che l'assurda rinuncia ascetica dei buddisti era in realtà un formidabile mezzo per l'acquisizione di potere sugli altri, come mille anni prima lo aveva compreso il generale usurpatore Costantino nei confronti del cristianesimo: “In hoc signo vinces”; nel segno apparente della massima umiliazione, la croce, si ottiene il massimo potere.
   L'attuale Dalai Lama ha conferito oltre venti volte l'iniziazione del Kalachakra, con un enorme numero di partecipanti (anche 250.000 persone): per un buddista tibetano questa iniziazione è il viatico per reincarnarsi nella prossima vita a Shangri-La, la mitica terra pura tra le montagne, da dove nell'anno 2425 l'esercito scenderà per distruggere i barbari in una Armageddon buddista, una guerra apocalittica che instaurerà il dominio buddista sul mondo, e un Regno di pace.
   Dal buddismo, nella sua forma più estremizzata e compulsiva, è nata quella macchina allucinante che è il Giappone moderno (dove c'è chiaramente di più di un semplice e passivo contagio della mentalità occidentale).

   Che c'è di più apparentemente lontano dell'atmosfera gelidamente rarefatta di un monastero zen e della frenetica, chiassosa, compulsiva superficialità di una megalopoli giapponese, in cui milioni di zombie passano ore davanti al pacinko e collezionano assorbenti usati? Eppure, in questa sorta di speculare caricatura dell'Occidente che è il Giappone, appare evidente lo strettissimo legame che unisce monastero, esercito, fabbrica, e sala giochi: il narcisismo ascetico insegna a reprimere tutti gli istinti e le “debolezze” concentrandosi su delle compulsioni ossessive per arrivare al dominio di sé e quindi degli altri. Esso rende freddi, laboriosi, calcolatori e maniacalmente precisi, trasformando l'uomo a misura della tecnologia, della fabbrica e del videogioco, con l'inevitabile sfogo nevrotico del manga e del sadomaso. La disciplina zen consentiva di utilizzare il cinismo politico e la tecnologia bellica con estrema freddezza ed efficacia (l'arco, la spada), trasferendosi successivamente ai nuovi campi di battaglia delle guerre commerciali, altrettanto fanatiche e spietate. Da parte nostra, la fredda e proverbiale ipocrisia gesuitica è la fonte di tutto lo stile politico occidentale, asettico e velenoso. Il tipico motto zen che è alla base delle arti marziali giapponesi è “non opporti alla violenza, ma assecondala e volgila a tuo favore”, cioè un invito a uno scostante cinismo che ricorda moltissimo il cristiano “porgi l'altra guancia al malvagio”, “così ammasserai carboni ardenti sulla sua testa” (Romani 12, 19-20); “Siate astuti come serpenti e semplici come colombe” (Matteo 10, 16); “Quando il tuo nemico cade, non rallegrarti, e quando sprofonda, il tuo cuore non esulti, per paura che il Signore lo veda, che ciò sia male ai suoi occhi, e che allontani da lui la sua collera” (Proverbi 24, 17-18). Anche lo zen, in origine, era come il cristianesimo un movimento ascetico a sfondo primitivista, che in un Giappone feudale e oppressivo cercava di stabilire un contatto diretto con la natura, privo di libri e di dottrine, di intellettualismi, di idolatrie classiste e di condizionamenti religiosi attraverso il peccato, la punizione e il pentimento; attirò così moltissimi seguaci. Ma ben presto il perseguimento della semplicità e della naturalità diventa un compito ossessivo, fanatico, alimentato da un forte elitarismo ascetico. Il giardino zen, il bonsai, l'ikebana non sono affatto naturali come vorrebbero sembrare, ma sono al contrario delle costruzioni altamente artificiose, accuratamente purificate di ogni elemento spontaneo e caoticamente “sporco”; vengono create attraverso una disciplina ferrea e maniacale per conquistare un'essenza astratta, ideologica della “natura”, fredda, controllata, snobistica, come l'“umiltà” di un monaco francescano.
   Lo “spirito di sacrificio” e la schiavitù tecnologica delle “formiche” giapponesi sono proverbiali, allucinanti (viste da fuori), degne degli insetti sociali, ma le nostre in realtà non sono da meno, con la differenza fondamentale che siamo molto più assuefatti alle forme esteriori in cui si presentano e facciamo molta fatica a riconoscerle come tali (quel poco che cediamo in massificazione alienante dell'identità lo recuperiamo ampiamente come feroce avidità egocentrica). Così il popolo che dovrebbe essere il più strettamente vicino alla natura, il più serafico e pacifico, secondo la sua maschera etica di facciata, è diventato il più implacabile distruttore del mondo naturale e ha praticato ferocemente l'imperialismo, prima militare e poi economico. Un paese che apre i telegiornali due volte l'anno con dirette e dibattiti sul variopinto viraggio autunnale delle foglie e sulla fioritura dei ciliegi ha stuprato l'ambiente oltre ogni limite, divorando a ritmo serrato le ultime foreste equatoriali e svuotando gli oceani di ogni forma di vita; questa gente di una cortesia imperturbabile e imbarazzante ha massacrato milioni di persone in tutta l'Asia nei modi più brutali. Vi sembra davvero tanto assurdo e lontano? Deridiamoli pure, ma ricordiamo che in realtà stiamo ridendo di noi.

   Ma al di là di questi evidenti parallelismi, bisogna anche ammettere che in Estremo Oriente, e in particolare in Cina, si sono notevolmente affermate filosofie a orientamento più sapienziale, olistico e conservatore che profetico e utopistico, con una concezione del tempo meno direzionale e ciclica. Questo contrasta nettamente con quello che è avvenuto in Europa e Asia occidentale, nonostante la civiltà agricola e urbana sia sorta contemporaneamente e indipendentemente nelle due aree. Con ogni probabilità la vera ragione di fondo di questa significativa differenza risiede nella coltura primaria su cui è sorta la civiltà cinese: il riso. A differenza dei cereali coltivati su terreni asciutti da cui si sono sorte le civiltà dell'Eurasia occidentale e del Mesoamerica (grano, orzo, mais) il riso ha un'intrinseca capacità di conservare indefinitamente la fertilità del suolo, anche in zone collinari, dovuta alla coltivazione in acqua: essa non solo impedisce il dilavamento dei nutrienti e della sostanza organica ad opera delle piogge, ma favorisce gli agenti microbici che fissano l'azoto atmosferico, come alghe azzurre e batteri non simbionti, oltre alle alghe azzurre che vivono in simbiosi con la piccola felce acquatica Azolla. Questa pianta galleggiante può fissare da sola fino a tre chilogrammi di azoto atmosferico al giorno per ettaro: in suo onore furono costruiti persino dei templi. Fino a qualche decennio fa il riso veniva coltivato a ciclo continuo senza alcun apporto di fertilizzante esterno.
   I cereali coltivati all'asciutto portano invece facilmente, sotto la spinta dell'espansionismo militare e della conseguente crescita demografica, a uno sfruttamento eccessivo e non sostenibile dei terreni, soprattutto in collina, dove si innesca una spirale di eccessiva deforestazione e quindi di generalizzata desertificazione. L'impero cinese ha avuto una lunghissima storia di continuità che contrasta nettamente con gli innumerevoli cicli di civiltà che si sono sovrapposti sia nel lato occidentale dell'Eurasia che nel Mesoamerica: in queste regioni si sono sviluppati molti imperi che nel giro di pochi secoli, dopo esplosive crescite demografiche, arrivavano a un collasso improvviso provocato dall'esaurimento dell'ecosistema agrario, come è stato dimostrato in modo convincente per numerosi casi, compreso quello più famoso e conosciuto. Questa scarsa compatibilità ambientale dell'agricoltura mediterranea ha costituito purtroppo un potente stimolo allo sviluppo di ideologie sempre più aggressive ed incompatibili, orientate a scaricare la propria intrinseca insostenibilità ecologica verso l'esterno, verso l'esplorazione e la conquista coloniale, verso lo sfruttamento delle risorse fossili, verso l'Utopia.

   Per alcuni sembra dominare un altro meccanismo di condizionamento oltre alla fama, al denaro e alla pornografia: lo spirito prometeico, cioè una sete divorante e insaziabile di sapere. Chi ne è affetto diventa automaticamente un asceta, un martire disposto a rinunciare a ogni altra dimensione esistenziale. Egli è convinto attraverso i suoi sforzi intellettuali di poter accedere alla Verità ultima, cioè all'incarnazione cognitiva del Dio trascendente. Come abbiamo visto, si tratta di un aspetto centrale della nostra cultura, espresso pienamente già in Platone: il mondo non è che una vuota illusione, che nasconde la Verità in forma di “essenze” geometrico-matematiche. Il disprezzo per il mondo sensibile deriva dalla demonizzazione paranoica della natura, che dopo l'affermazione della civiltà agricola appare “caotica”, sporca, pericolosa. L'inconfutabile, immacolata verità matematica si contrappone alla falsità contraddittoria e demoniaca del caos sensibile, minacciosamente sensuale e irrazionale.
   Ma la Verità non è affatto nascosta, non è una “essenza”, una formula astratta e trascendente: è del tutto immanente, sotto i nostri occhi. Per fare un esempio molto banale, prendiamo i colori: per quanto sofisticata e brillante, nessuna teoria della visione potrà mai spiegare perché il rosso ha il suo inconfondibile carattere cromatico. Questo non significa che sia un enigma insolubile; non c'è nulla di “misterioso”: è un fatto irriducibile, essenziale. Quando comincio ad analizzare la struttura dell'apparato percettivo per tentare di “spiegarla” non faccio che disperdermi in dettagli meccanici insignificanti, e così la verità del colore mi sfugge tra le dita, come una delicata e inafferrabile farfalla. La Verità (“Dio”) è questo strato essenziale e irriducibile del nostro essere: non può certo essere di meno di questo. Ma non c'è nulla di “misterioso” nel senso di sconosciuto, nascosto. Sezionando tutto col nostro bisturi analitico abbiamo creduto di possedere in qualche formula l'ineffabile sguardo dell'aquila o la freschezza di un sorriso. La magia di tutto ciò che eravamo e sentivamo non aveva più valore di fronte a ciò che queste aride formule ci potevano dare: la Conoscenza, il Potere, la Ricchezza. Abbiamo ceduto alla tentazione mefistofelica della tecnologia, abbiamo preso, e l'identità oceanica con un mondo a misura della nostra anima si è sbriciolata nei mille affanni dell'ansia senza fine per diventare, per conquistare, per possedere. Oggi ci sono diversi fisici di fama che si impegnano nel tentativo di trovare la formula del mondo intero, che chiamano T.O.E. (Theory Of Everything), un sistema a incastro di equazioni che dovrebbe descrivere l'intero universo fisico. Francesco Bacone, il vero fondatore della moderna scienza sperimentale, usava delle perfide metafore in cui presentava la natura come una donna a cui lo scienziato cerca, attraverso la tortura, di estorcere il suo segreto. Sono i lontani discendenti di Talete, il primo filosofo, che credeva di aver individuato nell'acqua l'essenza, l'archè di ogni cosa. Costoro sono talmente accecati dalla loro follia prometeica da non rendersi conto che le formule che si possono scoprire e conoscere intellettualmente sono solo dei meccanismi per manipolare la realtà. Non ci dicono nulla dell'“essenza” delle cose, sulla quale, del resto, non c'è niente da dire. C'è solo da sentire. La vita non è un segreto da svelare, ma un mistero da sperimentare. Come diceva Wittgenstein “di ciò di cui non si può parlare si dovrebbe tacere”. Così, inseguendo un fantastico progetto di dominio assoluto, la saggezza ancestrale è stata sostituita da una manipolazione predatoria.
   Ovviamente esiste una realtà oggettiva, ma è una costruzione della mente. Essa viene “cristallizzata” solo in un limitato intervallo di complessità, che è quello predisposto dall'evoluzione del nostro cervello per affrontare i problemi concreti del nostro habitat originario, fatto di pietre, animali e persone. La sfera delle emozioni e delle sensazioni è irrimediabilmente al di fuori di questo intervallo, ed è per questo che nessuno potrà mai “spiegare” in termini meccanici e oggettivi perché il rosso è così come lo vediamo. Né tantomeno è possibile arrivare a una teoria, a una formula del mondo intero.
   Ogni specie vivente dispone di un notevole margine di variabilità genetica inespressa, che si porta appresso nascosta nei suoi cromosomi, pronta ad essere rapidamente impiegata per fronteggiare variazioni ambientali improvvise. Quasi tutto l'incredibile spettro di varietà che possiamo osservare tra i cani o i crisantemi non è frutto di nuove mutazioni, ma dell'espressione in numerose combinazioni di tutti i geni già presenti nella forma selvatica, che pure appare estremamente uniforme. Si tratta di una riserva di emergenza che normalmente non viene utilizzata che in minima parte: solo lo sfruttamento parassitario della civiltà poteva saccheggiarlo a piene mani, creando una moltitudine di forme estreme e mostruose. Anche la capacità umana di elaborare sperimentalmente nuove tecniche era in origine una capacità di aggiustamento per fronteggiare un ambiente piuttosto instabile, svolgendo la funzione di un volano o di un ammortizzatore. A partire da un certo momento la “civiltà” ci ha costretto, utilizzando svariate esche (il Successo, l'Utopia, la conoscenza di Dio, ecc.) a saccheggiare a fondo lo spazio previsto per questi aggiustamenti sperimentali, che chiamiamo “realtà oggettiva”: ecco allora nascere la folle corsa faustiana verso la Verità trascendente, il Paradiso e il premio Nobel.
   Così come le infinite forme “mostruose” dei cavoli (verze, broccoli, cavoli-rapa, cavolfiori) servono solo per soddisfare le esigenze alimentari dei loro parassiti umani, gli incredibili artifizi escogitati negli ultimi millenni non servono affatto a dare forza, e tantomeno felicità, alla specie umana: essi costituiscono invece il nutrimento, come vedremo tra poco, per chi ci ha addomesticato, né più né meno come ha fatto con i cavoli ed i cavalli. In questo modo siamo stati portati a saccheggiare la realtà empirica, ovviamente senza trovare la divina Verità ultima, anzi, disperdendo l'originale senso unitario dell'esistenza in mille rivoli ossessivamente angusti e specialistici, fatti di formule aride e micragnose su francobolli di realtà insignificanti
   Da due decenni il progresso della conoscenza scientifica ha rallentato moltissimo il suo ritmo di crescita, che era da secoli a livelli esponenziali. Per la prima volta da alcuni secoli il numero di scoperte significative fatte in questo periodo è decisamente inferiore a quelle del ventennio precedente. È successo che siamo arrivati a toccare i limiti estremi dello spettro di manipolabilità empirica previsto dall'evoluzione nella costruzione del nostro cervello: il tentativo di spingersi ancora nell'infinitamente piccolo o nell'infinitamente grande produce solo una “nebbia” indiscernibile, dato che vengono meno i presupposti stessi della conoscenza oggettiva: la separazione tra osservatore e fenomeno osservato, tra oggetti e processi, tra causa ed effetto, la possibilità di effettuare esperimenti riproducibili, ma soprattutto di dare un concreto significato umano alle “cose” che si indaga: valga per tutti, come esempio, l'attribuzione arbitraria di colori e forme agli impensabili “quark”, unico modo per illudersi di renderli in qualche modo “maneggiabili” e attraenti. Per inciso, anche lo sviluppo di nuove varietà di piante domestiche è rallentato moltissimo, a causa dell'esaurimento della variabilità genetica: l'unico modo per continuare ulteriormente in entrambi i fronti è costituito dall'ingegneria genetica o dall'integrazione bionica del cervello umano, che possono solo diluire la personalità, la sensibilità specifica degli individui e delle specie in un immenso, amorfo brodo planetario.
   Per una ragione fondamentale: l'uomo non è un “mezzo” (limitato) per conoscere una astratta realtà oggettiva; i suoi “limiti” sono i contorni stessi della realtà (umanamente) comprensibile, che viene creata nel processo di conoscenza. È la nostra irriducibile soggettività che crea ogni possibile significato del mondo “oggettivo”, proprio attraverso i suoi “limiti”. Vedere degli oggetti distinti e colorati dove invece dovremmo vedere, con una vista molto più acuta e obiettiva, una indistinta nube di atomi, è uno di questi limiti costruttivi. Avere un campo visivo limitato, ad esempio, consente di focalizzare un aspetto della realtà isolandolo dal contesto; senza tutti i limiti, i “pregiudizi” del nostro apparato percettivo-sensoriale, vivremmo in una nube indistinta funzionalmente uguale a un “nulla”.
   L'esplorazione della natura non è quindi la faticosa conquista di una Verità trascendente che ci permetterà di dominarla completamente e definitivamente, ma dovrebbe essere un dialogo infinito e sensuale, un'esperienza estetica ed umana, com'era prima che venissimo plagiati dalle utopie.
   Paradossalmente, la scienza è oggi la nostra sola speranza. Al punto in cui siamo, è la sola via attraverso cui è possibile giungere alla consapevolezza di noi e della nostra condizione di prigionieri. Non come “rivelazione” pseudo-teologica di chissà quale Mistero nascosto, ma come lucida e sobria autoconsapevolezza. La nostra psiche e la Terra sono così profondamente ferite e devastate che non possiamo fare altro che indirizzare la potenza distruttiva del riduzionismo contro sé stesso, come io stesso sto cercando di fare, utilizzando in pieno la scienza e la tecnologia.

 

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         Una storia istruttiva
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