La Civiltà Contro l'Uomo
La nostra storia vista prendendo Darwin sul serio
di Michele Vignodelli



Il mestiere più vecchio del mondo

Il mestiere più vecchio del mondo

   Il nostro tronfio “benessere” non è solo fondato sul lavoro di miliardi di uomini e bambini ridotti a schiavi, su miliardi di animali condannati in lager allucinanti a diventare macchine da carne, da latte e da uova: si fonda soprattutto sulla nostra sistematica disumanizzazione, per cui veniamo plagiati e ipnotizzati attraverso un complesso sistema di premi e punizioni. Ai cosiddetti “primitivi” noi uomini civilizzati siamo sempre sembrati dei drogati, dipendenti dal successo, dal denaro, dalle comodità tecnologiche. Senza queste droghe noi siamo morti; perciò possiamo facilmente essere manipolati dal desiderio (di averne di più) o dalla paura (che ci vengano a mancare), così che potenti interessi commerciali e ideologici hanno imparato a manovrare i nostri desideri e paure per i loro fini di espansione e dominio.
   In questa società non siamo più apprezzati e riconosciuti per quello che siamo, ma per la maschera che faticosamente siamo indotti a costruirci: le società “civili” non sanno che farsene di uomini; hanno bisogno di burocrati, meccanici, servi, preti, calciatori e prostitute, cioè di “caricature” umane, ingabbiate ottusamente nelle loro idiosincrasie corporative. Per le formiche è facile vivere in caste perché sono fatte esattamente per quello, in ogni loro cellula. Ma per noi comporta uno sforzo penoso, una castrazione che subiamo fin dall'infanzia: “che cosa farai da grande?”. Il segno critico di questa situazione traumatica è una dissociazione psichica: un processo in cui la nostra coscienza viene spezzettata, reprimendo intere aree di esperienza umana, sopprimendo dolorosamente una piena partecipazione al flusso di tutto l'universo naturale e sociale che ci circonda. Storicamente questo nasce proprio con la divisione del lavoro, che diventa ogni giorno più specializzata e tecnologicamente astratta. Se un tempo esistevano uomini a pieno titolo perché liberi dal lavoro e uomini-schiavi, oggi è diventato vero il contrario: il “disoccupato” è il nuovo paria, l'uomo è tale solo se è incasellato e ottusamente schiavo di una “professione”. Vuoi uno straccio di identità in una società di massa? Allora specializzati, o meglio ancora diventa un campione, un eroe. La cosa peggiore è che non riusciamo più nemmeno a riconoscere questo trauma, esattamente come un uomo a cui sia stato legato fin dalla nascita un incudine sulla testa, dicendogli che è troppo fragile per sopportare gli urti senza una adeguata protezione. Così a noi viene inculcato che senza specializzazione, tecnologia e leggi la nostra vita sarebbe una sofferenza insopportabile, fatta di fame e barbarie. Come vedremo in seguito, è proprio l'incudine a reggere le fila di questo gioco disumano. Tutto questo avviene nelle forme di una generalizzata prostituzione. Siamo abituati ad attribuire questa qualifica infamante esclusivamente alla mercificazione del sesso, anche se in pratica ogni altra attività lavorativa delle società moderne, dall'assicuratore all'avvocato allo psicanalista, non è altro che mercificazione di rapporti umani, che è anche peggio del semplice affitto dei propri genitali. Ma non solo in cambio di “vile” denaro e di potere: il premio è anche il bisogno di sentirsi indispensabili, lo spirito di sacrificio (“è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo”), altrettante forme di alienazione, di ricatto psicologico, droghe per toglierci l'istintiva libertà e incatenarci al giogo del sistema.
   La nostra cultura cerca in tutti i modi di procurarci dei sensi di colpa se non accettiamo una delle sue gabbie professionali, con un vero e proprio ricatto, come un tempo si accettava la schiavitù perché senza di essa la società intera sarebbe crollata nel caos. Il che è vero, ma questo non cancella la natura di ricatto, che viene invece addirittura trasfigurato nella piena realizzazione della propria natura, della propria “vocazione” (come se la specie umana fosse istintivamente vocata alla divisione in caste), esaltando le menomazioni cognitive e affettive, le compulsioni e le nevrosi procurate dai collari professionali come delle qualità “superiori” a quelle del “mediocre” uomo qualunque, che lo avvicinano a quei paradigmi antropologici divinizzati costituiti un tempo dalle diverse divinità settoriali, poi dai santi protettori e infine dai “campioni di razza” esaltati continuamente dalla tv. Si fa così di necessità virtù: un tipico meccanismo di difesa psicologica dalle situazioni traumatizzanti.
   Conficcati nelle idiosincrasie, nelle ipocrisie elitarie e sprezzanti del nostro angolo specialistico, lo abbiamo arredato e decorato come se fosse la nostra unica vera casa, riempiendolo soprattutto di tendine per non correre il rischio di vedere che il nostro io autentico, quello del ragazzo che eravamo, è rimasto fuori, lasciando il posto a un ottuso, gretto, cinico, arrogante “specialista”.
   “Gli uomini si strumentalizzano vicendevolmente e, nel soddisfacimento sempre più raffinato dei loro bisogni particolari e secondari, diventano sordi a quelli principali e autentici” (Giovanni Paolo II). La diagnosi è giustissima, se non fosse che il cristianesimo, come ogni ideologia civilizzatrice, è fondato proprio sulla droga del “sacrificio di sé”, della “vocazione”, del narcisismo individualistico, e questo ha contribuito a produrre la civiltà più parcellizzata, meccanicista e intimamente disumana della storia. Anche in tutte le attività filantropiche specializzate di livello professionale (come il grande ospedale) la partecipazione affettiva diviene inevitabilmente una recitazione mercenaria, una prostituzione di sé, sottile e inconscia. Nessun essere umano può provare intima empatia con più di duecento persone, le dimensioni massime dei nostri gruppi ancestrali. Non ci si può commuovere dieci volte al giorno per degli estranei, perciò subentrano altre motivazioni, fondamentalmente e inevitabilmente egoistiche: l'ossessione narcisistica di un “dovere” che ignora i volti, l'attiva ricerca di una propria nicchia di onnipotenza.
   Se una certa esposizione alla sofferenza degli altri è indispensabile per sviluppare una piena sensibilità empatica, l'esposizione continua dei “professionisti del dolore” finisce sicuramente per deprimerla, per trasformarla in qualcos'altro: cinismo arrogante e sprezzante, in cui le persone sofferenti vengono accuratamente disumanizzate in “soggetti” o “pazienti” per un inevitabile, fisiologico processo di autodifesa psicologica. Il lavoro del medico ospedaliero, ad esempio, è quindi realmente uno “sporco lavoro”, soprattutto sul piano umano, proprio quello in cui la nostra cultura ha costruito l'enorme montatura romantica dell'“eroe superuomo” e dell'altruismo “totalitario”, che si vorrebbe automoltiplicarsi all'infinito: più tempo uno passa ad assistere chi soffre più diventa sensibile e umano, come se l'uomo non avesse una sua precisa fisiologia affettiva, ma fosse una scatola vuota o un pallone infinitamente gonfiabile. Quello dell'“ipertrofia” è il punto chiave della gabbia culturale che avvolge l'uomo civilizzato, e in seguito avremo modo di approfondirlo adeguatamente. Seguendo la stessa logica una prostituta dovrebbe essere una sorta di ninfomane (e così infatti viene comunemente rappresentata), mentre in realtà è una persona eroticamente depressa, con una sensualità anestetizzata (tra parentesi, nella società urbana e sessualmente repressiva il suo ruolo è concretamente ed effettivamente utile, praticamente indispensabile per evitare scompensi sociali molto peggiori; se non fosse per la nostra morale ancora profondamente sessuofobica, probabilmente finiremmo per esaltarle come delle eroine che si sacrificano per l'integrità della famiglia: in altri tempi la loro era considerata una vocazione religiosa di sacrificio, e godevano di un alto prestigio sociale).
   Lo slancio sincero dei tanti volontari che cercano di arginare le vergognose conseguenze dello sfruttamento e della sovrappopolazione viene inesorabilmente irretito e istituzionalizzato in organizzazioni di tipo professionistico, ideologico e burocratico, con cui il sistema economico che le finanzia riproduce anche qui i suoi essenziali caratteri ipertrofici e disumani. Conosco bene i sotterranei veleni che corrono a fiumi nelle grandi organizzazioni di volontariato, soprattutto ai livelli più “alti” e professionalizzati. Si comincia talvolta per un sincero slancio umanitario, ma per chi fa “carriera” sparisce in fretta, lasciando il posto alle ossessioni e ai giochi di potere. Si tratta di un mondo essenzialmente allineato con il resto della società che lo mantiene e le sue compulsioni narcisistiche, a cui fa da comodo paravento, facendo passare l'idea che aiutare gli altri sia compito di specialisti del settore. Ho visto di recente un documentario sull'assistenza ai poveri in India, fatta su grande scala da un'importante organizzazione religiosa. Giovani ragazzi e ragazze americani, con facce compunte e impassibili da primi della classe, lavavano lebbrosi in una deprimente, silenziosa catena di montaggio, mentre lo speaker ne esaltava la forza e il coraggio con toni solenni, da apoteosi. L'atteggiamento gelido e scostante di quelle suorine vestite come la Madonna di Lourdes è ancora più inquietante: per accudire centinaia di malati dieci ore al giorno bisogna evidentemente disumanizzarsi, gratificandosi con un profondo sentimento di superiorità. Non voglio offendere queste persone, che sono mosse in origine da un'umanità autentica e libera che non può fingere di non vedere l'orrore che li circonda, ma è evidente che sono state irretite da un meccanismo disumanizzante. La solidarietà autentica si crea soltanto nella dimensione comunitaria, fatta di rapporti autentici e personali, dove la maschera dell'angelico “salvatore” cade e si mette davvero in gioco se stessi, abbandonando ogni piedistallo ideologico e narcisistico: altrimenti non possono che insinuarsi altre motivazioni, come subdole forme di asservimento paternalistico del tutto evidenti negli atteggiamenti e negli abiti. Anche se in molti casi è diventato disperatamente indispensabile, come molte delle nostre compulsioni, l'assistenzialismo militante e professionistico può fare ben poco per le ragioni profonde della miseria, rendendo non di rado le persone ancora più sradicate, spersonalizzate, infantilizzate, soggiogate a una ideologia aliena e ai suoi “superuomini” vestiti di bianco, privandole della consapevolezza della propria miseria, aprendo la strada ad altri “capi” che li rinchiuderanno nelle fabbriche e nei ghetti, già prefigurate nella massificazione del lebbrosario e della scuola. Non ci si può illudere che l'abisso di sofferenze, alienazione, asservimento e spersonalizzazione del mondo di oggi possa essere colmato dall'attivismo filantropico, che, anzi, nella sua forma professionale tende talvolta ad approfondirlo ancora di più, creando nuove dipendenze, deculturazioni, massificazioni, costruendo scuole, strade e fabbriche, diventando l'alibi e l'apripista per l'avido cancro tecno-mercantile dell'occidente, di cui condivide lo stesso atteggiamento di fondo. In modo del tutto speculare, l'attivismo ecologista di stampo specialistico, con la sua supponenza arrogante, non fa che addomesticare sempre di più quella natura selvaggia che pretende di proteggere dentro riserve accuratamente “gestite” in cui gli animali sono numerati, censiti, vaccinati e fecondati artificialmente, come in una fattoria modello, allineandosi in pieno con lo stesso meccanismo perverso che sta portando alla distruzione della natura come tale. La frenetica ossessione del “dovere” attivistico e imprenditoriale è l'espressione fondamentale della malattia che ha portato l'umanità nell'abisso di oggi, avvitandosi su sé stessa, proprio perché ci hanno fatto sempre credere, ricattandoci con i sensi di colpa e vellicando la nostra ambizione, che per uscirne dovevamo diventare ancora più spietatamente specializzati e professionali, duri, eroici e ossessivi.
   In tutto questo mondo molto esaltato degli specialisti c'è un orgoglio di sé alquanto sospetto: non c'è bisogno di sforzarsi troppo per intuire che valeva proprio la pena di creare un mondo in cui prosperano le miserie e le malattie per arrivare a questa sublime “elevazione” dello spirito umano sopra la volgare umanità qualunque, per dar modo a una stirpe di Superuomini immacolati di esprimere la loro essenza divina nell'accudire malati otto ore al giorno come polli in batteria, a maggior gloria di Sé, del Dovere, della Causa, di Dio, della Civiltà che produce la miseria e la dipendenza indispensabili alle compulsioni degli eroi e dei fanatici specialisti. “Il sangue dei martiri è il seme della Chiesa” diceva Tertulliano, e a maggior ragione lo sono le piaghe dei lebbrosi, oggi che i martirizzatori scarseggiano: “qualcosa di bello per Dio”. La lebbra e l'inedia sono belle, perché attraverso di esse l'uomo trascende la banale volgarità della sua carne, il cui disfacimento svela l'angelo che vi è racchiuso; da animalescamente libero diventa servo, servo di Dio, del prete, del capo, dell'organizzazione che si autoesalta tenendolo in vita, riducendolo a un bambino inetto bisognoso di guida. La santa mutilazione dei malati nella loro squallida carne si riflette nella santificazione degli “eroi” che li assistono, chiudendo un cerchio di sublime “trascendenza” della volgare umanità qualunque.
   “Gli uomini si strumentalizzano vicendevolmente e, nel soddisfacimento sempre più raffinato dei loro bisogni particolari e secondari (come il “dovere”, la “vocazione”, la “carriera”), diventano sordi a quelli principali e autentici (la propria umanità, che viene soffocata sotto la maschera di cera del formidabile, eroico, impassibile professionista)”.
   Ma la cosa peggiore è che adesso tutte queste perversioni sono necessarie: senza le “uniformi” delle suore, dei preti, dei poliziotti, dei magistrati, dei medici, degli insegnanti, degli ingegneri e persino dei soldati un mondo oberato da sei miliardi di persone cadrebbe probabilmente nel caos. E così abbiamo finito persino per dimenticarci che un mondo veramente umano è un mondo in cui tutte queste maschere spocchiose e ipocrite non esistono. Farsi affascinare da queste “sacre” vesti (mentali) significa santificare tutto questo mondo aberrante e mostruoso che le rende in qualche modo necessarie. Un medico che intimamente non odia il suo camice e la laurea appesa alla parete, il suo freddo, asettico atteggiamento “clinico” che per concentrarsi sulla malattia deve ignorare l'uomo (il “paziente”) escludendo ogni coinvolgimento affettivo, testimonianze squallide di un mondo oppresso dalle malattie e dalle caste, è solo uno stupido fantoccio, saccente e arrogante, pienamente inserito nel sistema perverso che produce il cancro, l'infarto, il diabete e gli ospedali, riducendo le persone “comuni” in uno stato di infantile dipendenza e ritagliandosi una nicchia di potere.
   Io vorrei un mondo in cui le candide vesti delle suore e dei medici, insieme al loro atteggiamento gelidamente compunto, imperturbabile e scostante finissero nella spazzatura con tutti gli altri abiti professionali, perché gli uomini sono tornati liberi dalle malattie, dalla miseria, dalle caste, dalle compulsioni narcisistiche e dai bisogni artefatti. Un mondo così non solo è esistito davvero, ma è quello per cui noi siamo intimamente fatti, in ogni nostra fibra. Si dovrebbe scriverlo all'ingresso di ogni chiesa, di ogni ospedale, di ogni tribunale, di ogni fabbrica, di ogni municipio e di ogni caserma, ma a me sembra di leggervi piuttosto il contrario, nelle targhe, nelle cattedre, nelle bandiere, nelle architetture imperiose che vogliono farvi sentire delle inette nullità.
   Esaltando le caste professionali non facciamo che costruire esche narcisistiche sempre più potenti, rendendo l'umanità ancora più schiava di sovrastrutture elitarie in veste tecnologica, ideologica e burocratica, di condizionamenti sempre più innaturali e artefatti.

   Pensate quando i nostri antenati vivevano in una società di 60-80 persone: ogni persona era una divinità, un'icona, perfino se fosse stato un nano (senza di lui, l'idea stessa di umanità sarebbe stata diversa). Non esisteva quindi alcun “dover essere”, non solo perché la vita era quella per cui siamo nati, ma perché non esisteva alcun modello artefatto imposto da una cultura massificante, secondo cui ogni individuo deve stringersi in una casella prestabilita e artificiale, diventando un efficiente ingranaggio del sempre più complicato Sistema. Questa è la società del “dover essere”, dell'apparire, dove non basta più essere sé stessi ma bisogna diventare più alti, più belli, più ricchi, più eleganti, più buoni, più razionali, più originali. Trasformando così l'esistenza in una penosa ed eterna lotta contro la nostra insopprimibile natura. Il risultato è che siamo intimamente devastati dall'ansia e dalla solitudine: la paura di non farcela, di non arrivare, di non conquistare un ruolo socialmente riconosciuto, di non raggiungere la “felicità”. Una volta “arrivati” viviamo nell'angoscia di non essere più all'altezza, di invecchiare, di perdere il nostro “benessere”. L'enorme consumo di ansiolitici dimostra il livello raggiunto da questo malessere. Si può dire che tutte le nostre nevrosi, sempre più diffuse e pervasive, sono l'effetto della sempre maggiore disarmonia tra natura umana e sovrastruttura sociale, ogni giorno più complessa e artificiosa. Nel cosiddetto “progresso” c'è una tendenza inesorabile a produrre una civiltà sempre più meccanica ed esteriore, e di conseguenza, individui sempre più ipnotizzati, drogati, intimamente infelici. Il divario tra le inclinazioni umane e le pretese astruse della civiltà aumenta inesorabilmente: per questa ragione il numero degli asociali e dei nevrotici è in costante incremento. Nelle piccole comunità primarie le mete offerte alle persone erano del tutto adeguate alle possibilità di raggiungerle, ma nelle grandi società moderne non è più così. Siamo condizionati a credere che una persona deve “arrivare”, altrimenti è un “fallito”: in questo modo quelli che trovano bloccate le vie socialmente approvate per raggiungerlo cercano di ottenere il successo con altri mezzi. L'ambizione, virtù cardinale della società industriale, promuove il comportamento criminale. La condizione di uguaglianza economica delle piccole comunità primarie faceva sì che tutte le persone condividessero le stesse norme e gli stessi valori. Non si affidavano su metodi formali di controllo della devianza quali le leggi, la polizia, i tribunali o le prigioni: il semplice controllo sociale era più che sufficiente ad annullare del tutto la criminalità. Nelle grandi società moderne esistono invece numerose subculture, fondate essenzialmente sulla condizione economica, ma talvolta anche sull'etnia o sull'età. Le subculture degli strati più emarginati tendono ad essere molto indulgenti verso i comportamenti devianti.
   Dalle società primarie in cui ogni individuo era un'espressione essenziale della stessa natura umana e divina, siamo passati alle civiltà urbane, e oggi addirittura alla metropoli planetaria, assistendo così a una spaventosa inflazione della nostra identità, che è per l'uomo il bene più prezioso in assoluto. Ormai viviamo per interposta persona, identificandoci nei divi dello sport e dello spettacolo. La forma estrema di alienazione.
   È perfettamente comprensibile che i giovani percepiscano un grande vuoto di senso nella loro esistenza. L'uomo può avere la sua pienezza di senso solo nel mondo sociale e fisico per cui è fatto, fin nei più infimi dettagli del suo biogramma: un'ampia comunità familiare che abita un vasto territorio selvaggio, con una ricca varietà di piante e animali, e oltre il fiume gli altri, gli enigmatici vicini, sempre pronti alla sfida o allo scambio; oltre le montagne un orizzonte ignoto e magico, abitato da esseri fantastici e inquietanti. Un mondo in cui non si è condizionati da nient'altro che la nostra stessa personalità; non da sveglie, da scadenze, da mode, da leggi, da ordini di superiori. In cui condividere tutto nella comunità: cibo, esperienze, canzoni, senza conoscere la differenza tra gioco e lavoro.
   La vita intera era un'esperienza mistica, un'appartenenza intima e totale al mistero delle montagne, degli alberi e dei torrenti, con cui ogni persona era totalmente interconnessa. Un universo intero fatto a misura dei nostri sentimenti. Se si intuisce la potenza di questo incantesimo diventa davvero chiaro perché sempre più gente abbia un disperato bisogno di trascendere la dozzinale banalità della vita urbana, magari anche con le pagliacciate New Age o il ritorno agli idoli gelosi delle fedi tradizionali, con un qualsiasi “misticismo” in scatola da cui farsi anestetizzare.
   Così scriveva all'inizio dell'Ottocento il reverendo F.A. Rauch, rettore del Marshall College in Pennsylvania, in tono profondamente denigratorio: “Il selvaggio è così completamente immerso nella vita della natura che non distingue tra le attività della natura e quelle della mente ma le fonde l'una nell'altra. A noi, abituati fin dalla gioventù a separare anima e corpo, mente e natura, risulta impossibile immedesimarci in questo aspetto della vita del selvaggio; e tuttavia questa sfera di pensieri e di sentimenti verso la natura costituisce la parte più essenziale dell'esistenza intellettuale dei selvaggi”. Non avrebbe mai potuto fare un elogio più grande dei “selvaggi”.
   L'essenza delle varie discipline a sfondo mistico, al di là dei loro immancabili eccessi fanatici, elitari e trascendentalisti, che attraverso pratiche estreme ed “eroiche” vogliono imporre la “superiorità” dei loro adepti, è costituita non da clamorose estasi estemporanee, ma dall'affinamento dei sensi e dell'attenzione in tutta la vita quotidiana, dalla concentrazione sul presente. Si cerca così di riappropriarsi, in minima parte, di quel senso di appartenenza alla totalità che abbiamo irrimediabilmente perduto da quando siamo stati condotti fuori dell'Eden ancestrale.

   “La storia che i cacciatori-raccoglitori hanno recitato negli ultimi milioni di anni non è una storia di dominio e di conquista. Recitarla non li ha portati al potere, ma ha dato loro vite colme di umanità e di significato. Ecco che cosa scoprireste, se andaste tra loro: non vivono in preda a un perenne malcontento o a un desiderio di ribellione, non si azzuffano di continuo su cosa deve essere proibito o permesso, non si accusano a vicenda di non comportarsi nel modo giusto, non vivono nel terrore del prossimo, non impazziscono perché le loro vite sono vuote e senza scopo, non devono intontirsi con le droghe per avere la forza di arrivare al giorno dopo, non inventano una nuova religione ogni settimana per avere qualcosa a cui aggrapparsi, non sono eternamente alla ricerca di qualcosa da realizzare o in cui credere, che renda la vita degna di essere vissuta. E questo non succede perché vivono a contatto con la natura, o perché non hanno un governo organizzato oppure perché possiedono una bontà innata. Succede soltanto perché recitano una storia che è adatta alla gente, che ha funzionato per milioni di anni e che funziona ancora oggi, dove la “civiltà” non è riuscita ad annientarla” (D. Quinn).
   Mentre noi abbiamo superiori, poliziotti, ladri e truffatori, loro avevano solo amici e parenti. Noi viviamo torturati da sveglie, orologi e scadenze: loro dormivano finché ne avevano voglia e seguivano il ritmo dei loro desideri. Noi siamo sempre più sedentari e costretti a noiose fatiche in palestra: loro si muovevano ogni giorno facendo tutti i movimenti per cui il nostro corpo è disegnato, respirando aria pulita in orizzonti sconfinati. Il nostro lavoro consiste in un unico compito super-specializzato e ripetitivo: il loro combinava manualità e intelligenza in una versatile varietà di compiti. Le donne di oggi sono costrette a una lacerante rinuncia o frammentazione del ruolo materno, mentre le loro donne univano la maternità, la socialità e una divertente ricerca del cibo in un'unica sintesi perfetta. La guerra tra i sessi non esisteva, perché le donne erano insuperabili nei loro compiti essenziali, per innata abilità e costanza, mentre i maschi lo erano nei loro. Le nostre vacanze e il turismo sono tempo perso in un girovagare senza scopo; loro invece non potevano mai lasciare il loro accampamento senza “leggere” il paesaggio con una profonda sensibilità finalizzata. I nostri bambini sono soggetti ai compiti noiosi e astrusi della scuola: i loro vivevano un gioco perenne e spontaneo che si trasformava impercettibilmente nelle attività degli adulti. I nostri vecchi sono dei rifiuti sociali costretti a un lungo, penoso declino accelerato dalla noia e dalla solitudine; i loro erano i depositari di ogni saggezza e avevano un ruolo prioritario ed essenziale. Mentre noi viviamo nell'angoscia di un futuro incerto e ci consumiamo in sogni egoisti di “vittoria” sugli altri o sulla natura, loro vivevano sicuri e sereni in un mondo eterno, amichevole e solidale, senza doversi ammazzare di lavoro per “garantirsi” il domani. Noi, per non essere schiacciati da una devastante solitudine massificata, che ci riduce a water di spazzatura pornografica, dobbiamo lobotomizzarci in una qualsiasi ossessione particolaristica, maniacale e settaria; loro appartenevano totalmente a una comunità senza altre definizioni che quella di uno spontaneo e integrale umanesimo, aperto sul cosmo intero, su tutte le esperienze più autentiche e significanti. Loro erano costruttori e padroni dei loro semplici, ma efficaci attrezzi; noi invece lavoriamo per le nostre macchine, che ci dominano sempre di più con la loro logica e la loro spaventosa potenza. Non si tratta più di un semplice modo di dire, ma di una vera e propria schiavitù.
   Ciò che ha sempre colpito antropologi ed esploratori è la totale assenza di sindromi depressive o nevrosi, ed è facile da spiegare. Il mondo percepito dagli esseri umani di una cultura preistorica non è che un piccolo frammento del mondo nella sua totalità. La mente ancestrale è letteralmente immersa nel mistero, nell'aura magica di un universo conosciuto solo attraverso il mito: come poteva conoscere la noia e la fatica di vivere in un mondo fantastico, sconfinato, popolato di infinite presenze favolose e ignote come un romanzo di Tolkien? L'ignoto, il mistero è il nutrimento essenziale della nostra anima, ma oggi si è spostato a distanze immense, accessibili solo ai pochissimi privilegiati che possono spingersi fino alle remotissime frontiere della ricerca scientifica, in forme sempre più astratte e freddamente intellettuali. “Non sarò più giovane, ma ne sono felice se non c'è più un paese selvaggio in cui esserlo. A che serve tutta la libertà del mondo senza più un punto vuoto sulla mappa?” (Aldo Leopold). Questo disperato bisogno cerca allora di inventarsi un suo spazio ad ogni costo, in forme ridicole, visionarie e paranoiche, inseguendo UFO, presenze “paranormali”, dinosauri resuscitati o plesiosauri nei laghi scozzesi. L'incredibile successo di “X-Files” ne è la tangibile testimonianza.
   Dall'altra parte, alberi, rocce e animali del territorio domestico erano “persone” familiari, totalmente integrate con la comunità, in un rapporto di reciproca necessità, formando un intreccio inscindibile vissuto con profonda consapevolezza estetica e affettiva. Esse si compenetravano con l'attività mentale del singolo, con i suoi pensieri e le sue emozioni, che acquistavano così una consistenza fisica. Ogni cosa, compresi gli avvenimenti apparentemente più banali della quotidianità, aveva una rilevanza cosmica: non c'era una distinzione tra “sacro” e “profano”, ogni gesto, ogni sasso scheggiato, ogni ghianda sbucciata era l'espressione di un rituale senza tempo, del rapporto onnipresente con il mondo naturale, sentito come divino, in cui era viva ovunque la memoria ancestrale della tribù. In questo contesto ogni esperienza, ogni emozione, ogni semplice espressione di sé aveva un'intensità che per noi oggi è semplicemente inconcepibile, che dava a ogni individuo la sacralità e lo spessore di una montagna.

   Per cercare di comprendere l'armonia della mente nel suo ambiente naturale non dipendiamo completamente dall'introspezione e dalla fantasia. Gli antropologi hanno attentamente studiato bande di cacciatori-raccoglitori che conducevano, fino ad alcuni anni fa, una vita apparentemente simile a quella dei nostri progenitori nel Paleolitico (si tratta comunque di una somiglianza per difetto, visti gli ambienti estremamente poveri e marginali in cui queste genti sono state relegate da secoli e degli inevitabili contatti con popolazioni agricole). Registrando lingue, attività giornaliere e conversazioni, i ricercatori hanno tratto varie conclusioni sulla psicologia dei soggetti osservati.
   Uno di questi resoconti è quello di Louis Liebenberg sui cacciatori-raccoglitori boscimani del Kalahari centrale (Africa meridionale), che parlano il san. Liebenberg ha utilizzato le proprie ricerche e quelle di altri antropologi, soprattutto quelle di Richard B. Lee e di George B. Silberbauer, per registrare la cultura in via di estinzione di queste incredibili popolazioni. La sensazione generale che traspare in ogni pagina è quella di un ritorno a casa, nel mondo per il quale l'evoluzione del nostro cervello ci aveva preparati.
   Per vivere con le limitate risorse offerte dal deserto, le bande del Kalahari devono agire con prudenza e attenzione. La conoscenza del terreno e della meteorologia risulta estremamente importante. Ecco come lo spiega Liebenberg:
   “Durante la stagione piovosa vivono nei pressi di pozze temporanee in mezzo a boschi di noci. Raccolgono soltanto i cibi più appetitosi e abbondanti che si trovano più vicino possibile all'acqua. Col passare del tempo, per raccogliere cibo devono allontanarsi sempre di più. Di solito occupano una certa zona per un periodo di qualche settimana o mese, fino a quando non ne hanno esaurito le risorse alimentari. Durante la stagione secca i gruppi stazionano nei pressi di buche d'acqua permanenti. Mangiano una varietà crescente di cibi, e con l'aumentare delle distanze per raggiungere l'acqua aumenta anche lo sforzo per sostentarsi.”
   Gli uomini del Kalahari possiedono una formidabile conoscenza della geografia del posto e delle piante e animali da cui dipende la loro esistenza. Chi raccoglie le piante, di solito le donne ma anche gli uomini che tornano da battute di caccia andate a vuoto, utilizza la sua conoscenza botanica per riconoscere le molte specie commestibili e medicinali. Sono conservazionisti per necessità e per vocazione. Liebenberg prosegue così:
   “Evitano di deprivare una zona di specie, lasciandone sempre qualche esemplare in modo che le possibilità di ricrescita non vengano compromesse. Se in una zona gli esemplari sono scarsi non vengono raccolti, neppure quando vengono trovati durante la raccolta di altre specie.”
   I cacciatori sono altrettanto esperti dei particolari della vita animale. La capacità di mettersi sulle tracce dei grandi animali dipende da questa conoscenza:
   “Quando trovano delle tracce fresche i cacciatori stimano l'età dell'animale e la rapidità con cui si sposta, così da decidere se valga la pena seguirlo. Nella boscaglia più fitta, dove potrebbero non esserci impronte chiare, o su un terreno duro dove si vedono soltanto dei segni, non sempre i cacciatori sono in grado di identificare l'animale. Quando ciò succede devono seguire la pista alla ricerca di segni lasciati dal passaggio dell'animale sulla vegetazione o sul terreno, finché non vengono rilevate impronte chiare. A questo punto ricostruiscono le azioni dell'animale e prevedono quale sarà la sua destinazione.”
   Nel Kalahari, come in ogni parte del mondo dei cacciatori-raccoglitori, la caccia riveste da sempre un ruolo centrale nella vita sociale della banda:
   “Nelle storie che si raccontano di sera attorno al fuoco dei bivacchi, gli uomini forniscono descrizioni vivide di cacce recenti e passate. Per trovare gli animali sono necessarie tutte le informazioni disponibili sui loro movimenti, ottenute dalle osservazioni fatte da altri e dall'interpretazione dei segni da parte del cacciatore. Gli uomini passano ore intere a parlare delle abitudini e dei movimenti degli animali.”
   La vita di una banda del Kalahari, le cui dimensioni ottimali comprendono tra i cinquanta e i settanta membri, è fortemente caratterizzata da attività comuni e dalla collaborazione. Dato che il gruppo deve spostarsi diverse volte all'anno, e ognuno si porta sulla schiena tutti i propri averi, i beni materiali non essenziali alla sopravvivenza vengono accumulati in quantità modesta:
   “Le proprietà individuali sono limitate all'abbigliamento, alle armi, agli attrezzi e agli strumenti necessari alla donna per la casa. Il territorio della banda e tutto il patrimonio sono proprietà comune dell'intera banda e non di singoli individui.”
   Per tenere unito il gruppo vengono strettamente osservate regole e forme di reciprocità:
   “Sebbene la caccia sia un'attività importante per il sostentamento dei cacciatori-raccoglitori, quelli che ottengono buoni risultati, e che si sentono evidentemente contenti di sé, devono comunque dare segno di umiltà e di mitezza. Presso i Ju/wasi, ad esempio, dare notizia di un'uccisione è un segno di arroganza che viene fortemente sconsigliato. Molti buoni cacciatori non praticano questa attività per settimane o mesi interi. Dopo una serie di cacce andate a buon fine il cacciatore smette di cacciare per dare agli altri uomini la possibilità di contraccambiare.”
   Proprio il contrario di quello che accade nelle società “evolute”, dove la competitività è sfrenata, spesso fin nell'ambito familiare.
   I cacciatori del Kalahari interpretano il comportamento degli animali in modo intuitivo ed empatico, da cui nasce un senso di profondo rispetto. Ricostruiscono i pensieri e i sentimenti degli animali in modo del tutto umano:
   “Il comportamento animale viene interpretato come razionale e determinato da motivi fondati su valori (o sulla negazione di quei valori) tenuti in considerazione dai cacciatori-raccoglitori stessi o da persone a loro conosciute. Pensano che ogni specie abbia un comportamento specifico, regolato in base a usanze proprie, o kxodzi, e un suo kxwisa (linguaggio).”
   La loro principale fonte di sussistenza è costituita da noci ricche di grassi e di proteine. Durante i due mesi meno produttivi dell'anno sono talvolta costretti a tirar la cinghia, ma per la maggior parte del tempo la loro dieta è ben equilibrata. Le attività di caccia e di raccolta costituiscono un vero e proprio divertimento; non si trasformano mai in un lavoro pesante, perché uomini e donne non hanno bisogno di troppo tempo per procurarsi il cibo e la legna da ardere. Dispongono quindi di moltissimo tempo libero per attività sociali che si concretizzano in forme molto varie di gradevole interazione, come la danza e il gioco.
   Nella loro società egualitaria lo status dei sessi appare pressoché identico, pur essendo ben riconoscibili attività maschili e femminili. Le donne mantengono un controllo personale sugli alimenti che raccolgono e appaiono molto assertive e sicure di sé nei rapporti con i loro compagni, oltre che molto attive sessualmente. Ai bambini non viene imposto alcun ruolo sessuale, anche se i maschi tendono in modo spontaneo ad impegnarsi maggiormente in attività esplorative e ad allontanarsi di più dalle madri. Gli adulti si comportano con le ragazzine apparentemente nella stessa maniera che usano con i maschi, e cioè con considerevole indulgenza e permissività. Da piccolo il bambino vive in intimo contatto con la madre, che gli dedica una continua attenzione; viene allattato ogni volta che piange, mentre lo svezzamento è molto lento e graduale. In sostanza, il bambino cresce secondo i ritmi naturali dei suoi bisogni, sia fisiologici che psicologici e sociali.
   I San controllano la crescita demografica soprattutto praticando un prolungato allattamento, che gli consente di evitare le più costose alternative dell'astinenza sessuale, dell'aborto o dell'infanticidio. Al tempo di queste ricerche sembravano del tutto pacifici, anche se conservavano memoria di sporadici scontri avvenuti nel passato.
   Questo mondo incantato sta per sparire. La nostra civiltà è troppo ansiosa di civilizzare questi “miserabili”. Così alcuni solerti funzionari governativi e missionari cominciarono anni fa a fornire cibo ai boscimani, anche se non ne avevano affatto bisogno, per “aiutarli”, riducendoli in una condizione di dipendenza. Il risultato è che molti di loro si sono ridotti a mendicanti e alcolizzati. Lo stesso destino ha accomunato tutti gli ultimi popoli che vivevano ancora in questo modo. Il termine “etnocidio” è entrato recentemente in uso per descrivere la distruzione attualmente in corso di molte culture indigene. Gli individui, di per se stessi, non sono fatti intenzionalmente oggetto di violenza, ma spesso vengono sequestrati all'interno di riserve dove vengono sottomessi alla maggioranza che ha preso il sopravvento sulle loro terre, lasciando questi gruppi minoritari senza mezzi alternativi di sussistenza. L'etnia dominante procede poi a migliorare le condizioni di vita dei “primitivi” distruggendo ogni elemento del loro modo di vita “retrogrado” e portando la loro cultura a morire. Queste politiche sembrano ispirate al desiderio umanitario di aiutare le popolazioni, ma sono animate dal pregiudizio che il loro modo di vivere sia intrinsecamente inferiore e che debba essere soppiantato da uno stile diverso e migliore. In realtà questa assimilazione va a tutto vantaggio dei colonizzatori, o meglio, della cultura predatoria di cui sono schiavi, affamata di terra, legname, petrolio e minerali.

   In alcuni casi la rapida trasformazione di un popolo di raccoglitori in coltivatori è avvenuta sotto gli occhi degli antropologi, consentendo interessanti osservazioni. Questo passaggio avviene sempre sotto la spinta di una forte pressione esterna e costituisce un fortissimo trauma. La cultura subisce un vero e proprio stravolgimento, assumendo caratteristiche che tutti gli osservatori non prevenuti hanno sempre visto come una evidente e profonda patologia: la grande armonia sociale e psicologica che è tipica dei raccoglitori va in frantumi; tutte le loro spiccate qualità umane, che tra di loro nessuno considera “virtù” ma espressione quotidiana del vivere, senza le quali la loro intimità sociale verrebbe meno e quindi la sopravvivenza stessa, diventano frammentarie. Le piccole società familiari si trasformano in un insieme di bande aggressive, riunite sotto l'autorità di dispotici leader effimeri. La conflittualità, sia interna che esterna, diventa estremamente elevata. L'affetto, la gentilezza, la rilassatezza, l'ironia, l'estrema sensibilità per i sentimenti degli altri lasciano il posto a una egoistica competizione per la “roba” e il potere. I sentimenti umani non muoiono, ma diventano apparentemente un mezzo utilizzato per perseguire il proprio interesse individuale. La famiglia sopravvive, ma i rapporti, sotto un velo di ipocrisie appena abbozzato, sono sostenuti in effetti soprattutto da un gretto utilitarismo economico: lo sfruttamento reciproco diventa la modalità dominante di rapporto tra le persone, persino tra genitori e figli o tra marito e moglie. L'opprimente competizione egoistica, l'intima solitudine, il generale stato di asservimento e impoverimento producono le manifestazioni evidenti di una vera e propria patologia psicosociale, in forma di comportamenti ossessivo-compulsivi, di regressione infantile, di psicosi: nascono rituali assurdi e cruenti, sacrifici umani, schiavitù verso compulsioni superstiziose e fanatiche sfruttate da capi-sciamani con trucchi e promesse paradisiache.
   Evidentemente non si tratta solo di una crisi di transizione, ma di un sistema funzionale alle nuove necessità, fatto di una violenza di fondo che si riproduce attivamente attraverso le generazioni, radicandosi sempre di più nei rapporti “civili” in formazione, nell'“educazione” dei bambini e nascondendosi nell'ipocrisia delle “buone maniere” emergenti. Persino nella società post-agricola più potente e avanzata della storia, migliaia di anni dopo il trauma della rivoluzione neolitica, l'egoismo e la violenza sono ancora assolutamente centrali, ma anche molto meglio nascosti.
   Nelle società più evolute verso la civilizzazione il velo di ipocrisia che ricopre questi disvalori diventa incredibilmente spesso, ma essi restano ben vivi, se possibile in modo ancora più organizzato e oppressivo, essendo stati profondamente istituzionalizzati. Nella nostra società tutti i più classici meccanismi di difesa psicologica sono stati mobilitati dalla cultura per trasformare quel velo in un sontuoso mantello di cui andare addirittura orgogliosi e sfoggiare come emblema della nostra “superiorità” morale. Abbiamo spazzato via tutti i popoli più pacifici del mondo colonizzandoli “per il loro bene”, proiettando su di loro la nostra aggressività predatoria, trasformando accuratamente una storia orripilante di massacri e di deliri megalomani nella gloriosa epopea del “progresso”, razionalizzando la nostra avidità narcisista in “spirito imprenditoriale” e la prostituzione del lavoro in “spirito di sacrificio”, illudendoci di grandiose felicità future per sopportare la perversione presente, dissociando la nostra personalità in un “angelo” piagnucoloso che la domenica mattina si batte il petto per quello che fa un “corpo” cinico e insaziabile tutto il resto della settimana. Ci viene messa addosso fin da piccoli una maschera mielosa di totalitaria perfezione angelica che è l'espressione reattiva di un profondissimo rancore, sublimato in delirio di onnipotenza collettivo. Essa costituisce una solida base per il nostro narcisismo individualistico, il bisogno ossessivo di dimostrare di essere superiori agli altri e di essere onnipotenti sotto almeno un aspetto importante, che non si limita a coltivare, ma a cui fa anche da paravento, con lo sfoggio estemporaneo di innocue esibizioni solenni per Pasqua, Natale e Telethon. I nostri grandiosi “santi” di eroica generosità, innalzati su un trono irraggiungibile che diminuisce tutti gli uomini “comuni” al rango di vermi, adorati non a caso da tutti i predoni mafiosi e politici più affamati di potere, costituiscono una vera e propria “formazione reattiva” psicosociale, nutrimento e camuffamento per un egoismo senza limiti: “adoro il Santo, ho l'altarino di Padre Pio, quindi non posso essere cattivo”.
   Questi meccanismi dovrebbero servire fisiologicamente a superare traumi circoscritti, ma nella nostra cultura sono diventati fattori strutturali del nostro “super-io” civilizzato, all'interno di un sistema oppressivo e traumatizzante, basato sulla competizione, sull'innovazione, sul conflitto ideologico e sulla rivoluzione. Abbiamo sbaragliato tutte le altre culture del mondo attraverso un atteggiamento incredibilmente compulsivo e predatorio, mantenuto per millenni a livelli insostenibili rispetto alla fisiologia della psiche umana, grazie a un formidabile apparato culturale che si è organizzato per sfruttare al massimo le capacità regressive della nostra mente.
   Paraocchi, fruste, zuccherini, droghe, occhiali rosa ed esche rutilanti sono organizzati in un formidabile sistema che è l'essenza “civiltà” stessa, per farci correre sopportando il peso della spaventosa macchina da guerra che ci sfrutta per ottenere sempre più forza e potere. Mentre il super-io oppressivo dei popoli pre-industriali è costituito soprattutto da “difese primitive” che noi consideriamo barbare e inaccettabili, il nostro è invece dominato dalle “difese mature” di cui prima abbiamo visto alcuni esempi, in cui l'avidità, il cinismo, la superbia, non esplodendo mai in diretta ferocia o arroganza, possono essere minuziosamente coltivate e sublimate a livelli raffinatissimi, totalizzanti, che ci riducono a una profonda solitudine interiore, a “istrici umani” devastati da nevrosi, ansie, invidie, complessi di inferiorità e superiorità.
   Le “buone maniere” e l'“amore cristiano” hanno reso benissimo (molto più della grossolana, sincera ferocia dei proto-agricoltori, da cui ci si può facilmente difendere) per vincere e dominare nella guerra totale delle culture assiali, del mercato, della politica. Una labirintica trappola di ipocrisie e di paraventi in cui tutti i “pagani” sono facilmente caduti, come in un miele profumato ma vischioso e mortale (la storia è lì a dimostrarlo); quella “lingua biforcuta” che è il modo proverbiale con cui i “feroci barbari” hanno amaramente sintetizzato il nostro insidioso “buonismo”.

 

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